| Le comunità virtuali
in Internet |
|
|
Le comunità virtuali in Internet
1. Telegarden
Tra i primi progetti telerobotici su Internet troviamo
Telegarden (1995-2004) [35]
di Ken Goldberg [36] e Joseph Santarromana
(con la collaborazione di un'équipe). Telegarden (Fig.26)
fu sviluppato all’University of Southern California e andò online
nel giugno 1995. Nel settembre 1996 fu spostato all’Ars Electronica
Center a Linz in Austria dove rimase online fino all’agosto 2004.
Attualmente è conservato all’Ars Electronica Museum (Figg.30
e 31). Questa installazione telerobotica, una potente metafora delle
comunità virtuali, permetteva agli utenti del Web di vedere e
interagire con un piccolo giardino remoto riempito di piante. I membri
della comunità potevano piantare, innaffiare e controllare il
progresso delle piantine appena nate dai semi attraverso i movimenti
di un braccio robotico industriale controllato attraverso il sito web.
Telegarden enfatizzò esplicitamente l’aspetto della
comunità invitando
la persone di tutto il mondo a coltivare collettivamente un piccolo ecosistema
la cui sopravvivenza dipendeva quindi da un remoto lavoro in rete. Telegarden trascendeva
la continuità spaziale e temporale che è caratteristica
della vita nomadica (o dell’agricoltura in generale). La comunità in
questo caso era una comunità “post-nomadica”, che
viaggiava senza un percorso prestabilito e viveva colletivamente in un
luogo non fisicamente presente nello stesso posto nello stesso momento [37]. “Telegarden crea
un giardino fisico come un ambiente che rappresenta l’interazione
sociale e la comunità nello
spazio virtuale. Telegarden è una metafora della cura e
del nutrimento di una delicata ecologia sociale della rete” (Randall
Packer, San Jose Museum of Art, aprile 1998). “...Seminare un singolo
seme, invisibile e intatto a migliaia di miglia di distanza può sembrare
meccanico, ma produce un apprezzamento Zen per l’atto fondamentale
della crescita” (Warren
Schultz, Garden Design, dicembre/gennaio 1996).
Telegarden era un progetto comunitario dove gli utenti interagivano non
solo con il giardino ma anche tra di loro. Il progetto fu infatti creato
per forzare la possibilità dell’interazione sul web usando
opzioni su misura per l’utente, aree per le chat, film sullo sviluppo
del giardino, videocamere web, ecc. Il precursore di questa installazione,
Mercury Project (1994-95), fu il primo che permise agli utenti del Web
di manipolare un ambiente remoto: un robot industriale rendeva possibile
lo scavo remoto di un sito archeologico ricoperto di sabbia attraverso
un soffio d’aria che rivelava i manufatti sepolti. Dopo aver visto
questo progetto Joseph Santarromana fu affascinato da questa possibilità di
telepresenza e insieme a Ken Goldberg decise di aggiungere un elemento
organico al Web, creando un luogo dove le persone potevano tornare per
nutrire le loro piante in un luogo dove la navigazione è la norma.
Gli obiettivi principali di questo progetto erano: integrare elementi
organici, naturali con i robot, così che alcune parti erano stabili
ed altre crescevano, cambiavano e morivano; creare un’opera d’arte
che univa la bellezza naturale e la tecnologia e un esperimento nella
comunità elettronica in cui i navigatori del Web potevano incontrarsi
e interagire tra di loro e con un ambiente reale. Telegarden voleva essere
