|
|
Esempi
Ghost In The Shell: Qual è la
nostra identità? [1]
Nel 2029 a Tokyo la polizia scopre un corpo cibernetico che sembra custodire
una coscienza viva e indipendente: si tratta del fantomatico Progetto
25-01, patrocinato dal Ministero degli Esteri in forma top secret e
poi sfuggito al controllo dei suoi creatori e ribattezzatosi “Il
Signore dei Pupazzi”. Il maggiore Kusanagi della Sezione 9 della
polizia metropolitana (poliziotto cyborg con le fattezze di una giovane
donna) decide di fare luce sulla vera identità di questo individuo
che si sottrae ad ogni tipo di classificazione e che pretende di vedere
riconosciuta la sua effettiva ed autonoma identità.
Tra non-dualità buddista e dualismo cartesiano, empirismo e razionalismo,
tra Blade Runner e Matrix, Ghost in the Shell sancisce
la definitiva consacrazione di Mamuro Oshii. Le ricerche di Kusanagi
Motoko, tra sequenze
di lotta e sparatorie, puntano agli interrogativi più profondi
circa il significato dell’identità di ciascuno, alla distinzione
tra reale e virtuale, naturale e artificiale. Da un lato torna in mente
la classica formulazione del cogito cartesiano come perno per la dimostrazione
dell’esistenza dell’io e del mondo, il famoso cogito
ergo sum, penso e dunque sono. Di contro si oppone un altro pensiero radicalmente
empirista.
Così scrive Hume: “Noi non abbiamo alcuna idea dell’io.
Noi non siamo altro che fasci o collezioni di differenti percezioni che
si susseguono con inconcepibile rapidità”.
Gli fa eco Lichtenberg: “Noi conosciamo solamente l’esistenza
delle nostre sensazioni, delle nosre rappresentazioni e dei nostri pensieri.
Si dovrebe dire 'pensa' così come si dice 'lampeggia'.
Dire cogito è già troppo, non appena lo si traduce
con 'io penso'. Postulare l’io è un bisogno pratico”.
Oshii, sulla base del fumetto di Masamune Shirow da cui il film è tratto,
sembra suggerire l’idea che il problema del Signore dei Pupazzi
sia di fatto il problema di ogni uomo (così come le domande dei
replicanti di Blade Runner): chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo.
Il problema di ogni coscienza è capire la propria identità,
per scoprire il senso del suo essere al mondo.
Ghost in the Shell è tutto percorso da questo tema, che
si articola e si complica con ulteriori elementi che compongono l’intreccio
narrativo e costituiscono lo sfondo in cui si muovono i personaggi. Il
mondo del maggiore Kusanagi, in cui il Signore dei Pupazzi può assumere
una coscienza autonoma e “animarsi” di vita propria, è un
mondo in cui naturale e artificiale, reale e virtuale non presentano
più confini definiti.
Lo stesso concetto di corpo viene sottoposto a una sorta di revisione
concettuale: con i collegamenti neurali di cui si servono i cyborg come
Kusanagi diviene possibile in tempo reale (ma appunto, cosa è “reale”?
Cosa distingue il "reale" da ciò che è “irreale” o “virtuale”?)
ampliare le proprie capacità percettive e cognitive
e avere accesso per via diretta alla rete che tutto connette
e tutto ingloba, determinando una nuova singolarità, una nuova
individualità.
Collegandosi alla rete la mente è ovunque e in nessun luogo, vaga
libera tra le maglie cibernetiche e varca i confini tra l’identità fisico-psichica
soggettiva e la totale omnicomprensività: la parte è nel
Tutto, il Tutto è nella parte.
Parallelamente, la materia stessa tende ad assottigliarsi, a rarefarsi,
il corpo si decontestualizza, anche l’ambiente in cui muoversi
e operare è sempre più insieme di impulsi, luci, schemi
elettronici: si trasforma in un universo di segni e simboli, ma questi
non rimandano che a se stessi, privati di referenti oggettivi, concreti,
materiali.
