|
Gli strumenti dell'interazione
Incontro fra la "bio-logica" e la "new-techno-logica"
di Alessandra Voltan
Testo in pdf (149 Kb)
Premessa
La nostra epoca, e particolarmente il XX° sec. cioè
il secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle, si sta affermando
in maniera sempre più lampante come un periodo di strabiliante
mutamento che si caratterizza per profondità e ampiezza
degli effetti e per radicalità e velocità delle
innovazioni.
Trovarsi nel ruolo di protagonisti di questo grande cambiamento,
quali siamo anche noi stessi, rende molto più arduo dare
una visione obiettiva della situazione, valutando ciò che
ci sembra più importante o significativo e cercando di
prendere le distanze dalle emozioni di entusiasmo o condanna che
il contatto quotidiano con la molteplicità dei fatti suscita
nei nostri animi.
Mi sembra comunque evidente che gli sviluppi tecnologici più
recenti costituiscano sicuramente i trampolini di lancio ed i
mezzi di supporto di questo rapido innovamento: l'elettricità
e l'elettronica, le comunicazioni e la produzione industriale,
dominano i settori più all'avanguardia della nostra civiltà.
E' anche vero però che, accanto a questa tecnologizzazione
capillare delle nostre vite, si sta delineando una seconda corrente,
forse meno evidente, che va in senso opposto (anche se non in
senso contrario, come sarà mio scopo dimostrare).
Questo trend va nella direzione dell'uomo e delle sue componenti
fondamentali quali le sensazioni fisiche ed emotive e la comunicazione:
ecco quindi il diffondersi delle bio-tecnologie e delle discipline
psico-fisiche, della simulazione sensoriale e dei corsi di comunicazione,
che pongono di nuovo alla ribalta quello che comunque resta il
referente base anche della tecnologia e cioè l'uomo.
Queste due logiche, apparentemente simmetriche, sono nella realtà
talmente integrate ed interconnesse da renderci non solo difficile
distinguerle ma evidente quanto queste due direzioni possano puntare
ad un medesimo fine.
Nelle prossime pagine cercherò di compiere una breve ricognizione
di questi due versanti della nostra quotidianità portandoli
a confronto in alcuni settori della nostra cultura e produzione
che più manifestatamente li rappresentano e che meglio
li integrano.
Lo spazio materiale e strumentale
Spesso tendiamo a non avere più la consapevolezza di quanto
la dimensione tecnologica e artificiale sia stata interiorizzata
nelle nostre abitudini: sicuramente la maggior parte di noi se
in questo momento desse uno sguardo intorno a sé (e probabilmente
anche su di sé) potrebbe scoprire ed improvvisamente prendere
coscienza con stupore di quanta parte di ciò che lo circonda
derivi da processi tecnologici. Oggetti, utensili, supporti, costruzioni,
veicoli, mezzi di comunicazioni, ... forse l'elenco sarebbe veramente
troppo lungo ma ci mostrerebbe come la mole di questa dimensione
materiale sia tale e talmente presente nella nostra esistenza
da essere ormai vissuta come una natura seconda che ci precede
e condiziona, che ormai ha invaso tutti i settori del nostro mondo
e soprattutto della quale non possiamo più fare a meno.
Perché?
Perché questo legame indistricabile e forse difficilmente
reversibile?
Probabilmente ci sfugge un postulato che sta alla base dell'esistenza
della tecnologia e cioè che essa non è altro che
la concretizzazione delle nostre idee e dei nostri bisogni: non
solo, la produzione e l'utilizzo di "utensili" pare
essere una delle caratteristiche distintive dell'uomo. Questa
peculiarità umana è stata brillantemente messa in
evidenza dagli studiosi del nostro secolo sotto il concetto di
protesi: esse sono potenziamenti extra-organici del nostro
apparato fisiologico naturale (percettivo e cognitivo, comunicativo
e nervoso).
Sono state ad esempio distinte in protesi sostitutive cioè
che sostituiscono un organo mancante (ad es. un arto artificiale,
pace-maker,...), protesi estensive che prolungano l'azione naturale
del corpo (come una lente, un megafono,...), protesi magnificative
che compiono azioni impossibili per noi (un vaso, un fuso,...)
e protesi intrusive che possono accedere in luoghi a noi irraggiungibili
(ad es. le apparecchiature endoscopiche).
Ciò che caratterizza questi "pezzi aggiunti"
è il fatto di poterli dismettere e deporre dopo l'uso (nella
maggiorparte dei casi) e di poterne trasmettere la capacità
di produzione ed utilizzo alle generazioni future, ovviamente
non tramite via genetica (il cui aggiornamento richiede tempi
fuori dalla nostra portata) ma attraverso i codici culturali (gli
esseri umani si sono infatti dotati di prolungamenti extra-organici
della memoria come i testi scritti e di simboli che sono l'estensione
delle nostre idee). Inoltre, visto che certi animali sono anch'essi
capaci di realizzare "costruzioni" servendosi di materiali
assunti dall'ambiente (ad esempio i nidi costruiti dagli uccelli)
ciò che ulteriormente definisce l'abilità tecnologica
dell'uomo è la capacità di sviluppare nel corso
del tempo e quindi variare, migliorando, i propri strumenti.