un luogo dove le persone potevano esperire la presenza elettronica di
altri mentre perseguivano un obiettivo comune, quello di prendersi cura
delle piante, provando a ridurre così la sensazione di solitudine
che si accompagna alla navigazione sul Web, e creando una comunità virtuale.
Gli utenti di Telegarden si presero cura collettivamente di un giardino
usando un remoto robot industriale Adept, dotato di sensori interni e
una videocamera, per compiere semplici richieste come annaffiare, piantare
e guardare il giardino. Agli utenti veniva presentata una semplice interfaccia
che mostrava il giardino da una veduta dall’alto, da una veduta
globale e composita (Fig.27) e una veduta informativa utile alla navigazione
nella forma di un robot schematico (una veduta dall’alto del giardino
circolare con il braccio robotico nella sua corrente configurazione:
Fig.28 a sinistra). Cliccando su una di queste immagini si comandava
al robot di muoversi verso un luogo nuovo o uno relativo a dove si era.
Il robot, dopo aver completato il movimento, inviava una nuova immagine
fissa del giardino (Fig.28 a destra). In questo modo si poteva esplorare
remotamente l’intero giardino usando dei semplici click del mouse.
A causa della velocità e della molteplicità del robot più di
un utente poteva essere all’interno del giardino nello stesso momento
e agire. Di conseguenza il robot non poteva rimanere fermo in uno stesso
punto per più di un secondo e se c’erano molte persone all’interno
del sito che stavano usando il robot, diminuiva il tempo di reazione.
Inoltre, usando uno speciale comando, si poteva vedere non solo chi si
trovava all’interno del giardino ma anche dove (Fig.29). Si poteva
comunicare con questi altri membri o entrare nella “piazza del
villaggio”, una chat pubblica dove le persone all’interno
del giardino potevano discutere. Per annaffiare il giardino gli utenti
allineavano l’immagine video sopra la sezione di giardino da annaffiare
e premevano il tasto “Water”, comandando al robot di rilasciare
un piccolo spruzzo d’acqua su quell’area. Per piantare un
seme bisognava trovare prima un punto del giardino relativamente vuoto
e poi premere il tasto “Plant”, comandando al robot di scavare
un piccolo buco nel terreno, aspirare un seme, attraverso un ago aspirante
estraibile, dal contenitore dei semi e depositarlo nella buca precedentemente
scavata (Figg.32 e 33). Tutti potevano osservare il giardino come ospiti
ma il diritto di piantare e annaffiare era concesso a quelli che condividevano
il loro indirizzo email con gli altri membri della comunità. Ogni
membro poteva ricevere un seme da piantare (per un numero massimo di
tre) solo quando aveva usato il giardino ed aveva dimostrato la sua dedizione.
Per piantare un seme bisognava aver fatto almeno 100 richieste al sistema
(annaffiare, movimento, chattare, ecc.) e si doveva essere un membro
da più di una settimana. Per il secondo seme si doveva aver fatto
500 richieste ed essere un membro da due settimane. Per il terzo e ultimo
seme si doveva aver fatto 1000 richieste ed essere un membro da tre settimane.
In questo modo si riduceva il numero degli utenti casuali che entravano
nel sito, piantavano un seme e non tornavano più a curarlo. Quando
il giardino diventava affollato dopo molti mesi d’uso le piante
venivano tolte, il terreno veniva cambiato e il giardino ripartiva da
capo.

