| Elementi di cultura giapponese |
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Elementi di cultura giapponese
1– Shintoismo
e Buddismo
Per la mente occidentale può suonare strana l’inserzione
di atteggiamenti dello shintoismo con quelli del buddismo o del cristianesimo,
in un sostrato culturale che risente dell’influenza confuciana.
Questo perché ogni culto aveva determinate funzioni (lo shintoismo
era più il culto della vita, il buddismo più quello della
morte, ecc). I due culti che più appartengono alla sfera giapponese
si potrebbero dire lo Shintoismo e il Buddismo.
Lo Shintoismo è la religione autoctona giapponese. Gli abitanti
del Giappone, prima dell’influenza degli altri culti, possedevano
forme di culto e una sensibilità improntate ad una visione spontanea
ed animistica della natura. Shinto (shin che può essere anche
kami = divinità, to che può leggersi anche do = via) indica
la “via degli dei”, il modo di condotta che si armonizza
con gli spiriti della natura. E proprio la natura, nella sua spontaneità e
purezza, è luogo privilegiato di accoglienza per delle divinità.
Nello Shintoismo ci si riferisce alle divinità indicando tutti
gli spiriti oggetto di venerazione: esseri viventi, montagne, fiumi,
ogni cosa che dimostra un potere particolare o induce soggezione o rispetto.
A questi si aggiungono gli spiriti dei defunti, soprattutto quelli illustri.
Da questo quindi lo Shintoismo è anche devozione verso gli antenati
e di conseguenza alle tradizioni di cui essi sono depositari.
In generale questi “spiriti divini” non sono considerati
come entità trascendenti, esistenti nell’assoluto: essi
appartengono piuttosto alla terra, all’acqua, all’aria, muovendosi
all’interno del nostro stesso mondo e compartecipando al perpetuo
svolgimento e rinnovamento dei cicli della natura.
Non stupisce che molti aneddoti o addirittura i temi che forniscono gli
intrecci degli anime si rifacciano quindi a questi temi.
Mononoke Hime (Princess Mononoke) di Hayao Miyazaki ne è un chiarissimo
esempio: narra di Ashitaka, principe del popolo Emishi, che combattendo
contro un demone cinghiale intenzionato a distruggere il suo villaggio,
viene colpito dalla sua maledizione. Costretto a separarsi dalla sua
terra per non farvi più ritorno, Ashitaka intraprende un lungo
viaggio per scoprire le cause della venuta del demone cinghiale e della
sua maledizione con occhi non velati dall’odio. Nel suo viaggio
si imbatterà in un monaco viandante, Chigo, che gli darà indicazioni
per giungere alla foresta dove risiede il Dio Cervo, foresta di demoni
e dèi. Nel proseguo del suo viaggio si imbatterà in due
uomini, salvando loro la vita. Ashitaka li ricondurrà alla loro
città, la Città del Ferro, che sorge nei pressi della Foresta
del Dio Cervo, dove incontrerà Padrona Eboshi. Quest’ultima è intenzionata
a sradicare la Foresta per poter espandere la Città e l’estrazione
del ferro, ma così facendo attira su di se l’ira degli spiriti
della natura e, insieme alla loro, di Mononoke, una ragazza che ha rinnegato
le sue origini umane per abbracciare gli spiriti della natura. Qui Ashitaka,
innamoratosi di Mononoke, sarà colto in questo conflitto, stretto
tra due fuochi.
Qui è l’epoca iniziale dell’affrancamento dell’uomo
dalla natura, della realizzazione della prima tecnologia che dà all’uomo
la possibilità di affermarsi sull’ambiente in cui si muove.
E’ la vicenda di uno scontro tra città e foresta, del difficoltoso
rapporto tra uomo e ambiente, tra artificio e natura. L’ottimismo
di Miyazaki propende più verso la sopravvivenza del bosco, ma
non per questo è auspicabile un ritorno alle origini. Qui l’unica
soluzione è incarnata da Ashitaka: il raggiungimento di un equilibrio,
la consapevolezza e la maturità dell’uomo che conosce il
progresso e lo sa impiegare ma al contempo sa amare e rispettare la natura.
