| Eduardo Kac e la Telepresence Art |
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Eduardo Kac e la Telepresence Art
Eduardo Kac, artista brasiliano e scrittore che indaga
le dimensioni filosofiche e politiche dei processi di comunicazione, è negli
anni '80 pioniere della Telepresence Art. Per primo Kac ha impiegato
la telerobotica spinto dal desiderio di convertire lo spazio elettronico
da strumento di rappresentazione a strumento di agenza remota. Egli ha
creato opere nelle quali le azioni condotte dai partecipanti via Internet
hanno una diretta manifestazione fisica nello spazio remoto della galleria.
Spesso poggiando sull’indefinita sospensione della chiusura e sull'intervento
del partecipante, il suo lavoro incoraggia l'interazione dialogica e
affronta questioni complesse riguardanti la nozione di identità,
agenza, responsabilità, e la possibilità stessa della comunicazione.
Nel 1984 Kac creò a Rio de Janeiro un progetto di telepresenza
intitolato Cyborg, progetto che coinvolgeva tre diverse gallerie (Galeria
Candido Mendes, Funarte e Escola de Artes Visuais do Parque Lage) e il
controllo remoto di oggetti. Purtroppo non venne realizzato per problemi
tecnici. Nel 1986 Kac lavorò con telerobots radio-controllati
nel contesto della mostra “Brasil High Tech”, al Centro Empresarial
Rio a Rio de Janeiro. Kac usò un robot antropomorfico (Fig. 1)
che conversava con i visitatori della mostra in tempo reale. La voce
del robot era quella umana trasmessa via radio. L’operatore del
telerobot era telepresente nel corpo del RC Robot. Sempre nel contesto
della mostra il robot interagì con le videocreature di Otavio
Donasci in una performance dialogica nella quale, attraverso il corpo
robotico, un uomo telepresente improvvisò risposte alle espressioni
predefinite delle videocreature.

Fig.1
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Fig.2
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Tra il 1987 e il 1988, ancora a Rio de Janeiro, Kac disegno degli schizzi
per due piccoli telerobots controllati dai partecipanti in due distanti
città.
L’idea era di permettere al partecipante nella città A di controllare
un telerobot nella città B e viceversa, idea che avrebbe preparato il
terreno per lo sviluppo dell’Ornitorrinco Project [17].
1. Ornitorrinco
Ornitorrinco (Fig.2), primo tentativo di creare la “telepresence art”,
aprì la strada al campo della telerobotica e della telepresenza in arte
dal 1989 - prima del Web - come il primo sistema che permise agli utenti in spazi
pubblici e privati di accedere remotamente a un robot senza fili e completamente
mobile e modificare il luogo remoto (teleazione) tramite la rete telefonica.
Il nome Ornitorrinco fu scelto per il telerobot a causa della natura unica dell’ornitorinco,
un “ibrido” di uccello e mammifero. L’obiettivo era di implicare
una parentela tra l’organico (l’animale) e l’inorganico (il
telerobot). Questo progetto, che intendeva, secondo l’autore, creare nuove
situazioni ogni volta che lo si provava e che esplorava la sensorialità remota,
l’improvvisazione e la teleazione, divenne possibile grazie all’esperienza
tecnica di Ed Bennett, assistente tecnico al Dipartimento di Elettronica della
Scuola dell’Istituto d’Arte di Chicago, con il quale Kac iniziò a
collaborare nel 1989, a Chicago. Furono stabiliti i fondamenti della rete del
telerobot, che includevano anche l’uso del telefono onnipresente e dei
segnali DTMF per il controllo del movimento in tempo reale. Il progetto era composto
da due linee telefoniche, quattro telefoni, una creatura robotica con un solo
occhio (che dà il suo nome al progetto), un transcoder (dispositivo sviluppato
da Ed Bennett per connettere Ornitorrinco alla linea telefonica, ricevente l’audio
e trasmittente il controllo dei movimenti via radio), e due modem. In un luogo
(Luogo A), l’artista aveva un telefono e usò i suoni prodotti premendo
i numeri sulla tastiera numerica per controllare il movimento dell’Ornitorincoin un luogo distante (Luogo B). L’artista aveva anche un monitor e un modem
(per ricevere lente scansioni video fisse ogni otto secondi). In un altro luogo
(Luogo B), dove Ornitorrinco si trovava realmente, un altro artista (o un gruppo
di artisti) preparava un ambiente complesso dove si muoveva il telerobot.
