Le estetiche del ciberspazio
Antonio Tursi
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[Tratto da Antonio Tursi, Internet e il Barocco. L’opera
d’arte nell’epoca della sua digitalizzazione,
Roma, Cooper, 2004]
Pensare l’arte, pensare il senso. Il senso dei linguaggi
espressivi innervati, direttamente o indirettamente, dai nuovi
mezzi di comunicazione, dalle nuove tecnologie che si fanno arte
o ne modificano il paesaggio di esistenza. Pensare l’abitare
nel ciberspazio o l’esserne abitati, pensare lo spazio abitativo
fondato-rifondato dalle opere d’arte. Dalle costruzioni frattaliche
grazie ad algoritmi artificialmente vivi alle videoinstallazioni,
dai corpi deformati alle performances dei corpi, dalle esperienze
virtuali alle telepresenze, ma anche dalla poesia ai romanzi, dalla
pittura al cinema, dalla musica al teatro: alla ricerca di un senso.
Desiderio.
Cerchiamo di trarre un senso dalla molteplicità di segni,
seguendo questa strategia espositiva: caduti dal surf, si scende
negli abissi, rischiando di annegare, solo poi si può ritornare
a galla, scalfendo la superficie dell’acqua. Riflettiamo
sul rischio di annegare che l’arte corre, ma anche sulla
possibilità, sull’opportunità che tale rischio
rappresenta. In seguito, potremo osservare l’arte ritornare
a galla, scalfendo le superfici abitative. Viaggio di andata e
ritorno, movimento tra mondi diversi. L’arte rischia di annegare o, di fatto, è già annegata
negli abissi di un mare la cui acqua chiamiamo informazione. Quest’acqua
determina, contemporaneamente per contrasto e per richiamo, una
necessità d’immersione in profondità, chiamiamo
questa profondità realtà. L’arte rischia di
annegare o, di fatto, è già annegata nell’informazione,
(dis)perdendosi nella realtà.
Diversi autori descrivono quest’esito, massmediologi ed estetologi
osservano, con preoccupazione, «il carattere di passato dell’arte».
Questo è l’esito a cui porta la modernità,
questa morte è, per versi importanti, l’ennesima dai
tempi di Georg W. Friedrich Hegel. La preoccupazione è infondata
perché l’arte si ritrae, si sottrae, si residualizza,
diviene ombra, differenza da sentire. Su questo elemento poggia
la necessità di una visione-immersione, di una teoria che
la riconosca, ne riconosca le funzionalità, le aperture
che richiede e che consente. Ne riconosca la consapevolezza che
offre e l’integrazione che permette. Su questo elemento poggia
la necessità di partecipare alla sua festa.
Informazione, realtà, differenza, consapevolezza,
integrazione: arte.
Il processo di commistione tra arte e informazione è descritto,
tra gli altri, da Baudrillard e Virilio, per i quali però rappresenta
il termine ad quem. Diversamente, Franco Berardi descrive questo
stesso processo offrendoci, però, la possibilità di
continuare nel verso da noi indicato. Perciò, seguiamo
il suo argomentare, pur facendo anche dei riferimenti ai due
pensatori
francesi.
Berardi individua un processo di lungo periodo che giunge al
termine: è il
progetto moderno, massimamente espresso dal pensiero di Hegel.
Il Sapere Assoluto, che avrebbe dovuto farsi nel divenire della
Storia, trova oggi la sua incarnazione nella strutturazione attuale
dell’infosfera. «La società informatizzata può essere
intesa […] come il Panlogismo realizzato. Il Sapere Assoluto
si incarna nell’universo delle macchine intelligenti. La
totalità non è la Storia, ma l’insieme virtuale
delle interconnessioni previste e predeterminate dall’universo
delle macchine intelligenti» (Berardi, 1994: 46). Panlogismo
digitale, dunque.
Se l’insieme di questo progetto si invera, una sua funzionalità,
l’arte, lo fa a maggior ragione. Questo realizzarsi dell’arte
nel suo superamento, è detto «estetizzazione del mondo»,
dove la funzione estetica penetra il mondo solo in quanto è stata
penetrata dall’informazione, lo è diventata. «Il
mondo in verità non è stato conquistato dall’arte,
ma piuttosto dall’informazione che ha sussunto l’arte» (Berardi,
1994: 135). E l’informazione non è altro che «il
sistema controllato di parole d’ordine, delle parole d’ordine
in corso in una società» (Deleuze, 2002: 46).