In quest’universo di immagini e di segni nasce in Motoko anche
il bisogno, la necessità, di ritirarsi, di pensarsi, di scendere
in profondità. Una delle sequenze più suggestive del film
la ritrae mentre riemerge dalle acque della baia di Tokyo, provvista
di galleggianti che permettono al suo corpo di titanio di non affondare. “Che
sensazione dà nuotare nel mare?” domanda Batò, suo
amico e sottoposto. “Ciò che provo è paura, freddo,
angoscia. A volte lì sotto provo addirittura speranza” è la
risposta d Motoko. Poi prosegue: “Vi sono innumerevoli elementi
che formano il corpo e la mente degli esseri umani, come innumerevoli
sono i componenti che fanno di me un individuo con la mia propria personalità.
Certo, ho una faccia e una voce che mi distinguono da tutti gli altri,
ma i miei pensieri e i miei ricordi appartengono unicamente a me e ho
la consapevolezza del mio destino. Ognuna di queste cose non è che
una piccola parte del Tutto: io raccolgo dati che uso a modo mio e questo
crea un miscuglio che mi dà forma come individuo e da cui emerge
la mia coscienza. Mi sento prigioniera, libera di espandermi solo entro
limiti prestabiliti”. “E’ per questo che nuota con
un corpo che può affondare come una pietra? Ma che accidenti vede
in fondo all’Oceano?” domanda Batò. “Ciò che
vediamo ora non è che una pallida immagine in uno specchio. Presto
il velo cadrà, e noi vedremo”, è la risposta,
che però viene data da una voce quasi terza per bocca di Motoko,
e non si capisce se lei abbia pronunciato intenzionalmente quelle parole.
Costituiscono metà di una citazione che verrà ripresa e
conclusa solo al termine della vicenda.
Dunque il problema che Motoko avverte sembra essere un problema di limiti
da infrangere, da valicare, la sua difficoltà è dovuta
al sentirsi limitata, circoscritta, definita da confini che la imprigionano.
Ma al contempo dimostra anche il dato imprescindibile che ci permette
di parlare di coscienza, dato grazie al quale possiamo dire “io”,
un io che possiede una “storia”: la memoria. Senza una memoria
l’uomo non si può neppure pensare, immaginare, non può nemmeno
sapere di essere. Ma la memoria non si dà forse solo in virtù di
un limite con cui essa si confronta?
A questo punto sorge un'ulteriore questione. La possibilità quasi
infinita di connessione tra “menti, cervelli e programmi”,
l’espansione delle potenzialità e l’allargamento indefinito
dei limiti fisici, spaziali e temporali produce un parallelo incremento
delle potenzialità del soggetto che ne è coinvolto?
Bisognerebbe forse considerare le cose anche da un altro punto di vista,
perché “se non si danno confini e limiti, non si danno territori
praticabili e dunque trasformabili, non si dà neanche il Possibile
stesso”: il continuo abbattimento delle frontiere e dei limiti
imposti dal fisico, cioè, non porta ad un altrettanto continuo
sviluppo delle potenzialità d’azione. Al contrario, è vero
che solo l’esistenza di limiti e confini definisce un terreno
d’azione, delle possibilità, conferisce in altri termini
un’identità: e costruisce quest’identità proprio
in virtù dei suoi confini, grazie all’esistenza di “barriere” che
la determinano in opposizione a ciò che è ad essa esterno,
alieno. Solo così essa può ritrovarsi e non perdersi in
un ambiente anche virtualmente illimitato. Solo perché inserito
in un “guscio” (shell), lo spirito (ghost)
si conosce in quanto tale, e non si perde nell’indistinto Tutto.
Ma chi può dire
che questa sia la sua propria e più “alta” modalità d’essere?
Diverse forme di ascesi, tra cui il buddismo, insegnano che solo rinunciando
a considerare il proprio “sé” come un’entità autonoma,
unitaria e sostanziale si può attingere alla conoscenza della vera realtà.