Ma tornando al fatto che questi nostri potenziamenti extra-organici
rispondono alle necessità dell'uomo, non possiamo dimenticare
che ciò implica e quindi si lega strettamente alle esigenze
culturali degli individui che pensano, progettano e producono
qualcosa perché hanno bisogno di fare qualcosa d'altro.
In una società così culturalizzata come la nostra
emerge anche il problema di quanto questi nostri bisogni siano
reali o indotti ma ciò non toglie evidenza al fatto che
le esigenze di un uomo del 2000 siano molto diverse da quelle
di un uomo del '500 o dell'età della pietra: la dotazione
extra-organica si è altamente evoluta e studiosi come Marshall
McLuhan hanno dimostrato come sia possibile individuare cicli
o ere tecniche a cui corrispondono epoche culturali.
Quest'ultimo ha distinto infatti due ere principali: l'era
meccanica che è consistita sostanzialmente in una estensione
corporea in senso spaziale e l'era elettrica consistente
in una estensione corporea del sistema nervoso, inoltre ha diviso
i medium in caldi (estensioni di un unico senso ad alta definizione)
e freddi (estensioni a bassa definizione, sinestetiche e con maggiore
grado di partecipazione). McLuhan ci dà inoltre una definizione
di protesi come "autoamputazione" secondo cui la necessità
di estendere le parti del proprio organismo sottoposte a maggiore
stress porta all'amputazione delle loro funzioni mediante l'invenzione
di nuove tecnologie: ad esempio l'aumento del carico di lavoro
dei piedi ha portato all'invenzione della ruota e le troppe sollecitazioni
della nostra superficie corporea, cioè la pelle, hanno
portato allo sviluppo dell'abbigliamento, della casa, delle mura
della città, ecc... .
Questa intima derivazione corporea sembra quindi essere alla base
dell'impulso continuo all'utilizzo delle nostre estensioni: penso
che ognuno di noi, prestando un po' di attenzione a sé
stesso, possa riconoscere quell'eccitamento che un nuovo strumento
tecnologico suscita nel momento in cui ci offre la possibilità
di fare cose nuove prima impossibili e dandoci la sensazione di
una maggiorata potenza.
Ad ogni nuova protesi è inoltre collegata la necessità
di costruirne altre: ad esempio la ruota e di veicoli a ruote
hanno creato il bisogno di costruire le strade o la sedia, estensione
della schiena, ha portato alla creazione del tavolo. Ogni nuovo
oggetto richiede di essere corredato da altri (pensiamo ad esempio
ad un cellulare che richiede le batterie, il cavo di alimentazione,
la custodia, il viva-voce per l'automobile, ...) e soprattutto
necessita di una enorme mole di altri oggetti e strutture per
produrlo, distribuirlo e venderlo.
Tutto ciò, come vedremo più avanti, non può
non ridimensionare profondamente e continuamente la percezione
di noi stessi e dell'ambiente circostante.
E' anche vero che alcune sezioni della tecnologia (come ad esempio
quella necessaria alla produzione di molti oggetti di nostro uso)risulta
"tagliata fuori" dalla nostra esperienza (anche se resta
indirettamente presente)e fruiamo, ognuno secondo le proprie attività,
solamente di certi tratti della catena produttiva; ma vi sono
alcune tecnologie, quali ad esempio gli odierni mass-media, che
sono talmente pervasivi e globalizzanti da aver assunto una rilevanza
di portata generale e che ci coinvolge tutti.
Forse lo straordinario potenziamento di questi strumenti tecnologici
sta mandando in crisi il mito di un'umanità completamente
consapevole dei fini che si pone e capace di controllare il suo
progresso: dalla logica della trasformazione dell'ambiente ci
stiamo avvicinando alla logica della creazione grazie ad esempio
alla produzione di materiali sintetici, all'ingegneria genetica
e alle ricerche nel campo dell'Intelligenza Artificiale.
Questo insieme di artefatti non ci rende solamente più
efficaci nel nostro operare sull'ambiente ma ci aiuta anche nell'amplificare
la nostra conoscenza della realtà: il nostro corpo protesico
ha esteso il proprio raggio d'azione fino agli spazi extra-terrestri,
fino alle cavità più profonde del nostro globo ed
agli interstizi cellulari delle nostre viscere, rendendoci consapevoli
di entità e processi che i nostri sensi non sono capaci
di percepire.
Questo mondo così mediato ha creato un diaframma tecnologico
che tende ad allontanarci sempre più dal rapporto diretto
con la natura: il nostro corpo si è progressivamente unito
a quello culturale fino a confondersi uno nell'altro in una realtà
intermediaria. Inoltre, questo spazio materiale non solo si frappone
fra noi e il mondo, ma ci entra dentro modificandoci e abitandoci,
talora in maniera permanente, attraverso forme biocompatibili
(o questo è almeno il fine) come la chirurgia plastica,
l'impianto di organi artificiali, le protesi ortopediche, i by-pass
fino, per assurdo, ai cibi stessi che ingeriamo derivati da tecnologie
agricole o di allevamento e mutazioni genetiche.
