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La lotteria a Babilonia
Il rapporto media-utenti-realtà nell'evoluzione delle
teorie della comunicazione
Luca Tateo
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"Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d'immagini; i
più potenti media non fanno che trasformare il mondo in
immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi
di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità
interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma
e come significato, come forza d'imporsi all'attenzione, come
ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola
d'immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano
traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d'estraneità
e di disagio. Ma forse l'inconsistenza non è nelle immagini
o nel linguaggio soltanto: è nel mondo" (Italo
Calvino).
Nella linea di pensiero che, partendo da Kant, attraversa gli
ultimi due secoli, fino a giungere a Jean Baudrillard e Paul Virilio,
il distacco tra immagine e referente reale è diventato
una chiave di lettura importante per i fenomeni della comunicazione.
La communication research ha elaborato differenti modelli
del rapporto tra media, utenti e società fino ad ipotizzare
una società dei bites la cui realtà sono
i messaggi stessi, e non gli esseri umani, le città o le
nazioni. La smaterializzazione della realtà è un
processo significativo, come evidenziato anche da Pierre Lévy
in cui le entità materiali vengono progressivamente sostituite
dal loro valore e infine dal simbolo del loro valore all'interno
di un sistema di simboli, che sia esso economico, culturale o
informatico.
Questo studio ripercorre brevemente la storia delle teorie sulla
comunicazione fino a raggiungere il periodo dello sviluppo delle
tecnologie multimediali e telematiche che hanno completamente
rivoluzionato le dinamiche di comunicazione ed il concetto stesso
di realtà, rendendo obsoleti i modelli tradizionali.
Grazie ai new-media, gli utenti si sono trasformati da semplici
"spettatori" in soggetti attivi che condizionano con
le loro richieste le scelte degli editori e dei giornalisti, esprimendo
aspettative e pretendendo risposte esaurienti. Questo cambiamento
negli equilibri del sistema dei media si è sviluppato in
parallelo con la ridefinizione del concetto di realtà e
dei suoi attributi.
La storia di questa evoluzione concettuale inizia nei primi anni
del secolo, con la nascita del concetto di "comunicazione
di massa".
La teoria ipodermica
Il periodo storico in cui nasce questo modello di comunicazione
è quello degli inizi del secolo, nel momento in cui cresce
il reddito da lavoro e il livello di vita, si sviluppa il mercato
dei beni di largo consumo, i paesi occidentali cominciano a sperimentare
il funzionamento della democrazia popolare e la nascita dei movimenti
comunisti. La reazione del mondo borghese è di sconcerto
di fronte a cambiamenti tanto veloci e radicali nella struttura
delle relazioni sociali e della cultura. Si sviluppano nell'ambito
delle scienze umane le teorie della "massa", nel mondo
economico si assiste, soprattutto prima della crisi del '29, al
trionfo delle "filosofie" del fordismo e del taylorismo.
L'uomo disegnato in questi anni è uomo-massa, intesa quest'ultima
come un'insieme di "persone che non si conoscono, spazialmente
separate le une dalle altre, con scarse o nulle possibilità
di interagire. Infine la massa è priva di tradizioni, regole
di comportamento, leadership e struttura organizzativa".
Nel campo psicologico, si consolida il modello behaviourista dello
S-R con tutte le sue implicazioni pratiche e sperimentali. La
radio è ormai entrata nello stile di vita di molti paesi,
e la pubblicità in senso moderno sta già affermandosi
come fatto economico rilevante.
In questo quadro storico nasce la teoria "ipodermica",
basata sul principio di una comunicazione "one flow",
asimmetrica e invadente, in cui il messaggio è di fatto
equiparato allo stimolo, che nello spettatore elicita una risposta
passiva ed automatica. "Stimolo e risposta sembrano essere
le unità naturali nei cui termini può essere descritto
il comportamento". In questa fase, il problema centrale
della ricerca è quello degli "effetti": una volta
stabilito che il messaggio viene trasmesso per via "ipodermica",
direttamente dall'emittente al pubblico attraverso un "ago
ipodermico" rappresentato dal medium, si tratta soltanto
di quantificare gli effetti sul comportamento dell'esposizione
a quel messaggio. Era quindi dato per scontato che una volta sparato
il "bullet", si dovesse soltanto capire quanti e quali
"target" sarebbero stati colpiti, dando per scontato
che esistesse una correlazione diretta tra esposizione ai messaggi
e comportamento.
Il modello della "bullet theory" è stato ampiamente
smentito dalla ricerca, eppure, proprio ai nostri giorni, si è
riacceso un dibattito forte sui temi degli effetti dei media sul
pubblico, in particolare sulle categorie cosiddette "indifese"
o "vulnerabili", come l'infanzia o gli anziani. Un pamplhet
di Karl Popper ha riaffermato il carattere dannoso di certa televisione
e l'incapacità di conoscerne e controllarne tutti gli effetti.