Forse lo stato ultimo a cui aspirano il Signore dei Pupazzi e la stessa
Motoko, quando infine si fondono l’uno nell’altra. Motoko
pare ritrovare finalmente il proprio centro, o un significato, in questa
nuova identità, non più condizionata, finita e determinata
come prima: e la sua bocca pronuncia le parole che completano la citazione,
lasciata a metà durante la conversazione sulla barca, dopo l’immersione: “Quando
ero piccola parlavo, sentivo e pensavo come una bambina. Ma ora che sono
una persona adulta non posso più comportarmi in quel modo infantile.
E adesso posso dirlo senza l’aiuto di nessuno, con la mia voce.
Perché io ora non sono più né la donna conosciuta
come il Maggiore, né il programma chiamato Il Signore dei Pupazzi”.
Infine il suo sguardo spazia sull’intera città, che le si
presenta come un’infinita rete in cui muoversi e trovare la propria
strada: “E ora dove andrà quest’essere appena nato?
E’ stupefacente l’immensità di questa rete…”
Su queste parole, e sulla vista dall’alto della città piena
di luci e di riflessi si chiude il film. Ma la domanda sull’identità resta
aperta: una nuova identità è nata, ma come si configura
ora, priva dei limiti che prima le erano imposti? E chi è il soggetto
che ora dice “io”? Forse è immergendosi nella rete
che la “nuova” Motoko troverà una risposta: forse.
Solo perdendosi in uno spazio, in un luogo indistinto e senza confini,
l’identità può davvero ritrovare se stessa.
Neon Genesis Evangelion: Io mi odio!
Anno 2015: la Terra è stata sconvolta dall'impatto con un gigantesco
meteorite (Second Impact) nel 2000 per cui vi sono stati gravi scompensi
climatici che hanno causato lo scioglimento della calotta antartica,
il successivo innalzamento delle acque e la morte di metà della
popolazione mondiale. In questo scenario si muove la battaglia agli Angeli,
esseri alieni che giungono sulla terra per ricongiungersi con Adam, vera
causa del Second Impact, al fine di divenire esseri completi, cosa che
però causerebbe un Third Impact che causerebbe poi la morte degli
esseri umani. Per evitare che ciò avvenga è stata istituita
la Nerv, sono stati costruiti gli Evangelion (o meglio Eva) e il programma
per il Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo.
Shinji, figlio del comandante della Nerv Gendo Ikari, viene richiamato
a Neo Tokyo 3 dal padre che l’aveva abbandonato anni prima. Ben
presto Shinji scoprirà che il motivo per cui è stato chiamato è quello
di salire a bordo degli Eva e combattere contro gli Angeli per salvare
l’umanità. Gli Angeli che verranno saranno 14 e Shinji,
insieme a Rei e successivamente ad Asuka, hanno il compito di fermarli.
Ma in realtà cosa sono gli Eva, questi esseri umanoidi che in
determinate circostanze entrano in berserk e si animano per
conto proprio? E chi sono gli Angeli, da dove vengono e perché vogliono
ricongiungersi con Adam? E chi è Adam? Ma soprattutto: perché pilota
l’Eva?
Questo è l’intreccio in cui si muovono le 26 puntate di
Evangelion e il successivo lungometraggio-finale alternativo, intreccio
in cui vengono ricostruiti personaggi assolutamente verosimili e che
vede, a fianco di una narrazione assolutamente innovativa e travolgente,
lo sviluppo psicologico e sociologico dei protagonisti.
In un'ambientazione che appassiona gli otaku, Hidekaki Anno ha voluto
anche sviluppare una sfera concettuale incredibilmente profonda e che
si fonde in maniera armonica con la narrazione, in un discorso a tu per
tu con lo spettatore, in particolare il giovane giapponese, che ha perso
la propria identità e che nutre un dispiacere del vivere.