Quasi illimitati sembrano quindi l'estensione ed il potenziale
tecnologico ma c'è un altro livello, costituito dalla nostra
fisicità e da quella dell'ambiente circostante, che sembra
restare un punto di partenza da cui è impossibile non prescindere.
La dimensione "bio-logica"
Definire questo ambito risulta paradossalmente più complesso
proprio per le motivazioni esposte precedentemente e cioè
la capillare diffusione della tecnologia in ogni ambito della
nostra vita. Ma per quanto mediato e culturalizzato sia diventato
il nostro vivere, bisogna tenere presente che il punto di partenza
resta l'uomo, referente di tutti gli apparati e substrati artificiali
e che, in base alle proprie facoltà o carenze genetiche,
ha sviluppato questo mondo di artefatti di cui si serve sempre
più voracemente. Proprio in quanto la tecnologia si presenta
come estensione e potenziamento delle capacità e degli
organi del corpo umano, mi sembra importante soffermarsi su questa
dimensione aprioristica, questo primum che è il nostro
organismo.
Concentrandomi quindi prevalentemente sulla "bio-logica"
dell'uomo, è importante cominciare distinguendo due dimensioni
fondamentali e cioè la sensibilità da una
parte e l'intelligenza dall'altra. Questi due aspetti, comunemente
identificati con il corpo il primo e con la mente il secondo,
sono così profondamente integrati ed indispensabili l'uno
all'altro da rendere la loro simbiosi un elemento fondante del
nostro agire. E' anche vero però che molti esseri viventi
sulla nostra terra sono dotati di apparati percettivi cioè
di organi sensibili al variare di determinati fattori ambientali
esterni: le reazioni ad essi connesse, che non possono essere
collegate al tipo di intelligenza che assegniamo all'uomo, ci
mostrano però come i sensi possano essere identificati
come il primo livello di interazione col mondo.
L'automaticità con cui percepiamo gli stimoli ci fa apparire
tali operazioni talmente facili da giudicarle estremamente "elementari":
in realtà la psicologia ci ha dimostrato come la capacità
senso-motoria sia primaria rispetto a quella simbolica, sviluppatasi
molto prima nell'evoluzione umana e indispensabile all'affermarsi
conseguente della razionalità. Come può infatti
svilupparsi l'intelligenza di un individuo senza che il corpo
gli fornisca le informazioni dell'ambiente esterno?
Una significativa conferma dell'importanza della sfera sensoriale
ci è stata data dalla robotica e cioè la disciplina
all'interno della quale si cerca, direi emblematicamente all'interno
di questo discorso, di riprodurre artificialmente l'essere umano.
Perché un robot sia capace di agire correttamente nell'ambiente,
è necessario che sia in grado di muoversi, percepire gli
stimoli esterni e modificare il proprio comportamento in base
ai dati che gli giungono, insomma, compiere tutte quelle attività
psico-senso-motorie che a noi sembrano così facili. In
realtà l'applicazione a queste "macchine" ha
dimostrato la complessità di questa capacità: se
da una parte esistono computer con intelligenze di grado molto
superiore rispetto a quella dell'uomo, dall'altra i migliori robot
riescono ad eseguire al massimo compiti manuali un milione di
volte più semplici di quelli che un essere umano qualunque
fa normalmente. Anche i computer digitali più veloci si
sono dimostrati troppo lenti nel percorrere i livelli dei loro
programmi per riprodurre la velocità della percezione biologica:
gli entusiasmi iniziali si sono dovuti un po' placare di fronte
alle difficoltà che ci sono per far spostare un cubo da
un robot rispetto a quelle per far compiere calcoli di grado elevatissimo
ad un computer.
Non dobbiamo inoltre dimenticare che il cervello umano usa anche
l'esperienza del passato e le previsioni per il futuro per potenziare
i dati sensoriali, sviluppando così le aree associative
della corteccia cerebrale (sistema del linguaggio, pianificazione
delle azioni, ...) .
La sensibilità è una questione su cui vorrei quindi
soffermarmi in modo particolare dato che sarà il fulcro
del confronto con le nuove tecnologie nel prossimo capitolo.
Anche se ormai un po' scontato il paragone tra i nostri sensi
e le finestre di una casa sembra essere il più idoneo a
fornire un'immagine della funzione di collegamento che essi svolgono
fra "ambiente interno" ed "ambiente esterno".
Il flusso di stimoli che giunge attraverso questi canali viene
organizzato nello spazio mentale dove le cose acquistano spessore
e realtà e si correlano con le esperienze passate.
La percezione è plurisensoriale ed è il filtro primario
attraverso cui il cervello, isolato nella propria oscurità,
entra in contatto con ciò che ci circonda. Questa modalità
di esperire è così comune e costante nella nostra
vita da farci dimenticare che in realtà le sensazioni sono
eventi privati e soggettivi che sperimentiamo singolarmente ma
per i quali è possibile ipotizzare una certa similarità
fra gli individui vista la somiglianza di molte descrizioni di
fronte agli stessi stimoli.
Un meccanismo di primaria importanza (una bio-logica fondamentale
dell'individuo) è il concetto di sinestesia, termine derivato
dal greco synaisthesis che significa "percezione simultanea".