A questo punto Berardi, richiamandosi direttamente a Baudrillard,
parla di disparizione dell’arte, concludendo che: «L’arte,
in effetti, è sempre più un modello per la realtà,
un paradigma generativo formale: l’artificio domina la scena
del Moderno in maniera prepotente. Il Moderno, in effetti, potrebbe
essere definito come il processo di sostituzione del mondo reale
da parte dell’artificio. […] In questo senso parliamo
di estetizzazione del mondo, e in questo senso si chiarisce il
significato della estinzione dell’arte» (Berardi, 1994:
137). Estinzione che è una delle manifestazioni dell’integrazione
tra l’estetico e l’economico.
Ma Baudrillard ferma qui la sua riflessione. «[L’opera
d’arte] passa alla condizione di un segno che deve essere
capace di circolare come ogni altro. […] Il cambiamento potrebbe
forse consistere nel fatto che mentre l’opera d’arte
[tradizionalmente intesa] crea il suo proprio spazio, inventa se
stessa, prende la sua ispirazione da se stessa, ha una realtà abbastanza
unica, essa, oggi, diviene in sé un oggetto sullo schermo,
trasmesso grazie allo schermo. […] Ma lo schermo ha una dimensione
abbastanza diversa: esso è superficiale, comunica solo immagini,
non un particolare tempo-spazio» (Baudrillard, 1988: 9).
Baudrillard continua definendo l’opera d’arte un ologramma
e, infine, un bene di consumo. Le preoccupazioni che l’autore
francese esprime, e che Berardi riprende, sono utili per il nostro
discorso solo in quanto punto di partenza, il che significa che
possono essere sorpassate, se non ribaltate. Mentre, in quanto
punto di arrivo, manifestano solo una nostalgia per l’«aura» dell’opera.
La bellezza del discorso di Baudrillard risiede nel fatto che egli
stesso ammette tale nostalgia. […]
Virilio, sempre a proposito dell’arte, esprime una coppia
di definizioni assai rivelatrice. Egli distingue tra «arte
attuale» e «arte virtuale», la prima che tenta
di opporsi all’avvento della seconda. La seconda è quella
che abbiamo sinora descritto, cioè l’arte pervasa
dall’informazione, generata dai sistemi algoritmici dell’Universal
Telecommunicating System, il cui avvento è ineluttabile,
anzi con ogni probabilità già compiuto. Con «arte
attuale», Virilio descrive quell’arte che noi abbiamo
detto sprofondare negli abissi della realtà. Egli, in
complesso, parla di arte terminale: arte che muore e arte che
si innerva di
morte.
Prima di descrivere questa arte della realtà,
esplicitiamo il rapporto che essa intrattiene con l’informazione, un rapporto
più complesso di come spesso lo si descrive. L’arte
della realtà è opposizione, critica dell’informazione.
Lacerazione dell’ordine. Ma non solo. Infatti, il disordine è definito
in relazione all’ordine, la realtà è realtà dell’informazione, è l’informazione
fatta realtà. Perciò essa è anche la controfigura
del dominio dell’informazione. La prova più evidente
di ciò è fornita dal rincorrersi dei due elementi:
l’informazione che acquista forza pervasiva se è informazione
sulla realtà, se la mostra; l’arte della realtà che
ha bisogno di essere reale, ciò di essere informazione,
di comparire su uno schermo.
Ma l’arte si ritrae, come vedremo, e se non saremo capaci
di tale visione, l’unica vittima del matrimonio informazione-realtà sarà la
teoria, cioè la nostra capacità di fruire l’arte,
di partecipare alla festa.
Abbiamo posto il rapporto informazione-realtà senza definire
precisamente cosa intendiamo per realtà, e quindi per arte
della realtà. Provvediamo a questa mancanza, cominciando
con il dire che la prima non esiste senza la seconda.
Virilio afferma: «Alla fine di questo XX secolo, l’arte
non parla più del passato, né raffigura il futuro,
ma diventa lo strumento privilegiato del presente e della simultaneità. “Arte
della presenza”, di fronte all’industria della telepresenza,
davanti all’avvento del LIVE, l’arte contemporanea
ha cessato di rappresentare la figura del mondo per presentare
la sua “realtà”» (Virilio, 1998: 117).