Equilibrio però difficile da raggiungere, perché al contempo
Padrona Eboshi arriva a non fidarsi di Ashitaka (Ashitaka: “Padrona
Eboshi, il principe Hasano sta attaccando la città. Donne e lebbrosi
difendono le mura. Abbandona la caccia al Dio Cervo e torna a difendere
il villaggio”, Padrona Eboshi: “Puoi provare ciò che
stai dicendo?”, Ashitaka: “Perché mai dovrei mentirti?”)
così come Mononoke (Mononoke ad Ashitaka: “Perché stai
aiutando quella donna? Lei è la causa di tutto questo […]
stai lontano da me, va via!”).
In Mononoke Hime vengono anche affrontati altri temi cari all’animazione
giapponese (la lotta contro l’oppressore, la ricerca spirituale,
la maturazione interiore, il confronto con il diverso, il trascorrere
del tempo, la morte).
Ma il fine ultimo dell’opera rimanda allo Shintoismo: la sfida
dell’uomo, consapevole dei vantaggi e dei rischi del progresso, è quella
di saper armonizzare le nuove esigenze e i nuovi artifici con il mondo
che ha ereditato, per custodirlo nella sua bellezza. L’egoismo
non porta a nulla ma anzi pone una barriera invalicabile tra le concezioni
opposte che paradossalmente coinvolgono poi, identiche, nell’odio
(Ashitaka mentre ferma il combattimento tra Padrona Eboshi e Mononoke: “E’ lo
stesso terribile demone a guidare sia tu che lei: è Odio! […]
Non lasciate che l’odio condanni anche voi!”).
L’eccezionalità dello Shintoismo consiste nella sua estrema
duttilità a mescolare insieme elementi fantastici appartenenti
a una realtà soprasensibile (kami (dei), oni (demoni), luoghi
mitici come la Foresta del Dio Cervo, ecc) con caratteri e situazioni
quotidiane: questo mix è materia prima nel mondo degli anime,
peculiarità che li rende avvincenti ed attraenti per i giovani
spettatori: per i giovani giapponesi che respirano “aria di casa
loro” e imparano a riscoprire le tradizioni, ma anche per i giovani
occidentali, che vengono a contatto con tradizioni nuove, a loro sconosciute,
realtà mai incontrate.
A giocare un ruolo spesso di primo piano negli anime, soprattutto di
ambientazione feudale, è pure il Buddismo.
L’intervento della spiritualità e delle pratiche buddiste è spesso
connesso ad eventi legati al misticismo, alla morte, a storie legate
alle gesta di samurai. La sensibilità religiosa nipponica è riuscita
a far compenetrare le esigenze di celebrare la vita (Shintoismo) con
le problematiche legate all’impermanenza, alla sofferenza, al trapasso,
affrontate con gli insegnamenti buddisti (la figura dello yamabushi,
monaco guerriero, è spesso ricorrente non solo negli anime ma
anche nella storia).
In particolare il buddismo zen è diventato il culto buddista più conosciuto,
grazie alla sua affinità con esigenze e sensibilità dei
guerrieri giapponesi. Non solo: il suo rifiuto per un uso definitorio,
esagerato e risolutivo delle funzioni razionali della mente hanno fatto
si che la sensibilità nipponica, molto pragmatica, vi si sia trovata
a suo agio, preferendo un approccio diretto e non speculativo ai problemi
della vita, del dolore e della morte così come vengono affrontati
dallo zen.
In ogni caso resta il contatto tra buddismo e arti marziali, tra zen
e bushido, il fattore più evidente che porta sulle scene degli
anime tradizioni, aneddoti, situazioni relative a questa spiritualità.
2 – Il Bushido
Letteralmente il termine bushido designa la via (do)
del bushi, ovvero
del nobile guerriero (bu = marziale, relativo alla guerra, shi =
suffisso per intendere chi pratica, praticante). In occidente il termine
bushi,
ben più corretto ed usato in Giappone, è stato più impropriamente
conosciuto come samurai, che nel reale è un particolare tipo di
bushi (samurai, ronin, ecc).