La profonda interazione che esiste fra i vari sensi nell'organizzare
le informazioni ci permette di considerare le varie sensazioni
che producono come differenti aspetti di uno stesso mondo di oggetti
e tale fitto sovrapporsi e interrelarsi di stimoli risulta di
particolare importanza quando uno dei sensi viene a mancare evidenziando
la non-monodirezionalità delle informazioni sensoriali:
vi sono infatti "collaborazioni" altamente sviluppate
come ad esempio la sinergia fra l'olfatto ed il gusto (grazie
al simile funzionamento fisiologico possiamo infatti intuire un
sapore attraverso un odore) o fra udito, tatto e vista (possiamo
infatti intuire attraverso un suono il materiale di un oggetto
senza vederlo o toccarlo) .
Questi insiemi di percezioni, inoltre, si combinano con le nostre
conoscenze precedenti e qui riappare il legame con la sfera cognitiva:
quando consideriamo un oggetto, infatti, non esaminiamo solo le
sue qualità chimico-energetiche ma anche la sua funzione,
il suo contesto ed una serie di altri fattori che trascendono
la sua capacità di stimolare i nostri organi recettori:
di fronte a informazioni incomplete o a dati imprecisi possiamo
inoltre intuire e ricostruire con una certa affidabilità
le parti mancanti.
All'interno di questa "bio-logica" dell'essere umano
vorrei soffermarmi ancora su alcune dimensioni particolarmente
importanti nel rapporto con le nuove tecnologie.
Nel capitolo precedente ho spesso riferito la produzione tecnologica
alla soddisfazione di bisogni o scopi: queste necessità
cui gli oggetti di cui ci circondiamo danno la possibilità
di essere espletate, hanno una base psicologica che va sotto il
nome di motivazione. E' evidente che buona parte del comportamento
umano è guidata da scopi: le ragioni che appaiono dirigere
il nostro comportamento sono dette "motivi" ed i risultati
verso cui le nostre azioni sembrano dirette sono chiamati "obiettivi".
Questo apparentemente semplice processo, nasconde in realtà
una estremamente complessa rete di meccanismi strettamente legata
a fattori genetici, culturali ed individuali. Innanzitutto gli
stessi comportamenti possono essere coerenti con motivi molto
differenti, inoltre, la gente può non essere del tutto
consapevole delle ragioni soggiacenti alle proprie azioni (Sigmund
Freud ha posto al centro della sua teoria della motivazione umana
i motivi inconsci).
E' evidente che vi è una serie di bisogni biologici fondamentali
come la fame, la sete o la sessualità, che condividiamo
con gli animali, tuttavia, anche le attività indotte da
questi ultimi, possono essere fortemente influenzate dall'apprendimento,
cioè da fattori ambientali e culturali. Sostanzialmente,
i motivi che sembrano essere innati vengono chiamati "motivi
primari" mentre quelli connessi solo indirettamente ai bisogni
biologici e che sembrano essere il prodotto di condizionamento
o apprendimento, sono detti "motivi secondari". Vi sono
inoltre bisogni, come ad esempio il desiderio di denaro o la motivazione
alla competenza e alla riuscita, che sono associati con un numero
talmente grande di scopi differenti da essere identificati come
"motivi funzionalmente autonomi".
Alla questione delle motivazioni è associata un'altra sfera
fondamentale della nostra esistenza che è quella delle
emozioni: questo è un argomento talmente vasto e
ricco di teorie (spesso piuttosto differenti) che non è
il caso di sollevarlo in questo contesto ma è sicuramente
bene ricordare come la reazione emotiva (che si esprime sempre
su tre livelli: fisiologico, espressivo e cognitivo) sia strettamente
intrecciata alla sfera motivazionale. Il termine emozione deriva
fra l'altro dal francese "émotion" o "émouvoir"
che significa "mettere in moto": la dimensione del movimento
emozionale pone sicuramente le sue ragioni nella motivazione.
Vorrei concludere questa ricognizione sulle "bio-logiche",
che in questo ambito vogliono significare i meccanismi fondamentali
dell'agire umano, prestando attenzione ad un altro elemento fondamentale
del nostro vivere che è la comunicazione: il suo
potenziamento tecnologico ha assunto un tale rilievo nella nostra
epoca (detta anche "era della comunicazione") che credo
sia opportuno soffermarsi un attimo sulle sue dinamiche di base
.
Quali sono le componenti fondamentali di un "atto comunicativo"?
Secondo un modello largamente condiviso, sono essenziali almeno
sei fattori: l'emittente, cioè chi produce il messaggio,
un codice, che è il sistema di riferimento in base al quale
il messaggio viene prodotto, un messaggio che è l'informazione
trasmessa e prodotta secondo le regole del codice, un contesto
in cui il messaggio è inserito e a cui si riferisce; un
canale, cioè un mezzo fisico-ambientale che rende possibile
la trasmissione del messaggio ed un ricevente (o ascoltatore)
che è colui che riceve e interpreta il messaggio. Ovviamente,
ognuna di queste componenti è soggetta a molteplici variazioni
(diversi codici, diversi canali, diversi contesti, ...) ma fondamentalmente
la comunicazione resta un processo che consiste nel trasmettere
o nel far circolare delle informazioni.