Ornitorrinco riceveva i suoi comandi tramite
la radio trasmissione dal transcoder, che era collegato al primo telefono,
e mandava segnali video via radio a un apparecchio
ricevente. Quest’ultimo era collegato a un modem che trasmetteva le immagini
video fisse, con un ritardo di 6 secondi, attraverso la seconda linea telefonica
indietro all’artista nel primo luogo. Senza nessuna precedente informazione
sull’ambiente, l’artista vedeva solo ciò che Ornitorrinco “vedeva”,
e controllava i suoi movimenti premendo i numeri sulla tastiera numerica facente
parte dell’unità telefonica. Ogni numero era un codice trattato
come una coordinata spaziale: 1, “muovi in avanti a sinistra”;
2, “dritto
in avanti”; 3, “avanti a destra”; 4, “gira a destra
di 90°”; 5 “stop e invia nuove immagini dalla telecamera del
telerobot al Luogo A”; 6, “gira a destra”; 7, “indietro
a sinistra”;
8, “dritto indietro”; 9, “indietro a destra”. Quando
la linea telefonica non stava mandando comandi motori o ricevendo un’immagine
video, la linea portava i suoni ambientali dal microfono del telerobot dal
Luogo B a un altoparlante nel Luogo A. “In Ornitorrinco, l’enigmatica
idea della ‘telecinesi’ era incarnata nelle parti elettriche ed
elettroniche, per svelare nuovi sentieri per le telecomunicazioni come una
forma d’arte
che va oltre lo scambio di immagini. Questo progetto intendeva esprimere alcune
delle possibilità di una visione fuori della portata, in particolare,
e un corpo esteso, in generale, come una conseguenza dell’impatto culturale
dei sistemi di telecomunicazione” [18]. “ L’evento comunicativo
creato dalla telepresence art annullava le categorie polarizzate di "mittente" e "ricevente" e
ripristinava, in un rovesciamento senza precedenti, il significato primario
della parola tele-visione, dando pieni poteri al partecipante con l’abilità di
decidere che cosa e quando voleva vedere” [19].
Dal 1989 al 1996, Bennett costruì diverse versioni di Onitorrinco, creando
le condizioni pratiche per la sperimentazione. Ornitorrinco venne sperimentatato
per la prima volta l’11 gennaio 1990 (Ornitorrinco: experience 1), in un
collegamento tra Rio de Janeiro, Brasile, e Chicago. Da Rio de Janeiro Kac controllò attraverso
una connessione telefonica il telerobot posto all’interno di un ambiente,
appositamente creato, del Dipartimento di Elettronica alla Scuola dell’Istituto
d’Arte di Chicago, dove si trovava Ed Bennett.
Ornitorrinco in Copacabana, un collegamento tra due luoghi distanti a
Chicago, fu presentato al Siggraph ’92 Art Show, a Chicago (26-31
luglio 1992). Una stazione pubblica di telepresenza, formata da un
telefono senza la cornetta
e un monitor video B&W, fu posta su una scrivania alla McCormick Place,
luogo del Convegno del Siggraph. Ornitorrinco fu collocato a circa 3 miglia
di distanza,
in un ambiente del Dipartimento di Elettronica alla Scuola dell’Istituto
d’Arte di Chicago. I partecipanti alla McCormick Place usarono una singola
linea telefonica, del tipo di quella usata per le comunicazioni interpersonali
private, e un video telefono per il controllo del movimento e per la retroazione
visiva. Quindi i partecipanti usavano una sola linea telefonica sia per trasmettere
i segnali del controllo del movimento sia per richiedere e ricevere nuove immagini.
In particolare, per quanto riguardava la visione il video segnale era trasmesso
a un video modem connesso alla linea telefonica. Nel Luogo 1 un altro modem
convertiva il segnale ancora in video per la visione.
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Uno dei concetti chiave era di provare ad andare
oltre il tradizionale modello lineare che definisce la comunicazione
come un inviare e un ricevere messaggi. […] volevo usare le
telecomunicazioni per creare un aperto contesto basato sull’esperienza
con esso. [...] Mentre uno sperimenta il lavoro, “diventa” questo
telerobot che chiamiamo Ornitorrinco [sperimenta una nuova identità],
guardando ad uno remoto spazio inventato, attraverso l’occhio
del robot. L’installazione Ornitorrinco in Copacabana fu realizzato
simultaneamente alla McCormick Place (Luogo 1) e nel Dipartimento
di Elettronica alla Scuola dell’Istituto d’Arte di Chicago
(Luogo 2), dove ho costruito un ambiente. I visitatori del SIGGRAPH
Art Show, che erano fisicamente presenti nel Luogo 1, navigarono
nel Luogo 2 [di cui non avevano alcuna conoscenza precedente] premendo
i tasti sul telefono nel Luogo 1. Questo permise loro di controllare
in tempo reale il telerobot Ornitorrinco [e il suo movimento nello
spazio]. Premere i tasti permette anche ai partecipanti di vedere
dove sono nell’ambiente creato nel Luogo 2. Poichè l’ambiente
era costruito secondo la scala di Ornitorrinco e non secondo quella
umana, una sensazione di stranezza era prodotta quando i partecipanti
provavano a collegare quello che vedevano, mentre navigavano attraverso
il Luogo 2, alle loro aspettative convenzionali dello spazio abitabile
da un uomo. [...] La questione era la soggettiva costruzione di uno
spazio immaginario nella mente di ogni partecipante basata sulle
sue decisioni mentre navigava nello spazio. [20] |
Questo evento venne definito dall’autore personal telepresence.
Questo spazio mentale variava da persona a persona; quindi ogni partecipante
creava
in tempo
reale un ambiente
immaginario personalizzato. L’opera diventava quindi un ponte tra gli
spazi reali e l’architettura mentale. “La Telepresence Art sarà caratterizzata
dalla creazione di mondi inventati popolati de creature immaginarie incarnate
in parti elettroniche. [...] creerà il contesto per il partecipante
di esplorare questi mondi non dalla scala umana, ma dalla prospettiva dei
loro abitanti” [21].