A parte le innumerevoli citazioni religiose, politiche e sociali che
lo rendono un anime perfettamente contemporaneo, a parte l’assoluta
minuzia di particolari che non lasciano nulla al caso, di modo che lo
spettatore abbia sempre cosciente il procedimento della narrazione (a
parte le immense lacune date per incuriosire lo spettatore e indurlo
al proseguimento), la particolarità di Evangelion sta
nel suo mescolare concettualità e intrattenimento in maniera sublime.
Nel protrarsi della serie (26 episodi) si può assistere a una
mutazione dell’anime: dato il numero predeterminato di Angeli che
dovranno giungere (14) è come se si fosse già a conoscenza
di una fine, perché inevitabilmente ci sarà, e quindi man
mano che si procede nella storia e che si sconfiggono gli Angeli sembra
che
lentamente la trama inizi a smontarsi per lasciare più spazio
alle caratterizzazioni dei personaggi e ai loro rapporti sociali. Dato
che sconfiggendo gli Angeli
gli Eva diventano meno importanti nella lotta per
l’umanità,
si insiste sui personaggi, che si fanno più marcati fino
ad arrivare ad essere loro la vera trama: il loro comportamento, il loro
relazionarsi. Fino a giungere al finale (contestatissimo
dai fan) che lascia perdere la trama primaria (in
quanto frutto comunque dell’immaginario) per lanciarsi in una
vera e propria discussione filosofico-sociale in cui i personaggi vengono
messi a nudo e confrontati tra loro, come a stabilire una sorta di mappa
dell’interazione, come a cercare di vanificare l'odio tanto profondo
che nutre Shinji (ma anche Asuka, benché in modi diversi) verso
di sé e a trasformarlo in un sorriso. E perfino gli Angeli
sembra che aiutino in questa “metamorfosi” della serie:
i primi sono più “incoscienti”, più violenti
e distruttivi, gli ultimi cercano di stabilire un contatto con gli esseri
umani, con Asuka prima (arrivando a svelare le sue paure e le sue contraddizioni,
causandone un vero e proprio collasso psicologico, soprattutto dopo essere
stata ferita nell’orgoglio dal “sorpasso” di Shinji),
e con Rei poi (arrivando a svelarne il suo bisogno di un contatto con
il mondo e con Shinji, lei ragazza fino ad allora così schiva),
per poi concludere con Shinji: qui Kaworu, l’ultimo Angelo, in
fattezze umane, stabilirà con lui un contatto di sincera amicizia,
arrivando addirittura a dirgli una frase che lui mai aveva sentito prima
(“Ti voglio bene”), oltrepassando le barriere del suo carattere
introverso e facendolo, per la prima volta, sentire sinceramente accettato,
vanificando
quell’odio profondo che prova per se stesso. Ma questo è solo
effimero, perché quando poi Kaworu svelerà la sua natura,
Shinji, sentendosi profondamente tradito lo ucciderà (per dovere,
egli è un Angelo, benché non abbia voluto) per poi sprofondare
in un’assoluta crisi psicologica.
Shinji è un ragazzo introverso, chiuso, poco socievole
e insicuro: questo molto probabilmente a causa del padre, severo e inflessibile,
che 10 anni prima lo ha abbandonato a seguito della morte di sua madre
Yui (avvenuta peraltro davanti agli occhi di Shinji bambino, nel progetto
di attivazione dell’Eva 01). Da qui egli nutre un profondo odio
per suo padre e una sorta di apatia del vivere che lo porta a non trovare
un senso in ciò che fa, e quindi a nutrire un profondo odio verso
se stesso poiché non riesce a sentirsi che inutile.
Ma allora perché Shinji pilota l’Eva? Perché l’Eva è il
suo modo per riuscire a trovare un posto nel mondo. L’Eva, in Evangelion,
rappresenta l’insieme di responsabilità, difficoltà,
dolori e dubbi che tengono legata una persona, ma che possono fare sì
che trovi un posto, un ruolo nella società e quindi, di conseguenza,
sentirsi (e in fondo essere) accettata. Shinji quindi pilota l’Eva
per essere lodato.