Fig. 26
|

Fig. 27
|

Fig 28
|

Fig. 29 Diagramma a sinistra: le aree blu indicano l’acqua
nel giardino, i punti verdi mostrano le posizioni delle piante
e il quadrato
rosso con il nome indica la posizione di un altro “telegiardiniere”.
Istantanea del giardino a destra: i punti verdi che appaiono con
i nomi indicano la posizione dei semi piantati da quei “telegiardinieri”
|

Fig.30
|

Fig.31
|

Fig.32
|

Fig. 33
|
Una citazione di Telegarden di Ken Goldberg (l’annaffiamento
di una piccola
pianta) si ritrova nell’opera di telepresenza via web attiva solo sporadicamente
per il controllo e l’interazione a distanza con un microcosmo di oggetti,
Screen (2003) [38] dell’artista canadese Brad Todd [39], che si
interessò dell’uso
di tecnologie digitali per animare oggetti fisici e tableaux su Internet e in
ambienti reali (Fig.34).

Fig 34
Una costruzione telerobotica aperta faceva da cornice
ai contenuti interattivi e non, disposti all'interno secondo un'armonica
disposizione di forme e significati. Una suddivisione d'ambienti separava
i servomeccanismi
robotici che controllavano gli eventi visibili in un microteatro, un mondo
essenziale dove convivevano quattro elementi enigmatici controllati
tramite una manipolazione
remota: l'annaffiamento di una piccola pianta - sostentamento di una vita
- e di un piccolo pezzo di pane che a sua volta generava muffa, creando
così un
minuscolo ecosistema vitale - creazione di una vita -, il controllo di
piccoli fili simili a quelli per stendere la biancheria, che muovevano
le ali di una
farfalla in una direzione e una vecchia foto di un aeroplano dall'altra,
e il controllo di una piccola macchina da disegno che trascriveva
cerchi interminabilmente
su uno dei muri della scatola. Un microcosmo popolato da altri oggetti
accostati, come su uno scaffale, un assemblaggio di oggetti quotidiani
dalla dislocazione
fisica ignota e quindi a tutti gli effetti 'virtuale'. La costruzione era
il risultato di un’azione a distanza da parte di un utente,
un’anonima
telepresenza che entrava nell’universo della scatola composta di
strati consecutivi riguardanti eventi emblematici della vita e di riferimenti
alla virtualità e
alla realtà. Da un ambiente remoto, Todd usò lo spazio condensato
dello schermo del computer per presentare una collezione di manufatti e
di ricordi, souvenir (un libro minuscolo firmato da Timothy Quay - The
Brother Quay -, Mon
Cinè 186, una rivista di cinema da Parigi, 1925, con René Wilde,
nipote di Oscar Wilde, sulla copertina, un cristallo dalla piramide a Teotihuacàn,
nello scomparto più angusto in tante scatole di fiammiferi: una
pietra dalla cripta di Oscar Wilde, una foglia dalla tomba di Gerard de
Nerval, Les Fleurs
du Mal dalla tomba di Baudelaire, una rosa dal caminetto di Rembrandt,
un pezzo dello scrittoio di Baudelaire dalla casa di sua madre in Honfleur,
una pietra
dalla tomba di Méliès, fogliame dal sepolcro di Nadar, un fiore
dalla tomba di François Truffaut, un pezzo di tomba di Man Ray,
una piuma dalla casa di Gustava Moreau, schegge di legno dalla casa di
Joseph Cornell) contenuti
tutti in una scatola che ricordava le opere dell’artista Joseph Cornell.
Con il ritardo inerente alla trasmissione dei dati, quest’opera richiamava
anche i primi esperimenti del cinema con la sua temporalità frammentata,
progettando concetti di “sviluppo” con una sensibilità surrealista
e un’innata abilità di memoria nel richiamare una disordinata
rete di segni e simboli. L’opera era vista e controllata simultaneamente
tramite l'interfaccia di una pagina web ed era anche accresciuta da un
elemento performativo
che consisteva in una manipolazione in tempo reale di immagini e di elementi
audio della trasmissione audio/video - un’esperienza solitaria in
un tempo determinato, in cui una sola persona controllava a distanza diversi
elementi
robotici - tramite LiveChannel, un software per la trasmissione video che
permetteva di mescolare tra spezzoni archiviati, la trasmissione in tempo
reale ed elementi
audio (live o archiviati). Durante lo screening, la trasmissione veniva
manipolata con immagini e video che accrescevano il contenuto introducendo
elementi che
completavano l’idea della griglia e della scatola come alveari, costruzioni
industriali, scatole di Cornell, reticoli modernisti, segmenti del cinema
degli albori, ecc..
Top
2. Teleporting An Unknown State
Questioni simili a quelle sollevate da Telegarden si ritrovano
in Teleporting
An Unknown State (1994-96) [40], un’installazione biotelematica
interattiva di Kac che realizzò il concetto di netlife o
di vita che dipende dall’attività in
rete per la sua sopravvivenza (Fig.35). Fu un collegamento tra il Contemporary
Art Center, a New Orleans, e Internet, parte di "The Bridge",
il Siggraph '96 Art Show (4 agosto-9 agosto, 1996). Una versione web [41]
di quest’opera,
che permetteva ai partecipanti online di inviare la luce da otto aree del
mondo a un singolo seme piantato in una galleria, fu commissionato dal
centro culturale
Kibla, a Maribor, Slovenia nel 1998. Fu presentata simultaneamente a Kibla
e su Internet dal 24 ottobre al 7 novembre, 1998 (Fig.36). Una nuova versione
Web
(2001) [42] viaggiò come parte della mostra itinerante Telematic
Connections: The Virtual Embrace, organizzata e diffusa dall’ Independent
Curators International (ICI), New York, e curata da Steve Dietz (Fig.37).