Dobbiamo ricordare inoltre che il messaggio è recepito
come portatore di un significato ed è generalmente guidato
da scopi (ideazioni, sociali,...) e che, dove c'è interazione,
ci dovrebbe essere cooperazione nell'attuare o portare avanti
la comunicazione e la relazione tra mittente e ricevente dovrebbe
essere bilaterale e reversibile, nel senso che ciascun partner
dovrebbe presentare, almeno virtualmente, la possibilità
di assumere anche il ruolo dell'altro.
Lo spazio dell'interazione
Dopo aver sommariamente analizzato queste due polarità
fondamentali della nostra esistenza che sono la dimensione biologica
e quella tecnologica, credo si possa ora cercare di affrontare
alcuni dei momenti di contatto fra queste due realtà.
Posta la sostanziale opposizione fra queste due dimensioni, vorrei
far emergere ora i reciproci adattamenti: quanto la tecnologia
va verso le qualità organiche naturali e quanto l'essere
umano modifica la percezione del sé e dell'ambiente esterno
in rapporto ai nuovi strumenti offerti dalla tecnica?
Come primo concetto da ricordare vorrei parlare del termine, oggi
sempre più diffuso nei nostri discorsi, "interfaccia":
partendo dal contenitore di tutti i nostri significati correnti
che è il vocabolario, vediamo che con questo termine si
intende, in senso generale, tutto ciò che costituisce un
collegamento, un punto di contatto fra due diverse entità.
"Interfaccia" deriva infatti dall'inglese interface,
cioè superficie tra due spazi di cui costituisce la connessione;
oltre al nostro corpo, prima interfaccia costante del nostro agire,
potremmo annoverare come immediati esempi di superficie e controllo
di strumenti tecnologici uno sportello Bancomat, il cruscotto
della nostra automobile, le manopole del forno, il frontalino
di un'autoradio, ecc... .
Data la mole della presenza tecnologica che abbiamo messo in evidenza
precedentemente, il continuo interagire con oggetti non naturali
equivale a condizionare in maniera sempre diversa il nostro rapporto
con l'ambiente: se il nostro fisico ha mantenuto pressoché
invariati i suoi processi fisiologici, le capacità percettive
hanno dovuto percorrere un intenso iter di adattamento e l'intera
concezione che abbiamo di noi stessi si è plasmata in nuove
forme, estendendosi e confrontandosi con nuove esperienze della
realtà. Se ogni nuova tecnologia rappresenta l'estensione
di una diversa parte del nostro corpo, l'utilizzo di una particolare
categoria di queste protesi rappresenterà l'intensificazione
o inibizione di determinati aspetti percettivi, fisici e cognitivi
di noi stessi: questa flessibilità si attua grazie all'adeguamento
neurobiologico del nostro sistema nervoso all'ambiente mentre
l'uso delle tecnologie ci educa organizzando il nostro pensiero
e la nostra sensibilità.
Un fondamentale contributo a queste riflessioni, nonché
impressionante per l'acutezza delle sue intuizioni, torna ad essere
il lavoro di Marshall McLuhan sui media, emblemi della rivoluzione
tecnologica che ha avuto inizio nel XX° sec. .
Egli mette innanzitutto in evidenza come il contenuto di una tecnologia
non abbia alcuna rilevanza rispetto alle caratteristiche dello
strumento: è evidente che la grossa differenza nel leggere
un brano della Divina Commedia sul testo originale o su una pagina
web non deriva certo dalle parole in essa contenute ma dalla profonda
diversità di fruire il testo attraverso due dimensioni
tecnologiche assolutamente distanti. Il messaggio di un medium
o di una tecnologia risiede nel mutamento delle proporzioni, dei
ritmi e degli schemi introdotti nei rapporti umani: questi effetti
riescono ad alterare in maniera subliminale e senza resistenze
le nostre strutture percettive molto più che le nostre
opinioni o concetti.
Ricollegandoci al concetto di autoamputazione citato precedentemente,
McLuhan collega il fascino che l'uomo prova per le proprie estensioni
al mito di Narciso: dal greco narcosi che significa torpore, egli
scambiò la propria immagine riflessa per un'altra persona,
attutendo le sue percezioni e rendendolo servo della sua immagine
estesa. Ogni tecnologia provoca un mutamento di equilibrio dell'intero
campo dei sensi mentre l'uomo si fa servo delle proprie estensioni
che lo ricambiano con i loro servizi.
Cosa dire quindi dell'epoca contemporanea basata sull'elettricità,
estensione corporea del sistema nervoso?
Essa aspira alla totalità, all'empatia e alla globalità
abolendo il senso del tempo e dello spazio: questa qualità
di istantaneità provoca una nuova consapevolezza che non
si basa più su connessioni lineari ma sulle configurazioni
in profondità.