Lo sviluppo del bushido avviene dopo gli inizi del Periodo Edo
(1603-1868), periodo di relativa pace e tranquillità trascorso
interamente sotto lo shogunato dei Tokugawa. In questo periodo pacifico
il bushi
sembra che abbia avviato una consapevole riflessione su di sé,
sul suo ruolo, sulle sue motivazioni e sul senso del suo agire. Durante
il periodo antecedente, l’era Sengoku, 200 anni dilaniati dalle
continue guerre tra i casati per contendersi lo shogunato, gli sforzi
dei bushi erano diretti in un chiaro verso pratico, ma eliminate le necessità della
guerra si è verificato l’avvicinamento di tradizione marziale
e zen. Dall’idea del bujutsu (“arte della guerra”,
abilità nelle tecniche marziali) si è andata sviluppando
quella più generale, ampia, spirituale, del budo, la via marziale:
le tecniche hanno assunto un valore meno pratico e più spirituale,
cresce quindi l’importanza dell’allenamento concepito come
perfezionamento etico e morale. Il bushido è connotato dalla presenza
e dalla parte attiva che svolgono, nelle volontà e nelle azioni
del bushi, qualità morali come la rettitudine, la giustizia, la
lealtà, l’onore, il senso del dovere, la benevolenza, l’automiglioramento,
l’autodisciplina, la compassione e il coraggio: riuscendo a dimostrare
tutte queste qualità nella conoscenza del tempo giusto per vivere
e per morire.
Il bushi ha intrapreso la Via non per eccellere sugli altri, ma su se
stesso: il maestro dell’arte ha compreso che l’avversario
più tenace si annida al proprio interno, e l’addestramento
vero al combattimento è quello che porta a muovere guerra e a
sradicare le debolezze, le mancanze, i rancori e la violenza presenti
all’interno di sé.
Le storie degli anime tendono ad unire le due dimensioni, il jutsu e
il do per fornire gli elementi necessari alla spettacolarizzazione dei
duelli e al contempo poter segnare il progresso morale del protagonista.
Il bushido in quanto via del perseguimento della saggezza non informa
del resto solo la pratica marziale, esso è ormai parte integrante
dello spirito giapponese, e al giorno d’oggi si ritiene che il
portato storico e morale proprio della ristretta classe dei bushi si
sia esteso a tutta quanta la popolazione giapponese che ne ha ereditato
i valori e i modi di comportamento. Questa generalizzazione però non è totalmente
esatta: il bushido sopra accennato è oramai un bushido ideale, contagiato
da una sorta di american way of life, che dà forma a un giapponese
retto e che persegue i suoi scopi invece dell’onore (a volte fino
all’eccesso).
Questo sarebbe un ottimo plauso per poter comprendere la straordinaria
efficienza del Giappone moderno, investito dall’evoluzione tecnologica
e fattosene ottimo portatore.
Anche quello che viene presentato negli anime, in fondo, è un
bushido ideale: benché sia depurato di molti suoi tratti caratteristici
per motivi narratologici o pedagogici è pur vero che certi elementi
morali restano sempre e comunque una componente viva e sentita.
Infatti bisogna riconoscere che in numerose storie anime si nota uno
sfondo culturale facente riferimento alla realtà del bushido (le
vicende ambientate in epoca feudale oppure che presentano scontri, conflitti
o episodi di sacrificio), così come è da notare che in
altre tipologie di racconti (episodi di vita quotidiana, shoonen e shoojo)
non siano infrequenti i richiami a questa stessa dimensione del budo,
ovviamente riadattati in chiave moderna.
“Che senso ha vincere se si perde la vita? Quale ideale può spingere
a tanto? Quale ideale?” domanda Capricorn, cavaliere d’oro
del Grande Tempio. Secca è la risposta di Sirio, cavaliere del
Dragone “Lo sai, sono un cavaliere di Atena… Dea della Giustizia!”
I Cavalieri dello Zodiaco (Saint Seiya) offrono un
ottimo esempio. Da questo anime traspare evidente l’etica del bushido:
i cinque cavalieri di bronzo (Pegasus, Crystal il Cigno, Sirio il Dragone,
Andromeda e Phoenix)
sono legati da uno stretto vincolo di amicizia, uniti per di più dallo
stesso ideale che perseguono, incarnato in Lady Isabel/Athena: la giustizia.