Fig. 35
|

Fig. 36
|

Fig. 37 Schermata che mostra la luce da Isummerit (Groenlandia)
proiettata sulla pianta
nell’Austin Museum of Art Austin, Texas (10 Novembre, 2001; 12:14 pm CST)
|
In questa installazione la reale fotosintesi e la crescita di un essere
vivente avviene attraverso Internet, che diventa un sistema che permette
la sopravvivenza.
In una stanza buia un piedistallo con della terra servì da vivaio
per un singolo seme piantato il 22 luglio 1996. Attraverso un video proiettore
sospeso
al di sopra del piedistallo, i partecipanti remoti di tutto il mondo inviarono
la luce del sole via Internet per permettere a questo seme di compiere
la fotosintesi e di crescere nel buio totale. Essi furono invitati a puntare
le loro videocamere
verso il cielo e trasmettere i fotoni al luogo dell’installazione.
La luce dal cielo di molti paesi intorno al mondo giunse insieme nello
spazio per aiutare
la crescita e lo sviluppo di una singola forma di vita. Il cono di luce
fu proiettato attraverso un foro circolare nel soffitto. La circolarità del
foro e la lente circolare del proiettore evocavano il sole, che irrompette
nel buio e proiettò sul
terreno fertile la luce trasmessa in tempo reale via Internet. La fotosintesi
dipendeva da una remota azione collettiva di anonimi partecipanti. L’azione
e la responsabilità collaborative attraverso la rete furono essenziali
per la sopravvivenza di questo organismo. La nascita (la germinazione),
la crescita e la morte su Internet formò un orizzonte di possibilità che
rivelò come
dei partecipanti contribuirono dinamicamente a quest’opera.
Il teletrasporto attraverso la vidoeconferenza in Internet diventava
un processo di spostamento remoto di particelle di luce e la trasmissione
remota di immagini
video era sconnessa dal contenuto rappresentazionale e ridotta a un fenomeno
ottico che permetteva e sosteneva la vita biologica (e non artificiale)
e la crescita nel luogo dell’installazione. In questo contesto emergeva un nuovo
senso di comunità e di responsibilità collettiva senza lo scambio
di un singolo messaggio verbale. Attraverso l’azione collaborativa di anonimi
individui intorno al mondo, dei fotoni provenienti da paesi e città lontane
erano teletrasportati nella galleria e erano usati per dare vita a una
piccola e fragile pianta.
Il lento processo di crescita della pianta fu trasmesso in tempo reale
in tutto il mondo via Internet per tutta la durata della mostra. Lo schermo
del computer
fu dematerializzato e proiettato direttamente sul letto di terra in una
stanza buia, permettendo il contatto fisico diretto tra il seme e il flusso
fotonico.
Top
Note
35) http://www.usc.edu/dept/garden e http://www.ieor.berkeley.edu/-goldberg/garden/Ars/;
Telegarden Official Archive: http://www.telegarden.org/tg/; Telegarden Info
Page from 1996: Introduction, http://web.archive.org/web/19980203215401/telegarden.aec.at/cgi-bin/gard-custom/html/intro.html;
Frequently Asked Question, http://web.archive.org/web/19981203015012/telegarden.aec.at/cgi-bin/knapsack/html/FAQ.html [back]
36) Ulteriori informazioni sull’artista e su
altri suoi progetti telematici
si trovano sul sito http://www.ken.goldberg.net
[back]
37) Christiane Paul, Digital Art, London, Thames&Hudson,
2003, p. 155. [back]
38) http://www.mobilegaze.com/screen/ e http://www.neural.it/nnews/screentelepresence.htm [back]
39) http://www.mobilegaze.com/. Ulteriori informazioni
sull’artista
e su altri suoi progetti telematici, tra cui Alt+delete (2002) e Chair
de poule (2003),
si trovano sulla rivista online Rhizome, http://www.rhizome.org/ [back]
40) http://www.holonet.khm.de/ekac/teleporting.html [back]
41) http://www.holonet.khm.de/ekac/teleportweb.html [back]
42) Teleporting an Unknown State - Modular
Web version: http://www.holonet.khm.de/ekac/teleptrvl.html [back]
|