Le installazioni di telepresenza Ornitorrinco giocavano sul
dislocamento dei riferimenti geografici. Unendo nomi di esistenti aree
geografiche (es. Ornitorrinco
in Copacabana, Ornitorrinco in the Sahara), in molti dei quali
una larga percentuale
dei partecipanti non era mai stata, l’opera giocava sulle aspettative
culturali e sui preconcetti che derivavano in parte dai luoghi comuni circolati
nei media
e in parte dalla loro mancanza di conoscenza e di comprensione dei luoghi
e delle culture stranieri. Il luogo remoto dove il partecipante era telepresente
poteva
o non poteva avere elementi che facevano riferimento a quel luogo nominato
nel titolo. Il problema affrontato era quello dell’”immagine-che-ora-diventa-luogo” [22],
nel senso che il partecipante esperiva l’immagine non come un segno,
ma come un luogo.
Ornitorrinco on the Moon fu presentato il 28 maggio 1993, tra la Scuola
dell’Istituto
d’Arte di Chicago e il Kunstlerhaus (Graz, Austria), nel contesto della
mostra austriaca “Beyond Borders”. Questa installazione aggiungeva
il suono in tempo reale e si svolse attraverso l’Oceano Atlantico. Una
stazione pubblica di telepresenza fu posta al Kunstlerhaus. Ornitorrinco era
in un ambiente nel Dipartimento di Elettronica alla Scuola dell’Istituto
d’Arte di Chicago. I partecipanti al Kunstlerhaus usarono una singola linea
telefonica e un videotelefono per il controllo del movimento e per la retroazione
visiva e auricolare in tempo reale. La Luna in questa installazione non era il
satellite terrestre ma un’immagine tra altre immagini, dove i partecipanti
si muovevano, incontrando elementi di sorpresa, scoprendo spazi non esplorati
prima. Questa esplorazione creava una “cartografia soggettiva” basata
sulle immagini raccolte in tempo reale lungo il percorso, immagini percepite
attraverso una singola linea telefonica.
Dopo numerosi esperimenti riusciti per tutto il 1994, Ornitorrinco
in Eden fu presentato pubblicamente su Internet per circa cinque
ore il 23 ottobre
1994,
in un evento di telepresenza in rete, la prima opera d’arte telerobotica
su Internet che integrò simultaneamente tutti questi elementi: co-esistenza
in spazi virtuali e reali, navigazione telerobotica, sincronicità di
azioni, controllo remoto in tempo reale, condivisione del corpo dei telerobot
e collaborazione
attraverso i network. C’erano due stazioni pubbliche di telepresenza:
una a Seattle (WA) e una a Lexington (KY) – Luogo A. Ornitorrinco si
trovava in un ambiente nel Dipartimento di Elettronica alla Scuola dell’Istituto
d’Arte di Chicago (IL) – Luogo B. Tutti e tre gli ambienti (Seattle,
Lexington, Chicago) furono collegati tramite una triplice video chiamata
per il controllo in tempo reale del movimento. Anonimi partecipanti a Lexington
e
a Seattle condivisero il controllo del “corpo” di Ornitorrinco simultaneamente.
Tutti e tre gli ambienti erano inoltre connessi ad Internet tramite Cu-SeeMe,
software di videoconferenza sviluppato dalla Cornell University nel 1992.
Un Cu-SeeMe Reflector [23] a Lexington ritrasmetteva in tutto il
mondo i costanti cambiamenti
di punto di vista di Ornitorrinco. In questo caso il tasto 5 fu
usato solo per fermare il telerobot, poiché le immagini video provenivano
in
tempo reale via Internet. Quindi quest’opera consisteva in tre nodi
di attiva partecipazione e nodi multipli di osservazione su scala mondiale.
Gli spettatori dalle diverse
città americane e da molti paesi (incluso Finlandia, Canada, Germania
e Irlanda) andavano in rete e potevano esperire lo spazio a Chicago dal punto
di vista di Ornitorrinco (che era guidato da anonimi partecipanti
a Lexington e a Seattle). Il principale tema visivo di questa installazione
era l’obsolescenza
dei media una volta percepiti come innovativi e la loro presenza nel nostro
paesaggio tecnologico. Quest’opera era un commento diretto sull’ambiente “usa
e getta” in cui viviamo, fatto di prodotti che diventano obsoleti più velocemente
di quanto gli utenti capiscano e padroneggino la loro funzionalità.
Furono usate delle luci teatrali per accrescere l’esperienza visiva
e per controllare la proiezione di ombre in aree specifiche dell’installazione.
Dei piccoli oggetti furono posizionati in punti strategici nello spazio,
tra cui sfere di
plastica che furono realmente spinte dal telerobot, un oggetto circolare
che pendeva dal soffitto e si muoveva in modi imprevedibili, un piccolo robot
immobile
con occhi scintillanti (un ventilatore) e uno specchio che permetteva ai
partecipanti di “vedere se stessi” come il telerobot Ornitorrinco.