L’autore francese individua due ambiti di massima evidenza
di questa realtà e della sua rappresentazione, il cadavere
e l’incidente, che tra l’altro possono essere messi
in rapporto di effetto-causa.
«Arti dell’estremo così come ci sono sport dell’estremo,
in cui è opportuno soprattutto soffrire – arte
terminale poiché ha bisogno, per realizzarsi, soltanto del faccia
a faccia tra un corpo torturato e una cinepresa automatica. Le
arti visive che secondo Schopenhauer consistevano nella sospensione
del dolore di vivere diventano, nel XX secolo, una corsa verso
il dolore e la morte, per individui che hanno preso l’abitudine
sconsiderata di lasciare in eredità il loro cadavere al
voyeurismo scientifico» (Virilio, 1998: 49).
Riguardo al secondo ambito, l’incidente richiama il molare,
l’incidente atomico, e il molecolare, un incidente stradale
per esempio: in ogni caso incidenza sulle molecole dei nostri corpi. «Raro
per natura, l’incidente farebbe ormai parte del quotidiano.
Inoltre […] esso potrebbe trasformarsi in un oggetto di diletto
visivo che si servirebbe a volontà e di cui il grande pubblico
si mostrerebbe presto insaziabile. La distruzione totale del mondo
non sarebbe più uno svago d’élite riservato
agli ozi di alcuni tiranni simili a Nerone. Con il cinema, essa
diventerebbe uno spettacolo di massa e, si potrebbe dire, la
vera arte popolare del XX secolo. Un secolo in cui, come affermavano
i surrealisti, “tutto ciò che si chiamava precedentemente
ARTE sembra diventato paralitico”… E in effetti, senza
il movimento cosa sarebbe l’incidente?» (Virilio, 1998:
86). Domanda da porre ai protagonisti di Crash. […]
Rispetto a questo binomio informazione-realtà, l’arte
si differenzia, mostra la sua differenza. Proviamo a descrivere
questa differenza declinando la definizione di arte come forma
dell’abitare, e in particolare dell’abitare in movimento.
Abitare, ma dove? Nel nostro mondo, in un altro mondo, in un mondo “altro”.
Queste tre posizioni restituiscono le tre direzioni verso cui si
dirige la comprensione dell’opera d’arte. La comprensione
dell’arte come modalità dell’abitare nel nostro
mondo, è la posizione che corrisponde al «realismo
psicotico»: posizione che, in virtù di alcuni esiti
dell’arte attualmente osservabili, potrebbe avere una certa
legittimità. Ma della nostra definizione di arte viene,
qui, a mancare la possibilità di movimento: se in ogni momento
siamo immersi nella quotidianità di questo mondo, da dove
e/o verso dove andare? Non c’è nessun andare, nessun
movimento, nessun essere gettati per pro-gettare.
Abitare in un altro mondo aperto dall’arte, posizione delle
estetiche della trascendenza. Un mondo di luce abbagliante, di
altri luoghi, di altri tempi. Auree di fronte alle quali inginocchiarsi,
ringraziando per la grazia ricevuta. Possibilità di creazione
minima, possibilità di movimento massima. Ma una sola direzione
percorribile, andata senza ritorno. Questo luogo è così lontano
che, difficile da raggiungere, rende impossibile il ritorno. Forse
questa comprensione dell’arte non è del tutto auspicabile,
Benjamin lo ha dimostrato.
Terzo luogo in cui abitare: il mondo “altro”. “Altro” significa
partire dal quotidiano per ritornarvi. Movimento che ci è permesso
e richiesto da un’opera d’arte innestata sulle estensioni
dei nostri corpi, sulla società e capace di innervare
tali corpi, tale società. Opera d’arte fondata su
e che rifonda la quotidianità, ricchezza aggiunta perché creata.
C’è uno scarto tra questo altrove e il nostro mondo,
lo abbiamo determinato noi per poterlo percorrere. L’arte è questo “tra”,
questo intermezzo, questo residuo, questa differenza (è l’heideggeriana «risistemazione
generale del mondo», come discussa in Vattimo, 1967: 157-159).