Essa è quindi anche estensione tecnologica della conoscenza
che si basa sullo spostamento e l'acquisizione di informazioni:
l'elettricità non estende ma sopprime la dimensione spaziale
offrendoci la possibilità di partecipare simultaneamente
alle esperienze di altri, molto lontani da noi, senza spostarci
(partendo dal telegrafo alla radio, al telefono, alla televisione,
a Internet e la tecnologia satellitare). Pensiamo come ad esempio
la tecnologia radiomobile (i nostri amati telefonini) non solo
ci permette di comunicare indipendentemente dalla distanza del
nostro interlocutore ma anche indipendentemente dalla nostra posizione,
non più legata ad un luogo di ricezione ma, appunto, mobile;
possiamo parlare con altri ovunque siano e comunque ci stiamo
muovendo: la localizzazione e la distanza hanno perso qualsiasi
valore, il concetto di campo e totalità hanno preso il
sopravvento.
La stessa percezione del proprio sé è passata dalle
proporzioni umane secondo la regola di Vitruvio tipicamente conchiusa,
geometrica e rinascimentale a una concezione più estesa,
diffusa, processuale, immateriale: in un mondo elettronico, multimediale
e multidimensionale la realtà è sempre più
dominata dalle superfici, dai sistemi di relazione, dai flussi
informativi e dagli ambienti simulati al computer.
Tutto sembra rarefarsi, perdere profondità e tendere alla
bidimensionalità, alla superficie come supporto di ogni
informazione, all'assottigliamento (basti pensare a tutta l'elettronica
"ultrapiatta"): la realtà, più che fisica,
diventa informatica come del resto è la natura del nostro
sistema nervoso che con le nuove tecnologie abbiamo esteso.
a) Il design industriale
Ma se fino ad ora è emersa soprattutto la potenza che la
tecnologia ha su di noi, vorrei ora invertire la prospettiva cercando
di vedere come, specialmente in questi ultimi tempi, lo spazio
materiale e strumentale stia assumendo caratteristiche più
"biomorfe" e "biocompatibili", rivolte ad
un'interazione più "naturale" e piacevole con
gli oggetti che ci circondano.
Concordando penso quasi unanimemente che l'ottica su cui
si basa il film "Tempi moderni" con Charlie Chaplin
è uscita dalla nostra concezione del mondo, superando quella
paura della macchina appartenente alla prima era industriale,
vorrei passare ad un discorso su "l'uomo servo della tecnologia"
ad un discorso sulla "tecnologia al servizio dell'uomo":
nonostante queste due logiche siano probabilmente indivisibili,
mi vorrei ora concentrare su quei settori in cui la qualità
del prodotto è funzione delle esigenze corporee.
Passando dalla paladina di queste scienze che è la medicina,
possiamo ricordare la cosmesi, il fitness, le discipline psico-fisiche,
l'alimentazione biologica, ecc... tutti campi in cui la tecnologia
si pone come fine il nostro benessere "dalle ciglia... all'intestino"
come potrebbe dire uno slogan simile a quello di un ipermercato!
Desidererei però partire da un elemento base dell'interazione
che è, in termini generali, l'oggetto: dall'avvento dell'era
industriale esso ha dovuto cominciare a commisurarsi con le logiche
della nuova produzione presentandosi anch'esso, inizialmente,
come risultato di una logica tecnologica e non certo "umana".
Trovo però di particolare interesse notare come oggi lo
sviluppo del design stia trasferendo nella progettazione
dell'oggetto industriale una serie di parametri biologici grazie
soprattutto alla liberalizzazione della creatività e dell'estetica
al suo interno, elementi base dell'arte evidentemente non anestetici
e quindi portatori di valori legati ai sensi.
C'è una tradizione, a questo proposito, che nasce a metà
degli anni settanta e prende il nome di "design primario":
con esso viene a terminare la centralità del concetto di
"correttezza strutturale", intesa come equilibrio tra
forma, struttura e funzione, per spostare l'attenzione su nuove
qualità (chiamate soft) quali il colore, la luce, il micro-clima,
gli odori, la musica, ecc... . Ciò che diviene importante
è la percezione fisica ed il consumo corporeo degli oggetti
e dell'ambiente: la fruizione dello spazio (ricordiamo come da
sempre l'architettura sia stata anche definita come "natura
seconda") si riavvicina ad un tipo di esperienza pre-rinascimentale
dove una chiesa romanica, per esempio, è caratterizzata
anche da qualità non prettamente architettoniche, come
la luce, gli odori, il silenzio, la sensazione di fresco, ecc...
.
Un emblematico studio in questa direzione sono le cosiddette "analisi
del vuoto" di Wittgenstein il quale disegnò dei diagrammi
che non erano altro che le piante di stanze nelle quali, ad ogni
fattore sensoriale, corrispondeva un simbolo grafico (puntini,
tratteggi, ...) evidenziando le aree più calde, meno luminose,
più rumorose, ecc ... .
Da questo rinnovato interesse per la sensibilità corporea
sono poi discese linee di ricerca specializzate come l'ergonomia
della luce (da ricordare le tende a luce controllata "Fisiolight",
filtri attivi delle caratteristiche colorimetriche del raggio
solare), il design del colore (fra cui la nascita del catalogo
annuale Colordinamo) ed il textile design (progettazione di fibre
o materiali realizzati ponendo particolare attenzione alla qualità
tattile delle superfici).