Oggetti come questi dotarono gli spettatori di incontri sorprendenti lungo
il percorso della
loro eplorazione dello spazio e aiutarono a comunicare l’atmosfera
suggerita da questo “teleparadiso di obsolescenza” [24].
Uno dei principali problemi sollevati da quest’opera era il bisogno
culturale per un più diretto senso di spazio condiviso e di reciproca
presenza in ambienti remoti collegati alla rete, virtuali o altro. Oggi
centinaia di utenti
della Rete, per esempio, rimangono completamente inconsapevoli della presenza
degli altri nello stesso server. Di conseguenza tecnologie che sono state
create per promuovere l’interazione sociale rimangono sviluppate
e utilizzate come tecnologie che conservano lo stesso isolamento sociale
caratterizzante la
televisione. Nel nuovo contesto interattivo e partecipativo creato da questa
installazione di telepresenza su Internet, vi era la reciproca consapevolezza
da parte dei partecipanti di condividere il corpo del telerobot Ornitorrinco.
In questa esperienza mediata condivisa essi dovevano cooperare per permettere
la navigazione nello spazio remoto. Con Ornitorrinco lo spazio elettronico
veniva trasformato in un mezzo per l’azione. Ornitorrinco in Eden ha
prodotto una nuova forma di arte interattiva: ha creato “un contesto
in cui anonimi partecipanti percepiscono che è solo attraverso la
loro esperienza condivisa e la loro collaborazione non gerarchica che poco
a poco, quasi immagine dopo
immagine, viene costruita una nuova realtà. In questa nuova realtà,
le distanze spazio-temporali sono irrilevanti, gli spazi virtuali e reali
diventano equivalenti e le barriere linguistiche possono essere temporaneamente
rimosse
a favore di una esperienza comune” [25].
Il 5 ottobre 1996, Eduardo Kac e Ed Bennett parteciparono alla IV Biennale
di San Pietroburgo in Russia con un evento dialogico di telepresenza intitolato
Ornitorrinco in the Sahara. Realizzato in un’area pubblica
di un edificio in centro a Chicago, la Scuola dell’Istituto d’Arte,
l’evento
consisteva fondamentalmente di tre nodi che collegavano in tempo reale il
sito in centro al Museo della Storia di San Pietroburgo e alla Aldo
Castillo Gallery
a Chicago. Questo evento era basato sull’uso di due linee telefoniche
separate. Una linea telefonica collegava il Museo della Storia di San Pietroburgo,
a San
Pietroburgo, al Dipartimento di Arte e Tecnologia alla Scuola dell’Istituto
d’Arte di Chicago (SAIC). Una seconda linea collegava il SAIC alla
Aldo Castillo Gallery a Chicago. Dmitry Shubin, uno dei direttori della Biennale
di
San Pietroburgo, usò un videotelefono in bianco e nero per controllare
(dal Museo della Storia di San Pietroburgo) il radio telerobot Ornitorrinco (alla
Scuola a Chicago) e per ricevere una retroazione (una sequenza di immagini
video fisse) dal punto di vista del telerobot. Nello stesso momento, il corpo
di Kac
fu avvolto da un abito interattivo di telepresenza collegato alla rete, The
Telepresence Garment (Figg.3 e 4) [26], un corpo umano robotizzato convertito
in un ospite.

Fig.3
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Fig.4
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Il telerobot Ornitorrinco e il
teleborg interagiscono mentre sono simultaneamente
controllati remotamente dalla Biennale di San Pietroburgo e dalla Aldo Castillo
Gallery |
Il corpo umano, trasformato in uno zombie cieco, quasi
sordo e muto, immobilizzato
dall’abito senza maniche - come un cyborg – uno zomborg, fu
controllato, attraverso solo una connessione telefonica, dall’artista
e storico dell’arte
Simone Osthoff, che sperimentò l’empatica cecità telematica
dalla Aldo Castillo Gallery. Con questo abito il soggetto umano fu convertito
in un oggetto umano, diventando un condotto diretto dai comandi dell’operatore
remoto. I segnali video a colori dallo zomborg furono trasmessi in tempo
reale in un altro spazio alla Scuola dell’Istituto d’Arte di
Chicago, permettendo agli spettatori lì presenti, sorpresi e inconsapevoli
della situazione, di vedere l’esperienza dialogica in tempo reale
dal punto di vista dello zomborg. I partecipanti da San Pietroburgo si
ritrovavano
nel corpo di Ornitorrinco al SAIC. Quelli dalla Aldo Castillo
Gallery si ritrovavano nel corpo umano contenuto dal Telepresence Garment,
un abito interattivo collegato alla rete, al SAIC.
I partecipanti remoti negoziarono la loro reciproca presenza in un terzo
spazio tramite corpi telerobotici (da San Pietroburgo) e teleumani (dalla
Aldo Castillo
Gallery). Anche in questa installazione di telepresenza, come in quelle
precedenti di Kac e Bennett, si esplorava il concetto di dislocamento geografico.
Senza
mai lasciare Chicago, il telerobot Ornitorrinco andò nell’inospitale
Sahara, un luogo visitato da pochi in opposizione allo spazio pubblico
di un edificio nel centro in una delle più grandi città americane. “Il
senso di isolamento, come il nomadismo, trasmesso dal deserto africano,
furono tradotti nell’esperienza telenomadica di soggetti remoti ed
echeggiata dal mio completo senso di isolamento come un ospite della volontà di
qualcun’altro” [27].