Solo in questo frammezzo è possibile mostrare un cadavere,
una liminarità che non disgusta ma arricchisce. Niente
abiezioni gratuite e niente auree strapagate. Rispetto a questo
mondo l’informazione è essenziale,
perché non potendo pervaderlo, ne viene pervasa. L’arte
si ritrae all’invasione degli algoritmi autogenerativi,
ma può invaderli, creandoli come propria funzionalità,
fornendo un senso. «Vi è un’affinità fondamentale
tra l’opera d’arte e l’atto di resistenza» (Deleuze,
2002: 46) all’informazione in quanto sistema controllato
di parole d’ordine.
Dichiarati i nostri termini, è più facile riconoscere
gli altrui: evento, differenza, enigma, singolarità, ombra, ágalma,
cripta, residuo, resto, sorpresa.
Berardi riconosce l’opportunità che l’informatizzazione
rappresenta per l’arte: «L’integrazione dell’estetica
e dell’informazione, cioè l’automazione della
produzione di segni da parte di matrici informatiche automatizzate,
determina una crisi della percezione del senso, ma al tempo stesso
crea le condizioni per una produzione di senso ad un altro livello,
in una dimensione più complessa e più alta» (Berardi,
1994: 31). Precisiamo: riteniamo l’arte capace di questa
produzione in ogni epoca, ma riteniamo, altresì, che ciò sia
esperibile con maggiore immediatezza grazie alla cibernetica.
Produzione di senso, apertura di un mondo. Così i termini
di Berardi, soprattutto quando cita Lévy, ci paiono assai
vicini ai nostri:
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«La potenza di aprire un mondo è la
proprietà della bellezza. […] L’opera d’arte è genesi
in potenza, in attesa di un ascolto o di uno sguardo, la genesi
di un mondo che essa rivela in un colpo di fulmine o che sovrasta
di echi ripetuti» (Berardi, 1994: 61). |
Un mondo non in contrasto, bensì in sintonia con la realtà del
quotidiano proliferare di segni.
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Dobbiamo pensare la bellezza come sintonia tra
mondo interiore e mondo proiettivo, e dunque come premessa
ad una restituzione della sensibilità erotica nell’universo
della simulazione estetico-informatica. […] La bellezza è la
chiave dell’enigma. Non perché la bellezza possa
spiegare l’enigma (l’enigma è per definizione
inspiegabile). Ma perché offre la possibilità di
sentirci a casa nostra nell’inspiegabile (Berardi, 1994:
61-62). |
Da parte sua, Perniola propone alcune definizioni precipue del
concetto di arte intesa come differenza: esse sono, comunque,
riconducibili l’una all’altra in quanto tutte attinenti l’irriducibilità dell’arte.
Egli parla, tra l’altro, di splendore, di magnificenza, di ágalma,
di resto, di cripta, di ombra. Non potendo esaminarle tutte, essendo
antieconomico per il nostro lavoro, ci soffermiamo solo su una
di esse, resto, perché mette bene in evidenza come la nostra
posizione non possa essere ricondotta al rapporto arte-realtà,
ma neanche accusata di nostalgia dell’aura.
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Il resto può essere inteso in un senso
[…] che è connesso alla parola latina restus (da
sto) e che rimanda all’idea di stabilità, di fermezza,
di resistenza. Sotto questo aspetto il resto dell’arte
sarebbe ciò che nell’esperienza artistica si oppone
e resiste all’omogeneizzazione, al conformismo, ai processi
di produzione di consenso massificato, in atto nella sociètà contemporanea,
e più in generale alle tendenze a ridurre la grandezza
e la dignità dell’arte. Tale orientamento tuttavia
non si muove affatto verso la riabilitazione dell’opera
intesa come monumento. È implicita nella nozione di
resto una presa di posizione antimonumentale e anticlassicistica.
Se l’arte è resto, vuol dire che l’idea
dell’opera come alcunché di armonico e conciliato
deve essere lasciata da parte perché l’arte è attraversata
da tensioni interne, da conflitti, da fratture. Se l’arte è resto,
vuol dire che l’intero non tiene, non regge, si rompe
in elementi dissimmetrici e profondamente discordanti tra loro.
La polemica contro il riduzionismo comunicativo non implica
perciò nessun ritorno indietro verso l’arte delle
opere d’arte, né verso una concezione metafisica
dell’arte e della filosofia (Perniola, 2000: 95-96). |
[…] Quale è la funzione disinteressata
di questo resto? Il resto ha una sua funzione, ma in quanto resto
non può essere
finalizzato, dall’origine, ad una determinata funzione.