Questa nemesi di qualità sensoriali come il tatto o l'olfatto
dopo secoli di egemonia di vista e udito, trovo stia caratterizzando
in maniera significativa molti aspetti della nostra epoca: oggi,
inoltre, l'oggetto si sta presentando con ulteriori nuovi parametri
che potremmo definire emozionali come l'ironia, la curiosità,
la sorpresa, la simpatia e le associazioni ad essi connesse possono
assumere così l'aspetto di legami affettivi con i propri
utensili (un oggetto morbido "fa tenerezza", uno profumato
richiama il suo referente naturale,...). Le forme, inoltre, non
fanno che confermarci la tendenza verso un bio-morfismo basato
sulla curva, sulle rotondità, nell'andamento avvolgente
delle linee: ci basti pensare a come l'ergonomia e la qualistica
stanno cambiando, per esempio, gli interni delle nostre auto,
ricchi di superfici nuove e piacevoli al tatto, di particolari
colorati, di forme che ci avvolgono come un "abbraccio"
tecnologico.
A questo proposito vorrei aprire una piccola sezione dedicata
all'esposizione "Essere benessere" tenutasi presso la
Triennale di Milano dall'11 aprile all'11 maggio 2000: essa è
stata allestita grazie all'intervento dei maggiori progettisti
di oggi, simulando una "grande casa" con 26 stanze ognuna
delle quali sviluppa un aspetto del benessere fisico-sensoriale
in rapporto agli oggetti e all'ambiente: l'udito da salvare dall'inquinamento
acustico, la vista da salvare dall'inquinamento luminoso, l'olfatto
da salvare dall'inquinamento dell'aria, il tatto da gratificare
col contatto di materiali e finiture sempre più comunicativi.
Vorrei qui di seguito riportare alcuni concetti espressi dai progettisti
tratti dal sito Internet http://www.mondadori.com./interni/essere/index.html
-A. Mendini: "...i nostri progetti, gli oggetti, gli arredi,
i cibi, i programmi, i materiali cercano soluzioni armoniche,...
ci viene in mente che il mondo fa parte dell'universo mistico,
non è un semplice utensile..."
-Massimo Iosa Ghini, per Bonaldo: "...La cultura ecologica
e naturale, dopo aver seguito le strade del benessere in innumerevoli
modi, lavorando sui materiali, sulle tecniche di costruzione,
sull'avvicinamento ad altri modi di vivere lo spazio, può
oggi porsi in maniera chiara il problema della forma, che non
appartiene solo all'estetica, ma esprime le ragioni tecniche della
antropometria e dell'ergonomia. Questo progetto simbolico contiene
un'indicazione precisa, che si inserisce nella grande ricerca
che ha come tema le strutture biologiche, le forme della vita,
lo stesso sentiero percorso da Van De Velde, Gaudì, Nervi,
Mollino, Panton al quale lo spazio è dedicato; quei sentieri
oggi esplorati dalla bionica che si conferma tra le nuove guide
della progettazione... All'interno di uno spazio organico morbido
e luminoso, che potrebbe essere l'interno di un corpo di una foresta,
di una montagna, si "muove" una linea fluida, una pianta
simbolo e segno di ogni forma vivente..."
-Zengiaro, per Ariston: "...gestire intelligentemente consumi...La
casa della domotica: il computer gestisce i consumi degli elettrodomestici;
segnala anomalie di funzionamento e scarica pratici consigli di
cottura. Tutta la casa dialoga e ci permette più tempo
da dedicare a noi stessi e agli altri...."
-C. de Bevilacqua, per Artemide: "...La luce non illumina
soltanto le forme e gli spazi ma genera emozioni colpendo con
intensità i nostri sensi e risvegliando in noi risonanze
profonde... Il tono della luce può agire in modo ergotropico
o isotropico all'interno di un "cromoambiente" luminoso
dove si producono stimoli dif- ferenti combinando valori percettivi,
culturali e terapeutici..."
-M. Sousa Santos, per Centro Portuguese de Design: "...L'obiettivo
è esplorare, dal punto di vista sensoriale e tecnologico,
la natura e la proprietà dei tessili applicati agli oggetti
e agli arredi. La nostra pelle costituisce un'interfaccia intelligente
tra la mente e la percezione materiale della natura e la conoscenza
sensibile del mondo. I ricordi sensoriali ci insegnano a reagire
ai materiali e ad elencarli come categorie percettive e affettive.
Fino a oggi i tessili sono stati la riproduzione artificiale della
pelle umana e, in quanto tali, il suo "gemello artificiale"
naturale nel mondo materiale. Quando indossiamo dei vestiti, ci
sediamo su un divano o facciamo l'amore la nostra pelle è
il mezzo di comunicazione attraverso il quale proviamo stati emotivi
di piacere o sensazioni tattili spiacevoli. I tessili sono stati
ampiamente utilizzati come metafora della "pelle perfetta"
alla ricerca di prodotti più confortevoli..."