Ornitorrinco, the Webot, travels around the world in eighty nanoseconds
going from Turkey to Peru and back, (Figg.5 e 6) un’installazione
di telepresenza sul Web, fu creata per la mostra Metamachines: Where
is the Body?,
curata da Päivi Talasmaa, Erkki Huhtamo e Perttu Rastas, alla Otso
Gallery, ad Espoo, Finlandia (19 ottobre-10 novembre, 1996). La logica
hard-wired [28] di
Ornitorrinco fu sostituita con un controllore programmabile per
permettergli di ospitare comportamenti multipli. Una stazione di telepresenza
fu posta
al primo piano della Otso Gallery. Ornitorrinco, the Webot era
controllato in tempo
reale da uno spazio remoto nella galleria tramite un’interfaccia
Netscape. Gli spettatori si ritrovavano nel corpo di Ornitorrinco attraverso
un web browser
con una retroazione di immagini video a colori a 30 fotogrammi al secondo.
Le immagini fisse dal punto di vista del webot erano automaticamente catturate
e caricate
in rete da un server posto in un altro spazio nella galleria. Il browser
fu usato anche per il controllo del movimento. Nel seminterrato della galleria
il telerobot
condivideva un nido con due tacchini, Phil e Phoebe, con i quali interagiva.
Deridendo la metafora dell’“autostrada dell’informazione”,
il nido era decorato da segni contradditori. Per rivelare le contraddizioni
inerenti
al networking, ogni movimento fatto al primo piano (che era offline) risultò in
immagini che erano di fatto immediatamente caricate sul Web. Percependo
se stessi come soggetti in stabile controllo al primo piano, i partecipanti
diventarono
oggetti di contemplazione quando scesero nel seminterrato e provarono a
interagire con i tacchini e il telerobot dietro un vetro. Nel seminterrato
i partecipanti
erano osservati da chi era nel corpo del telerobot in quel momento, dai
tacchini e da quelli che stavano visitando il sito web dell’installazione.

Fig.5
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Fig.6
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Top
2. Rara Avis [29]
Il lavoro di Kac spesso giustappose “forme di vita” organiche
e artificiali all’interno di una situazione di telepresenza. Un
esempio di questa opera ibrida è Rara Avis (28 giugno-24
agosto 1996) [30] un’installazione
interattiva di telepresenza in rete nella quale partecipanti locali e remoti
esperirono una grande uccelliera con trenta uccelli dal punto di vista
di un macao telerobotico (Figg.9 e 10), opera creata con la direzione
tecnica di Ed
Bennett per la mostra Out of Bounds: New Work by Eight Southeast
Artists realizzata
tra il 28 giugno e il 24 agosto, 1996, al Nexus Contemporary Art Center,
ad Atlanta, e online (collegamento tramite tre protocolli: CU-SeeMe,
il Web e il MBone-multicast
backbone) come parte dell’Olympic Arts Festival. In Rara Avis,
di fronte alla grande uccelliera il partecipante trovò una cuffia
per la realtà virtuale.
All’interno della gabbia si notava un forte contrasto tra i trenta
uccelli volanti (fringuelli zebrati, che sono molto piccoli e per lo più grigi)
e il grande macao tropicale (Fig.8), il più imponente nell’uccelliera,
che era appollaiato e immobile. Solo la sua testa si muoveva. Infatti questo
uccello tropicale era un telerobot, chiamato Macowl poichè i suoi
occhi erano posti frontalmente sulla testa, come nel caso di un gufo. Lo
spettatore,
mentre indossava la cuffia, era trasportato all’interno dell’uccelliera
e la percepiva dal punto di vista del Macowl e poteva osservare se stesso
in questa situazione dal punto di vista del macao i cui occhi erano due
videocamere
a colori miniaturizzate CCD (Fig.7).
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Fig.9, vista dall’esterno della gabbia
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Fig.10, la prospettiva del macao
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Quando lo spettatore, ora un partecipante,
muoveva la sua testa a destra o a sinistra, la testa del Macowl telerobotico
si muoveva di conseguenza grazie ad un servomotore controllato da un
PC che riceveva informazioni direzionali dalla cuffia della realtà virtuale.
Uno schermo nella galleria permetteva a più di una persona nello
spazio di vedere l’attuale punto di vista del Macowl, non tridimensionalmente
ma l’immagine
ripresa da un solo “occhio”. L’installazione fu permanentemente
connessa ad Internet e la trasmissione video dal punto di vista dell’uccello
telerobotico vi fu trasmessa in tempo reale [31]. Attraverso la Rete
i partecipanti remoti osservarono lo spazio della galleria dal punto
di
vista del Macowl
telerobotico, condividendone il corpo con i partecipanti locali e usarono
i loro microfoni
per avviare l’apparato vocale del macao telerobotico udito nella
galleria. Il corpo del Macowl telerobotico fu condiviso in tempo reale
dai partecipanti
locali e quelli di Internet su scala mondiale. I suoni nello spazio,
di solito una combinazione tra voci umane e canti degli uccelli, tornavano
indietro verso
i remoti partecipanti su Internet. Permettendo al partecipante locale
di
essere allo stesso tempo indirettamente all’interno e fisicamente
all’esterno
della gabbia, questa installazione creò una metafora che rivelò come
la nuove tecnologie di comunicazione permettono di cancellare i limiti
tra punti di vista, corpi e luoghi nello stesso momento in cui li riaffermano.