Assolve una funzione necessariamente, in quanto è prodotto
sociale, ma nei modi e nei tempi che esso determina. La funzione
– lo abbiamo
già detto – è quella di aprire spazi abitativi
che permettono/richiedono movimento. Ma questa funzione, rapportata
all’assetto tecnologico di una società, può essere
declinata. Bisogna declinarla per rispondere alla domanda circa
il rapporto arte-tecnologia. Questa declinazione non è una
profezia: da una parte, si basa sull’osservazione dell’attuale
rapporto esistente e del rapporto venutosi a stabilire in passato
tra arte e tecnologie; dall’altra parte, gli elementi di
previsione, necessari a cartografare le contrade a venire, sono
elementi di pro-getto. Intendiamo, cioè, ipotizzare uno
scenario possibile e, in quanto questa ipotesi è frutto
di una scelta eticamente fondata, crediamo si debba operare per
la sua realizzazione.
La declinazione della funzione dell’arte segue, all’incirca,
la duplice funzione di anticipazione e mediazione delineata da
McLuhan. L’arte come consapevolezza del tempo
nel quale viviamo e come integrazione con questo tempo.
E il nostro è il
tempo pervaso dalla tecnologia informatica.
Per descrivere come l’arte ci renda consapevoli del nostro
ambiente, ricorriamo ad una metafora elaborata a questo proposito
da de Kerckhove: l’arte vulcanica. «In tempi di disordine
e di sommovimento sociale, l’arte ha come oggetto i valori.
[Essa è] un accesso, una spia del ribollire della coscienza
collettiva, del magma della realtà in formazione» (de
Kerckhove, 1995: 181). La coscienza collettiva ribolle, la realtà è magmatica
perché lo scenario mediale è in mutazione, in accelerata
mutazione. «La realtà è una forma di consenso
che non è solo sostenuta dalla buona volontà e
dal linguaggio delle comunità che la condividono, ma è anche
inquadrata e mantenuta in vita dal principale medium di comunicazione
usato da quella cultura. L’arte erompe quando una nuova
tecnologia sfida lo status quo» (de Kerckhove, 1995: 182),
quando la crosta della realtà è divenuta troppo
fragile.
La metafora può essere enunciata in due versioni, una
versione romantica e idealizzata, e una versione confacente ovvero
opposta
al baccano dei mass media e della cultura popolare. La prima
versione prevede «scintille e lapilli», per la seconda «non
vi è alcuna rovinosa eruzione: nel sistema nervoso mondiale
l’arte lavora a produrre i migliori effetti in piccole
dosi» (de
Kerckhove, 1996: [w]), in maniera omeopatica.
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In ogni caso, oggi l’arte nasce dalla tecnologia: è la
contro-forza che riequilibra gli effetti destabilizzanti delle
nuove tecnologie nella cultura. L’arte è il lato
metaforico della tecnologia, che così viene usata, ma
anche criticata (Ibidem). |
La consapevolezza del mondo come proprio corpo può, oggi
più che mai, essere fornita dall’arte, perché «l’arte
tecnologica, sta entrando nella seconda fase del processo vulcanico;
dopo essere fuoriuscita dalla bocca sta raffreddandosi abbastanza
velocemente da poter essere avvicinata dalla gente» (Ibidem).
In definitiva, la funzione dell’arte, di cui stiamo parlando,
consiste nel fatto che «l’artista costruisce modelli
psichici» (de Kerckhove, 1990: 49), unici in grado di permettere
di integrare in noi le nostre invenzioni. […]
La consapevolezza è quella del mondo “altro”,
della «impensabile complessità» del ciberspazio,
la quale, pur impensabile, è incommensurabile rispetto
al mare di informazione – di conoscenza incarnata e perciò effettiva,
cioè relativa – di cui è portatore il nostro
corpo, di cui anzi quella complessità non è che
una esteriorizzazione. Solo questa consapevolezza permette l’integrazione
tra quel mondo “altro” e il nostro mondo. Integrazione
che significa possibilità di abitare nel/essere abitati
dal ciberspazio, di muoversi verso il/dal/nel ciberspazio, di
renderlo socialmente
rilevante perché socialmente fondato. L’arte e il
mondo “altro”, dunque. «Sentirci a casa nostra
nell’inspiegabile».