Come già detto, i crismi del bushido vengono reinterpretati in chiave
moderna e adattati alle ambientazioni che di volta in volta vengono elaborate,
ma nonostante questo resta sempre presente. Infatti lo spirito di sacrificio
pervade sempre questa serie: sia negli episodi della scalata al Grande
Tempio, sia nel viaggio verso Asgard e perfino giù, nelle profondità del
mare, per andare a scovare Nettuno, i Cavalieri sono sempre costretti
ad affrontare nemici di gran lunga più potenti di loro, rischiando
sempre la vita ma senza mai fermarsi, senza mai fuggire, poiché abbandonare
i loro ideali sarebbe peggio che morire, sarebbe perdere il proprio significato,
il proprio onore, ciò che li rende uomini, sottomessi al peso
delle loro più infime debolezze al solo fine del proprio egoismo.
E' dunque questa la risposta di Crystal il Cigno a fronte della
proposta di pietà di Scorpio, cavaliere d’oro del Grande
Tempio: “Come potrei essere in pace con me stesso se abbandonassi
ora gli amici che hanno saputo combattere per salvarmi, amici con cui
ho condiviso timori e che ormai considero alla stregua di fratelli?!
Li lascerei a se stessi per il solo scopo di avere salva la vita? No,
Scorpio, non lo farò! Sopravvivere a questo prezzo non mi interessa,
a chi interesserebbe? L’amicizia che lega è un vincolo che
non si disonora! La storia dei cavalieri di Atena al Grande Tempio narra
di episodi di altruismo e di spirito di sacrificio senza precedenti,
narra di gesta di generosa amicizia e nobiltà d’animo; mai
lealtà e audacia avevano albergato al Grande Tempio come in questi
giorni! E io dovrei abbandonare tutto questo per sopravvivere?”
3– Giappone contemporaneo e crisi economica: i giovani
non sognano più [1]
C'è un termine ormai diffuso in Giappone per indicare i giovani: «nuova
razza umana». Un termine che non si applica automaticamente a tutta
la variegata realtà giovanile del Paese del Sol Levante, ma che
esprime tutta l'inquietudine del mondo degli adulti verso un mondo inquieto
e imperscrutabile. Una classe mutante in costante adattamento a una realtà che
ha perso le proprie radici ma fatica a ritrovarne di nuove e di salde.
Oggi, per troppe famiglie, il mito di un'economia vincente rincorso per
mezzo secolo si sta rivelando un'illusione. Questo ha creato frustrazione
e delusione, ma anche nuove domande sul senso della vita. L'urgenza del
benessere materiale, incentivato dal mondo produttivo e dalla pubblicità come
unico valore, la priorità assoluta data all'economia, stanno riducendo
l'homo nipponicus, ricco di valori, per quanto specifici, a un generico
homo oeconomicus, a un apparato produttivo e, soprattutto, a oggetto
e soggetto di consumo. Il Giappone continua a oliare il suo immenso apparato
produttivo e di vendita come se la crisi non fosse un dato di fatto per
molti, come se il divario tra ricchi e poveri non corresse il serio rischio
di aggravarsi e la società nel suo complesso non fosse percorsa
da forti inquietudini. Indicativo, a questo riguardo, la tendenza dei
giovani a tralasciare le possibilità di carriera e la sicurezza
economica offerte da occupazioni a tempo pieno, a favore di meno impegnativi
lavori part-time o freelance. Questo potrebbe portare molti che non dispongono
di adeguate capacità o preparazione a subirne le conseguenze economiche
in età adulta.
Alla radice di questa situazione sociale stanno diverse cause, alcune
confrontabili con quelle di tanti Paesi del mondo sviluppato, Italia
inclusa, altri più specifici: secolarizzazione, imitazione acritica
del modello occidentale nella versione americana, che ha propiziato una
perdita dell'identità profonda e un disagio che spingono ancor
più verso l'imitazione acritica di modelli esterni e l'accettazione
quasi fideistica della tecnologia, mancanza di educazione religiosa a
scuola e nella famiglia, eccessiva importanza attribuita al fattore economico,
altissima urbanizzazione, crescente influenza della realtà virtuale
nella vita quotidiana.