Di contro Asuka fa il ragionamento perfettamente opposto: dopo aver assistito
in tenerà età al suicidio della madre impazzita
decide di abbandonare il mondo e vivere da sola, di crescere
da sola affidandosi solo a se stessa e al proprio orgoglio. E allora
perché pilota l’Eva? Per dimostrare il suo valore agli
altri, per sentirsi superiore. Ma questo ragionamento la porta comunque
ad essere schiava degli altri, poiché inevitabilmente ha bisogno
di un confronto per poter dimostrare la sua superiorità (e se
invece non avesse questo confronto? Avrebbe la prova di essere superiore?):
alla fine è questo che la porta ad odiare se stessa, questa sua
profonda contraddizione. Quindi anche per Asuka l’Eva rappresenta
un insieme di responsabilità, di obblighi e dolori che la portano
a stabilire un contatto con il mondo in torno a lei, con gli altri.
Infine vi è Rei: lei, personaggio schivo ed enigmatico che non
si dà quasi mai modo di conoscere allo spettatore, lei pilota l’Eva
per un sincero vincolo di fiducia con Gendo Ikari, che sente come suo
padre. Quindi anche per lei l’Eva è un modo per trovare
un posto nella società, per sentirsi accettata, benché i
motivi che la spingono siano leggermente differenti dai motivi di Asuka
e di Shinji: mentre questi ultimi due impiegano gli Eva per riflettere
sugli altri un motivo personale (Asuka per ostentare il suo orgoglio,
Shinji
per essere lodato) Rei lo fa con una sincera dedizione all’altro,
raffigurato qui da Gendo Ikari. Questo lo si può dedurre dall’assoluta
fiducia che ha in Gendo, una fede quasi divina.
L’Eva sta quindi a simboleggiare l’insieme delle responsabilità dei
giovani, delle loro difficoltà, dati dalla società, dal
crescere, dal cambiare: questa sorta di “pellicola” che
ci riveste, questa interfaccia (l’ATField in questo caso:
la barriera dell’animo, ciò che ci protegge dagli altri
per evitarne le sofferenze, ma anche ciò che ci impedisce di entrare
in contatto con gli altri per condividerne le gioie) che ci separa dagli
altri, ci tiene
legati, creando angoscia, paura, odio… ma dà anche
modo di entrare in contatto con gli altri… anche se
in fondo questo ha un prezzo.

E qui allora sta il Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo:
racchiudere tutte le entità umane in un solo spirito, perfetto,
alfine di sciogliere i dubbi che affliggono l’umanità,
sentirsi diversi, sentirsi soli. E per questo odiarsi.
Questi concetti profondi e d’impronta quasi filosofica sono magistralmente
inseriti nella narrazione, la quale vede una forte componente attrattiva
(l’ambientazione e la trama curatissime, i combattimenti tra gli
Eva e gli Angeli, il mistero della Nerv e della Seele, le pergamente
del Mar Morto, il Third Impact, Lilith… per non parlare poi del
berserk).
Qui, in Neon Genesis Evangelion, comprensione, orientamento
e svago sono perfettamente miscelati tra loro, colgono lo spettatore
di sorpresa,
lo divertono e gli trasmettono una profonda concettualità, mostrando
personaggi verosimili, con i suoi stessi problemi (benché nel
reale non esista nessun pilota di Eva), i suoi stessi dubbi, le sue
stesse paure: i personaggi non sono assolutamente eroi, lo diventeranno
non perché salveranno l’umanità, ma perché impareranno
a sorridere e a stringere un contatto tra loro.
Ed è qui il vero eroismo: riuscire a superare le proprie paure,
il proprio nemico "dentro", per riuscire ad accogliere l’altro,
con un sorriso.
E quindi, “a tutti i Children: congratulazioni!”
Note
1) Marcello Ghilardi, Cuore
e Acciaio, Padova, Esedra Editrice, 2003, p. 173 [back]
|