L’opera
affontava i problemi dell’identità e dell’alterità,
proiettando lo spettatore all’interno del corpo di un uccello raro
che non era l’unico della sua specie nell’uccelliera ma era
anche ben diverso dagli altri uccelli per le dimensioni, il colore e
il comportamento.
L’installazione può essere vista come una
critica del concetto problematico di “esoticismo”, un concetto
che rivela più della
relatività dei
contesti e della limitata consapevolezza dell’ossevatore che non
dello status culturale dell’oggetto di osservazione. L’immagine
del “diverso”,
dell’”altro”, incarnata dal Macowl telerobotico, fu
rappresentata dal fatto che il partecipante adottò temporaneamente
il punto di vista dell’uccello raro. Quest’opera creò un
sistema di reciproca dipendenza, nel quale i partecipanti locali, gli
animali,
un telerobot e i partecipanti
remoti interagirono senza una guida diretta, un controllo o un intervento
esterno. Mentre l’installazione combinò entità fisiche
e non, unì il
fenomeno percettivo immediato con un’accresciuta consapevolezza
di quello che ci influenza ma è visivamente assente, fisicamente
remoto.
I partecipanti locali e quelli on-line esperirono lo spazio in modi differenti
e complessi. La topologia di Rara Avis [32] fu attentamente
progettata per esporre il divario sociale implicito nello sviluppo tecnologico.
Poiché la trasmissione
video, dal punto di vista del Macowl (vista come da un partecipante locale)
uscì dallo
spazio di Atlanta per entrare in Internet, un occhio fu digitalizzato
in bianco e nero (con il software Cu-SeeMe, freeware) mentre
l’altro
fu digitalizzato a colori (con il prodotto commerciale Enhanced
Cu-SeeMe).
Mentre chiunque con l’accesso
ad Internet poteva scaricare il freeware e participare nella componente
interattiva dell’opera, la piena partecipazione a colori era
accessibile solo a quelli che avevano già acquistato la versione
commerciale del freeware. Le immagini in bianco e nero furono successivamente
e automaticamente caricate al sito Web
di Rara Avis, dove diventarono anche più accessibili
- poiché oggi più persone hanno accesso al Web che non
alla videoconferenza su Internet. La trasmissione a colori fu deviata
al Mbone, la zona multicasting
della Rete,
a cui può accedere solo un piccolo gruppo di persone. Quelli che
non avevano l’accesso ai media più potenti videro lo spazio
di Atlanta in bianco e nero, a velocità che dipendevano dal software,
dall’hardware e
dalla connettività a loro disponibile. Quelli con l’accesso
alle più nuove tecnologie poterono esperire lo spazio diversamente,
a colori e a una velocità di immagini che rifletteva la potenza
dell’elaborazione
e l’ampiezza di banda a loro disponibile. Nella sua dispersione
geografica, Rara Avis non fu mai intenzionalmente la stessa per i partecipanti
remoti o locali
e per gli spettatori in tutto il mondo, la sua percezione dipendeva dal
tipo di accesso che avevano. Questo chiaramente suggerì che il
mediascape - l’ambiente altamente tecnologico in cui viviamo -
modula e definisce la nostra percezione di realtà, ci fa capire
le ineguaglianze promosse dall tecnologia e, quel che più conta,
che la realtà è negoziazione
e che non è mai la stessa per tutti.
Top
3. Darker than Night
Darker than Night [33] fu esposto dal 17 giugno al 7 luglio,
1999 in una caverna di pipistrelli al Giardino Zoologico Blijdorp a Rotterdam,
nel
contesto
della mostra Fables of a Technological Era curata da Antoinette
te Paske e Nathalie Houtermans. Questa opera di telepresenza esplorava
l’interfaccia
uomo-robot-animale e la telepresenza come un mezzo di relazioni mediate
di empatia. I partecipanti, un pipistrello telerobot (batbot)
(Fig.11) e più di 300
Pipistrelli Egiziani (Fig.12) condivisero una caverna al Giardino Zoologico
Blijdorp a Rotterdam (Fig.13), e diventarono consapevoli della loro reciproca
presenza
attraverso le emissioni sonar e le conversioni della frequenza. Nel luogo
della mostra i partecipanti stavano fuori osservando all’interno
della buia caverna dove il batbot esplorava continuamente lo spazio con
le sue emissioni ultrasoniche.
