La politica e le tecnologie della trasparenza
Antonio
Tursi
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L’oggetto tecnologico non nasce dal nulla,
ma emerge da una trama ricca e articolata di bisogni, di desideri,
di linguaggi, di processi, di istituzioni. Gli aggeggi che ci
circondano e che utilizziamo quotidianamente sono il risultato
di conflitti,
di negoziazioni, di gestione delle risorse e degli interessi
in gioco, di discorsi, che spesso vengono trascurati a vantaggio
dell’immediata
fruizione dello strumento. Questo non solo e verosimilmente da
parte degli utenti finali degli apparecchi, ma persino da parte
degli studiosi che evitano di battere i sentieri attraverso i
quali si affermano i fatti scientifici e gli artefatti tecnologici
(obiettivo
invece del convegno Istituzioni e processi della tecnoscienza organizzato dalla Società Italiana di Studi su Scienza e
Tecnologia presso l’Università della Calabria il 25
e 26 maggio).
Tra i vari aggeggi che costituiscono sempre più l’ambiente
nel quale abitiamo, un posto di rilievo è occupato dalle
tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICTs).
Non vi è nei paesi sviluppati chi non si affaccendi giornalmente
con vari media: se la televisione ha raggiunto ormai tutte le case,
i telefonini hanno invaso i corpi di ciascuno, senza differenza
d’età, di ceto, di istruzione, di genere. In particolare,
meritano attenzione i computer e le reti telematiche che fanno
da volano a tutte le altre tecnologie (se non altro per il linguaggio
discreto che hanno imposto – il digitale).
Vale la pena chiedersi allora come tali media si innestino
in quello che è uno dei terreni più importanti per le loro
sorti e quelle delle nostre società in generale: come
la politica si presenta alla prova delle ICTs ovvero come la
politica
mette alla prova le ICTs?
La politica che si presenta alla prova del nuovo scenario
mediale è quella
che si nasconde dietro l’etichetta della governance. I partiti
non sono più rappresentativi, i parlamenti sono esautorati
del loro potere legislativo passato direttamente nelle mani dei
poteri forti, infine gli Stati-nazione sono sempre più incapaci
di segnare le dinamiche politiche, economiche, finanche militari
del tempo presente. Pare impossibile rilanciare la Politica, si
ripiega sull’amministrazione del quotidiano.
La soluzione per la crisi della politica è rinvenuta perciò in
un sistema di gestione capace di bilanciare le varie componenti
degli spazi glocali, i vari soggetti coinvolti nelle differenti
questioni. Una gestione che emerge dal contributo delle varie sfere
di autorità che si costituiscono autonomamente e reciprocamente
si influenzano. Un sistema che non presuppone la formalizzazione
giuridica, ma si basa sul contributo di ciascun attore e di ciascun
territorio e presuppone ‘solo’ un consenso di fondo
su alcuni valori fondamentali (descrivibili per esempio attraverso
il richiamo ai diritti umani). Manuel Castells scrive a proposito: “noi
pensiamo in termini di governance l’atto di governare senza
governo. Il processo di governance è allo stesso tempo formale
e informale, si riferisce a procedure e mutua comprensione, più che
alla legislazione, anche se favorisce la produzione di un corpus
di norme e istituzioni condivise”.
Della politica che pietrifica, scioglie nodi e impone direzioni,
in una parola della politica che progetta non resta quasi
niente. Emergono procedure che scattano automaticamente
raggiunte delle
soglie individuate come critiche. Il momento delle decisioni
viene ridotto a una razionalità strumentale e neutra. Il governo è compreso
come un residuo ideologico, opaco e mal gestito. Meglio confidare
perciò sull’automatismo trasparente della tecnocrazia.
Qui entrano in gioco le ICTs: sono queste che dovrebbero consentire
di tenere insieme e gestire un mondo globale e frammentato, di
produrre, rilanciare e controllare ogni piega del sociale.