-G. Ceppi e L. Gafforio, per Albatros: "...P(oo)lse è
una metafora della nostra condizione di sospensione infinita,
di galleggiamento continuo tra il reale e il virtuale, tra i flussi
di informazione e la sensazione di essere ovunque e in nessun
luogo contemporaneamente. Il nostro corpo galleggia, sospeso,
poiché la nostra relazione con il mondo non è più
frontale e retinica ma totale e dermica. Noi siamo una collezione
di processi separati ed eterogenei, corpi alla ricerca del proprio
liquid self, della modificazione del sé dei media, nelle
immagini televisive, nelle proiezioni satellitari.... Solo una
continua capacità intellettuale di adattamento, una flessibilità
emotiva totale, una fluidodinamica del sé ci permettono
di esistere ed essere quindi un corpo.
b) Le new-technologies
Desidero infine terminare questa analisi sul rapporto tra "tecno-logica"
e "bio-logica" ricordando ancora qualcuna delle importanti
rinnovate relazioni che si sono create fra le new-technologies
e l'esperienza umana.
Innanzitutto vorrei ricordare la comunicazione pubblicitaria
diffusa tramite il mezzo televisivo: essa è sicuramente
uno dei settori più avanzati della nostra sperimentazione
artistica, culturale e comunicativa. In accordo con ciò
che ha affermato McLuhan, credo che nessun gruppo di sociologi
valga un team di pubblicitari nella raccolta, elaborazione e sfruttamento
dei parametri della società.
Uno spot racchiude forse le caratteristiche più salienti
della nostra epoca: esso possiede i caratteri di sintesi, unità,
velocità e condensazione delle informazioni, agisce spesso
a livello subliminale, gioca sulle emozioni e le motivazioni della
gente, sfrutta le più sofisticate strategie di comunicazione,
si basa sulla induzione di nuovi bisogni e tende al fine elettronico
di una coscienza collettiva.
Ma ciò che facevo notare precedentemente a proposito della
comunicazione, e cioè che dovrebbe implicare la possibilità
di interazione, è un altro aspetto che riguarda i nuovi
traguardi tecnologici: normalmente, prodotto uno stimolo, ci si
aspetta una retroazione attiva degli esseri viventi ed una passiva
da parte delle cose inanimate con le quali instauriamo quindi
una "interazione asimmetrica" tipica degli oggetti.
Ma oggi si moltiplicano sempre più gli oggetti in grado
di reagire attivamente e con i quali possiamo "dialogare",
assumendo lo statuto di "oggetti-quasi-soggetti": la
realtà virtuale ne è un fulgido esempio proprio
per il fatto di permettere l'osservazione dei risultati della
propria azione sugli oggetti simulati, attivandosi così
un'interconnessione sensoriale che provoca una reciproca modificazione
dei comportamenti (ciò è stato fra l'altro visto
come il primo passo verso l'ibridazione fra uomo e macchina).
Percepire ed essere percepiti dall'oggetto con cui interagiamo
significa creare un canale comune accessibile ad entrambi e condividere
una medesima dimensione spazio-temporale: tale "luogo virtuale"
è esperibile indossando un'apposita strumentazione che
veicola sensazioni attraverso diverse tecniche di simulazione.
Questa "immersione" trovo che abbia forse non casuali
nessi con il concetto di "navigazione": eccoci infatti
all'ultima grande rivoluzione tecnologico-comunica-
tiva entrata nelle nostre vite e cioè Internet.
Questa rete globale rappresenta davvero le aspirazioni che McLuhan
assegnava all'era elettronica: essa ha annullato ogni distanza
condensando il mondo in un villaggio ma espandendo quasi all'infinito
la possibilità di accedere ad informazioni, cioè
la nostra conoscenza.
Se da una parte Internet sta paradossalmente rivalutando forme
di comunicazione antica come quella scritta attraverso le e-mail
(ma con tutti i vantaggi elettronici della velocità e raggiungibilità
di ogni luogo), esso ci dà la possibilità di interagire
direttamente con altre persone "chattando", di visitare
siti che ci offrono la possibilità di muoverci entro luoghi
simulati e di navigare attraverso le superfici e profondità
di flussi e correnti informative che ci trasportano in un oceano
immateriale di immagini, parole, nomi, ... .
Riferimenti bibliografici
BARILLI R., Scienza della cultura e fenomenologia degli stili,
Bologna, Il Mulino, 1982
BENDAZZI G., MICHELONE G., Il movimento creato, Torino,
Pluriverso, 1993
BRANZI A., La casa calda. Esperienze del nuovo design italiano,
Milano, Ideabooks, 1994
BRANZI A., Il design italiano 1964-1990, cat. Triennale
di Milano, Electa, 1996
CAPUCCI P. L., Realtà del virtuale, Bologna, Clueb,
1993
CAPUCCI P. L. (a cura di), Il corpo tecnologico, Bologna,
Baskerville, 1994
DARLEY J. M., GLUCKSBERG S., KINCHLA R. A., Psicologia, Bologna,
Il Mulino / Hemel Hempstead, Prentice Hall International, 1993
ECO U., Kant e l'ornitorinco, Milano, Bompiani, 1997
MANZINI E., Artefatti, Milano, Domus Academy, 1990
McLUHAN M.,Gli strumenti del comunicare, Milano, Garzanti,
1967
RICCI BITTI E., ZANI B., La comunicazione come processo sociale,
Il Mulino, 1983
|