Il batbot, l’elemento centrale dell’installazione, conteneva
una piccola unità sonar all’interno della sua testa, un
convertitore di frequenza, chiamato "bat detector", per trasformare
i segnali ecolocalizzatori ad alta frequenza del pipistrello in suoni
udibili dall’orecchio umano,
e un collo motorizzato che permetteva alla sua testa di ruotare. L’unità sonar
scansionava lo spazio a 45KHz ed era collegata a un computer che raccoglieva
i dati e forniva un’emissione video ai partecipanti. Attraverso
il batbot, un mezzo di telepresenza, i partecipanti entrarono all’interno
della caverna tramite una cuffia per la realtà virtuale. Lo sguardo
dell'osservatore venne trasformato nel punto di vista del sonar del batbot
(Fig.14). L’osservatore
vedeva una serie di punti bianchi in movimento in tempo reale su uno
sfondo nero (il display degli ultrasuoni del batbot). I punti bianchi
rappresentavano gli
ostacoli (i pipistrelli in volo entro il raggio d’azione del batbot
in quel momento) incontrati dal sonar del batbot (il grande punto bianco
al centro).
Poiché i pipistrelli volavano nello spazio della caverna, i punti
bianchi cambiavano costantemente. Quest’opera portò tutti
i partecipanti insieme a favorire un’esperienza dialogica tra diverse
specie (Fig.15). Il comportamento e il “biosonar” dei pipistrelli
egiziani nella caverna influenzò i partecipanti, mentre il comportamento
e il sonar telerobotico dei partecipanti nel “corpo” del
batbot influenzò i pipistrelli
egiziani. Tutti diventarono consapevoli della loro reciproca presenza
e delle loro azioni dal momento che potevano sentirsi e seguire le tracce
degli altri.
Darker Than Night, indagine sulle relazioni tra l’auto-percezione
di sé e
l'esperienza di percepire e capire gli altri (intesi come organismi che
vivono utilizzando strumentazioni di sussistenza e percezione differenti
da quelli umani),
enfatizzò le barriere che proibiscono a ogni individuo di muoversi
oltre la propria esperienza autoriflessiva.

Fig.11
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Fig.12
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Fig.13
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Fig.14
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Fig. 15
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Top
4. Uirapuru
Kac continuò l’esplorazione di un collegamento tra
gli ambienti naturali e virtuali in un contesto molto diverso nell’installazione
interattiva di telepresenza Uirapuru [34] che fu esposta dal
15 ottobre al 28 novembre 1999, in occasione della Biennale all’InterCommunication
Center (ICC) di Tokyo. Uirapuru è il nome di un
uccello reale del Rio delle Amazzoni che canta solo una volta all’anno
mentre costruisce il suo nido e di una creatura mitica. Secondo la leggenda,
il canto dell’Uirapuru è così bello che tutti gli
altri uccelli smettono di cantare per ascoltarlo. In un’altra versione
della leggenda, un uomo viene trasformato dopo la sua morte in un Uirapuru.
Sia nella leggenda che nella realtà Uirapuru è un simbolo
di bellezza eterea. Con l’opera interattiva di telepresenza Uirapuru,
Kac creò una propria versione della leggenda. Uirapuru era un
pesce volante (Fig.16) che si librava sopra la foresta, cantando e portando
buona fortuna ai suoi abitanti. Secondo la versione di Kac, Uirapuru
cantava quando ospitava gli spiriti di quelli che erano lontani. La foresta
era popolata da "pingbirds", creature fantastiche la cui melodia
oscillava secondo il ritmo del traffico globale della rete. Lo spirito
di Uirapuru era ospitato da un pesce virtuale che volava e interagiva
online in uno spazio virtuale con altri pesci virtuali. Kac reinventò il
doppio status di Uirapuru (animale reale e creatura mitica) attraverso
un’esperienza che era nello stesso tempo locale e remota, virtuale
e fisica. Il pesce telerobotico volante (Fig.17) era un dirigibile che
poteva essere controllato sia attraverso un'interfaccia locale sia attraverso
il Web. L’interfaccia locale era un oggetto a forma di pesce che
poteva essere maneggiato e mosso liberamente nello spazio (Fig.18). Quando
i partecipanti lo controllavano nella stazione di telepresenza, Uirapuru
si muoveva di conseguenza nella galleria. Dei sonar nella galleria seguivano
il movimento del pesce telerobotico nelle tre dimensioni e inviavano
i dati al server VRML multi-utente. Di conseguenza l’avatar di
Uirapuru (Fig.19) si muoveva nello spazio virtuale secondo il movimento
del pesce telerobotico nella galleria. L’audio (i canti di Uirapuru
e degli altri uccelli amazzonici) e il video dal suo punto di vista venivano
visti nella galleria e trasmessi in tempo reale sul web. Quando i partecipanti
remoti riuscivano ad entrare nel mondo multi-utente VRML (Fig.19) sceglievano
un avatar e potevano interagire con l’avatar di Uirapuru (quando
questo accadeva il pesce telerobotico “cantava” il vero canto
di Uirapuru nella galleria e online) oltre che con gli altri avatar dei
partecipanti remoti direttamente nel mondo virtuale e anche attraverso
una chat (Fig.20). Un’interfaccia VRML locale (Fig.18) nella galleria
permetteva inoltre al partecipante di far volare il suo avatar nel mondo
virtuale, interagendo con gli altri pesci avatar attraverso il movimento.