Non da oggi i mezzi di comunicazione sono visti come
risolutivi di problemi sociali e più specificamente politici. Ogni
novità tecnologica in quest’ambito rinnova non solo
le speranze, ma le certezze sulla soluzione di determinati problemi
ovvero su un generale miglioramento della società. Speranze
e certezze che forgiano discorsi intorno alle innovazioni tecnologiche;
discorsi che a loro volta hanno effetti concreti nel segnarne l’affermazione
e le direzioni di sviluppo.
Si possono legare queste aspettative nei confronti
dell’innovazione
ad un clima generale di secolarizzazione che caratterizza
l’età moderna
(pur con tutte le ambiguità del caso) e rinvenirne
un momento forte di coagulo nel passaggio tra Settecento
e Ottocento. Addirittura
si potrebbe affermare che l’Illuminismo ha
finito con il generare una nuova fede, quella nel
progresso
tecnomediato.
Il telegrafo ottico è stato avvertito e promosso dai vari
regimi seguiti alla Rivoluzione francese come tecnologia risolutiva
di problemi politici, oltre che amministrativi. Michel Chevalier,
al ritorno da un viaggio negli Stati Uniti, scriveva con convinzione: “migliorare
le comunicazioni è lavorare alla libertà reale, positiva
e pratica […], è ampliare le libertà d’espressione
della maggioranza tanto e così efficacemente quanto sia
possibile attraverso le leggi elettorali. Dirò di più, è generare
uguaglianza e democrazia”. Il sogno di una democrazia trionfante
(peraltro smentito dalla realtà storica) e la realtà assai
più prosaica di un’amministrazione che risponde in
modo maggiormente adeguato alla conformazione dei territori grazie
ai mezzi di comunicazione, non riguardano solo il passato. Entrambi
però lasciano impregiudicato il problema del potere.
I discorsi sull’e-government dei nostri tempi rilanciano
tali aspettative e in particolare richiamano il sogno della trasparenza
del sociale a se stesso, il sogno di una società più consapevole
di sé, più “illuminata”. Evidentemente
le ICTs vi giocano un ruolo decisivo. Si potrebbe denunciare con
forza la genesi storica dell’ideale del “comune di
vetro”: è nella Germania nazista che si rinviene la
sua origine. In realtà, esso riguarda tutta l’epoca
moderna ed esprime una tentazione impolitica, se non antipolitica,
al “governo minimo”, presente soprattutto nella democrazia
americana. Esso punta al superamento della mediazione politica
a favore di un impegno diretto dell’opinione pubblica. Impegno
che si concretizza in primo luogo in una peculiare e pervasiva
funzione di controllo. I luoghi del potere passano in tal modo
dall’essere arcani all’essere trasparenti.
Si realizza uno stato di “onnivisione” permesso dalla
diffusione dei media digitali e personali, dalle webcam alle videocamere
dei telefonini: uno stato che ci permette di dirigere lo sguardo
in ogni dove, superando tutte le preclusione e le limitazioni legate
ancora al sistema televisivo. “In termini comunicativi, il
potere autoritario si definisce attraverso l’asimmetria della
visibilità: i dominati sono trasparenti, mentre il centro
del potere resta opaco”, scrive Pierre Lévy. I nuovi
media ribaltano proprio questa situazione: gli uomini politici
sono sotto gli occhi di tutti e continuamente. Peccato che di Sircana
interessino più le curiosità private che i comportamenti
pubblici.
Grazie alla trasparenza delle ICTs, l’e-government può assicurare “il
comune di vetro”, ma dentro la teca non
c’è più niente
da vedere perché ogni tensione conflittuale
che unicamente sostanzia di sé il potere è neutralizzata.
Nelle sale dei consigli comunali si decide
sempre meno e senza assumersi
la responsabilità di scontentare qualcuno.
Alla politica come governance fa da pendant
la trasparenza delle tecnologie di comunicazione:
l’una rafforza l’altra.
Forse però i media reticolari e digitali
sono segnati da densità irriducibili
ed è per questa via che rispondono
a quell'altro ambito altrettanto irriducibile
che è sempre
stata e continua ad essere la politica. Mentre
la trasparenza continua a rimanere un sogno,
i conflitti che determinano gli spazi del
nostro abitare sono realtà concrete
e come tali non superabili attraverso le
semplici retoriche della novità tecnologica.
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