L’integrazione, a sua volta, comporta ovvero deve essere
espressa attraverso un rinnovamento della pratica artistica.
L’opera
d’arte segna il vertice dell’integrazione del fruitore
nelle modalità di produzione del senso. Proprio l’arte,
l’ambito da sempre più esclusivo perché la
creatività non è una dote di tutti ovvero non è stata
definita una dote di tutti dalle istituzioni a ciò preposte
dalla modernità. Ora «grazie alla cibernetica siamo
nella condizione di sperimentare non più come spettatori
ma come attori anche la sfera una volta assegnata alle arti e
ai suoi processi di socializzazione e divulgazione» (Abruzzese,
1996: [w]).
L’opera d’arte diviene «dispositivo». Prima
di proporre la definizione di Lévy, è bene precisare
che sarebbe preferibile usare l’espressione “dispositivo
di integrazione”, che mette in rilievo la funzione sociale
ed esclude la possibilità di equivocarsi nel senso della
riduzione dell’arte a dispositivo inteso come insieme di
algoritmi autogenerativi. Equivoco del resto respinto dallo stesso
Lévy nel passo sopra riportato.
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Al posto di diffondere un messaggio verso ricettori
esterni al processo di creazione, invitati a dare senso all’opera
solo in un secondo momento, l’artista tenta qui di costruire
un ambiente, un dispositivo di comunicazione e produzione,
un evento collettivo che coinvolga i destinatari, che trasformi
gli ermeneuti in attori, che metta l’interpretazione
in circuito con l’azione collettiva. […] Ora, l’arte
dell’implicazione non costituisce più nessuna
opera, nemmeno aperta o indefinita: fa emergere processi, vuole
aprire uno sbocco a vite autonome, immette nella crescita e
nell’abitazione di un mondo. Ci inserisce in un ciclo
creativo, in un ambiente vivente di cui siamo sempre già coautori.
Work in progress? Sposta l’accento dal work
al progress.
Si ricondurranno le sue manifestazioni a momenti, luoghi, dinamiche
collettive, non più a persone. È un’arte
senza firma (Lévy, 1996: 130). |
Quel progress potrebbe ingenerare un’obiezione: se il dispositivo
cambia sempre, si metamorfizza in continuazione, come riconoscerlo
in quanto arte? Indirettamente, abbiamo già risposto a questa
obiezione. Qui, a concludere, bastino poche altre parole. Il resto è Apertura
e, nel momento in cui viene aperto un mondo da qualcosa di non
meglio definito, noi possiamo di questo qualcosa dichiarare: “è arte”.
Ora se la nostra dichiarazione è possibile solo in presenza
dell’Apertura, non possiamo poi imporla come chiusura. Ciò che
apre deve essere e rimanere aperto. Ciò vale con evidenza
per i dispositivi resi possibili dalla telematica, ma è sempre
valso per qualsiasi opera d’arte.
Riferimenti bibliografici
Abruzzese,
Alberto, “È un’occasione per tutti
diventare attori, e artisti”, Telèma, 6, autunno
1996, [w].
Baudrillard, Jean, “The Work of Art in the Electronic Age”,
Block, 14, autunno 1988.
Berardi, Franco, Mutazione
e cyberpunk, Genova, Costa&Nolan,
1994.
de Kerckhove, Derrick, “L’estetica dei media e la sensibilità spaziale”,
Mass Media, 4, settembre-ottobre 1990.
de Kerckhove, Derrick, La
pelle della cultura, Genova, Costa&Nolan,
1995.
de Kerckhove, Derrick, “Il virtuale ha un’estetica
che lo rende ancora più umano”, Telèma,
6, autunno 1996, [w].
Deleuze, Gilles, “Che cos’è l’atto di
creazione?”, aut aut, 309, maggio-giugno 2002.
Lévy, Pierre, L’intelligenza collettiva, Milano,
Feltrinelli, 1996.
Perniola, Mario, L’arte e la sua ombra, Torino, Einaudi,
2000.
Vattimo, Gianni, Poesia
e ontologia, Milano, Mursia, 1967.
Virilio, Paul, La
bomba informatica, Milano, Raffaello Cortina
Editore, 1998.
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