Allontanata in un passato nemmeno tanto lontano la sua povertà contadina,
esorcizzato l'incubo atomico a sessant'anni da Hiroshima e Nagasaki,
superati diffidenza e senso d'inferiorità verso un mondo occidentale
forse fin troppo idealizzato e insieme tenuto a bada dalla forza delle
statistiche produttive e delle esportazioni, il Giappone scopre ora un
pericolo assai difficile da combattere in coloro che maggiormente anticipano
il suo incerto futuro ed esprimono l'inquietudine del suo presente: i
giovani.
Non è un problema di gap generazionale. Non ci sono certezze adulte
da contrapporre a idealismo e mutevolezza adolescenziali. Dalla metà degli
anni Novanta del ventesimo secolo, il Paese sta vivendo una transizione
che ha infilato nell'incertezza l'intera popolazione adulta e nella disperazione
decine di migliaia di cittadini senza più una prospettiva esistenziale. È in
questa situazione che fioriscono le varie marginalità e si alimentano
in modo autoreferenziale le molte devianze di questo paese.
I suoi giovani le anticipano, le vivono e le esasperano. Bosozoku, hijime,
hikikomori… «bande violente», «bullismo», «ritiro
dal mondo», sono termini specifici che l'Occidente ha spesso recepito
attraverso i manga, i fumetti, ma che in Giappone sono parte integrante
della realtà giovanile. Quello delle bande è un fenomeno
che risale agli anni Sessanta, su imitazione americana, ma che ha infinite
varianti e una sua peculiare evoluzione. Dai gruppi legati ai vari aidoru,
le star della musica o del cinema, a quelli che confinano con la criminalità organizzata,
rappresentano un fenomeno di costume che, proprio per il conformismo
sociale tipico della cultura giapponese, coinvolge una sostanziosa parte
dell'universo giovanile, fornendo senso di appartenenza e motivazioni.
Il bullismo, che ha per oggetto chi viene considerato in qualche modo
deviante, per aspetto fisico o per non conformità, con l'ideale
del gruppo, diventa spesso violento, con episodi di efferatezza e crudeltà abbondantemente
indagati dai media, anche con un intento repressivo, verso un fenomeno
che non di rado si riversa nelle aree scolastiche.
I suicidi nella fascia di età tra i 15 e i 34 anni, un record
mondiale per il Giappone da molti anni, oggi sono anche di gruppo, magari
concordati via internet. Un'incertezza, un male di vivere, spesso una
richiesta inespressa di aiuto o comprensione che si trasmette fino all'atto
finale dell'esistenza.
Fenomeno più recente ma in costante crescita, gli hikikomori sono
il frutto di una società del benessere, quella in cui i giovani
possono disporre di propri appartamenti, per quanto minuscoli, e di una
quantità di tecnologie anche sofisticate e costose. Come sottolinea
lo scrittore Murakami Ryu, icona della realtà e della trasgressione
giovanile: «La società giapponese è vittima di un
paradosso. È preoccupata del crescente numero di giovani che si
isolano dal mondo, ma allo stesso tempo applaude a oggetti come la PlayStation,
che è oggi anche terminale internet e lettore Dvd. Una tecnologia
di questo genere rende possibile produrre grafica e filmati, come pure
condurre transazioni commerciali, senza nemmeno uscire di casa. Questo
fissa le persone in propri spazi individuali. Nella società informatica
ciascuno di noi è in qualche misura un ritirato sociale».
Gli hikikomori, oggi forse un milione di cui il 70-80% maschi, dormono
per la maggior parte del giorno e vivono di notte. Una vita virtuale:
guardano la televisione, usano internet, escono per fare acquisti nei
negozi aperti 24 ore su 24 che si trovano sotto casa per acquistare cibo
pronto da inserire nel forno a microonde e quel poco necessario a una
persona che vuole vivere in un mondo a parte.
Note
1) http://www.db.avvenire.it/avvenire/edizione_2006_05_20/articolo_649102.html,
articolo di Stefano Vecchia. [back]
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