Fig.16
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Fig.17
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Fig.18
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Fig.19
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Fig.20
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Il pesce telerobotico era sospeso sopra la piccola foresta
popolata dai "pingbirds" (Fig.21),
uccelli telerobotici che controllavano il ritmo di Internet verso e da server
nella regione amazzonica inviando comandi di acuto suono metallico a un server
nella regione amazzonica. I "pingbirds" cantavano le canzoni dei
veri uccelli dell’Amazzonia in risposta al ritmo del traffico globale
di Internet. Maggiore era il traffico in Internet più spesso cantavano
gli uccelli telerobotici (Fig.22).
 
Fig.21
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Fig.22
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Fig.23
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Fig.25
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Fig.24
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Uirapuru unì la realtà virtuale con la
telepresenza su Internet. La realtà virtuale offrì ai partecipanti
uno spazio digitale multi-utente che poteva essere esperito visualmente
e
nel quale ognuno poteva
agire, in questo caso la foresta VRML popolata da sei pesci volanti. La telepresenza
fornì l’accesso e un punto di entrata a un ambiente fisico remoto,
in questo caso la “foresta amazzonica” (Fig.23). Questa foresta
consisteva di più di venti alberi artificiali, in cima ai quali erano
appollaiati i pingbirds colorati. Il flusso initerrotto di informazioni di
Internet era espresso nella galleria attraverso le melodie dei pingbirds. C’erano
tre distinte aree nella foresta fisica (Fig.24). Un’area (a sinistra)
mostrava il video in tempo reale dal punto di vista del pesce volante permettendo
ai partecipanti di cambiare il volo di Uirapuru in tempo reale al di sopra
della foresta. L’interfaccia web al pesce volante con la trasmissione
dell’audio e del video era disponibile anche online. Un’altra area
(a destra) aveva un’interfaccia VRML (disponibile anche in Internet)
e mostrava il mondo condiviso in 3D, l’equivalente virtuale dell’ambiente
fisico, permettendo ai partecipanti di vedere gli altri avatar e di muoversi
nella foresta vituale. Dei sonar nello spazio fisico mandavano dati tridimensionali
al server VRML, permettendo a un avatar del pesce volante di volare nello spazio
virtuale secondo l’effettivo volo del pesce reale. La terza area si trovava
in fondo: lungo un sentiero, nascosta nella foresta, si trovava una panchina
(Fig.25) dove i visitatori locali potevano riposarsi ed ascoltare i canti di
Uirapuru e dei pingbirds amazzonici. Mentre si sedevano, vedevano il pesce
volante contro uno sfondo blu luminoso. Il blu richiamava allo stesso tempo
il cielo sopra gli alberi e l’acqua, l’ambiente del pesce.
Top
Note
17) http://www.ekac.org/ornitorrincoM.html [back]
18) Eduardo Kac, "Ornitorrinco: Exploring Telepresence
and Remote Sensing," scritto
nel 1990 e originariamente pubblicato in Leonardo, Vol. 24, No.2, 1991, p.
233. http://www.ekac.org/ornitorrinco.abstract.html [back]
19) Eduardo Kac, "Telepresence Art", originariamente
pubblicato in Teleskulptur 3, R. Kriesche e P. Hoffman,
Graz, Austria, Kulturdata, 1993, pp.
48-72. http://www.ekac.org/Telepresence.art._94.html [back]
20) Eduardo Kac, "Towards Telepresence Art",
originariamente pubblicato in Interface, Vol. 4, No. 2, Novembre 1992,
Advanced Computing
Center for
the Arts
and Design, The Ohio State University, 1992, pp. 2-4. http://www.ekac.org/towards.html [back]
21) Ibidem. [back]
22) Ibidem. [back]
23) Software sviluppato dalla Cornell University per
ri-trasmettere l’informazione
audio e video in arrivo ai partecipanti di una videoconferenza. [back]
24) Eduardo. Kac, "Ornitorrinco and Rara Avis:
Telepresence Art on the Internet," originariamente
pubblicato in Leonardo, Vol. 29, N. 5, 1996, pp. 389-400, con
un’appendice
tecnica di Ed Bennett. http://www.ekac.org/ornitrara.html [back]
25) Ibidem. [back]
26) http://www.holonet.khm.de/ekac/TelepGarm.html [back]
27) Eduardo Kac, “Ornitorrinco in the Sahara”,
originariamente pubblicato in Leonardo Electronic Almanac, Volume
4, Numero 11, Novembre
1996, MIT
Press, http://www.ekac.org/sahara2.html [back]
28) Circuito di controllo che usa chips piuttosto che
un microprocessore. [back]
29) http://www.ekac.org/interactive.html [back]
30) http://www.holonet.khm.de/ekac/raraavis.html. Eduardo.
Kac, "Ornitorrinco and Rara Avis:
Telepresence Art on the Internet," originariamente
pubblicato in Leonardo, Vol. 29, N. 5, 1996, pp. 389-400, con
un’appendice
tecnica di Ed Bennett. http://www.ekac.org/ornitrara.html [back]
31) http://www.holonet.khm.de/ekac/raradiagram.html [back]
32) http://www.holonet.khm.de/ekac/topology.html [back]
33) http://www.holonet.khm.de/ekac/darker.html [back]
34) http://www.holonet.khm.de/ekac/uirapuru.html [back]
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