Anche altre voci, tra cui educatori, filosofi e psicologi, si
sono unite a quella dell'ormai scomparso epistemologo e filosofo
della scienza. Anche l'allievo prediletto di McLuhan, De Kerkhove,
pone l'accento sulla natura costrittiva della televisione.
"Il linguaggio è esterno a voi e vi controlla,
oppure il linguaggio è interno a voi e quindi siete voi
a controllarlo. Se è al di fuori, avrete un potere minimo
sul vostro destino, avrete una scarsissima coscienza e ancor meno
autocoscienza, ed una libertà minima nel decidere quello
che volete fare, quello che volete pensare". Ed ancora,
a proposito della televisione e della radio "questi sono
i dittatori, grandi dittatori che conoscete bene, il Grande Fratello:
sono individui che parlano e fanno marciare gli eserciti come
un solo uomo. Con la televisione abbiamo ancora una forma di dittatura,
ma del mondo consumistico: essa trasforma la gente in consumatori,
non in soldatini. I computer sono come libri elettronici, vi restituiscono
il potere del libro e il potere di controllare il linguaggio,
anche se condividete questo potere con una macchina. (...) Così,
i libri vi rendono "privati", mentre radio e TV vi rendono
"pubblici", e i computer vi fanno diventare di nuovo
"privati". Lo scopo di questo lavoro: tentare di
esplorare le possibilità per un nuovo modello di rapporto
tra gli elementi del sistema media-utenti-realtà, non può
non tenere conto della ricerca e del dibattito sugli effetti della
televisione. Ma vogliamo sottolineare che il concetto di "massa"
non ha più validità scientifica o pratica, l'evoluzione
stessa della società della comunicazione ne ha decretato
la fine, in favore di un modello più diffuso e, secondoalcuni,
più "democratico".
Lasswell ed il superamento della teoria ipodermica
Nel 1948 viene pubblicato un lavoro elaborato negli anni precedenti
da Lasswell, in pieno boom della teoria ipodermica. Il modello
proposto da Lasswell fornisce una ripartizione dei campi di analisi
nello studio dei media, ma suggerisce anche una prima forma di
complessità della comunicazione che la "bullet theory"
aveva ignorato.
"Un modo appropriato per descrivere un atto di comunicazione
è rispondere alle seguenti domande: chi, dice che cosa,
a chi, con quale effetto?
Lo studio scientifico del processo
comunicativo tende a concentrarsi su uno o l'altro di tali interrogativi".
Quella di Lasswell non è certamente una posizione antitetica
rispetto alla "bullet theory", infatti viene data per
scontata l'asimmetria e l'unidirezionalità della comunicazione
di massa: l'audience viene ancora visto come recettore passivo
di messaggi sparati nel mucchio. Innovativa è la scoperta
della complessità del sistema dei media e l'attenzione
sul sistema media-audience, privilegiando la ricerca dal punto
di vista della forza, dell'influenza, del potere e dell'organizzazione
dei media. Lasswell pone così le basi per l'articolazione
della media research statunitense concentrata però
su alcuni campi, trascurando forse un approccio sinottico e soprattutto
multidisciplinare ai fenomeni della comunicazione e del rapporto
media-società.
La "massa" non è stupida: gli effetti limitati
Il superamento della teoria ipodermica avviene in contemporanea
con l'incrinarsi del modello comportamentista. Con il progressivo
spostarsi dell'attenzione sulle differenze individuali nelle attività
cognitive e nel comportamento si giunge alla consapevolezza che
la correlazione tra messaggio e comportamento viene influenzata
da almeno una variabile interveniente, rappresentata dalle differenze
psicologiche tra individui. Il modello S-R viene reso più
complesso e rielaborato secondo lo schema: stimolo - processi
psicologici intervenienti - risposta.
Questa presa di coscienza, dovuta ad una serie di risultati sperimentali
nella ricerca psicologica, comporta una revisione anche del modello
della comunicazione. "I messaggi dei media contengono
particolari caratteristiche che interagiscono in maniera differente
con i tratti specifici della personalità dei membri che
compongono il pubblico. Dal momento che esistono differenze individuali
nelle caratteristiche della personalità tra i membri del
pubblico, è naturale assumere che negli effetti vi saranno
variazioni corrispondenti a tali differenze individuali".
Siamo entrati in un periodo nuovo degli studi sui media, in cui
le scoperte riguardano soprattutto la complessità del rapporto
tra i media e l'audience. Scrive Lazarsfeld che ci si è
finora "occupati dell'effetto come se si trattasse di
un concetto semplice; in realtà ci sono più possibili
effetti dei mass media sulla società e parecchie differenti
dimensioni secondo le quali si possono classificare tali effetti".
Le caratteristiche di questa nuova ricerca sono la complessità
dell'analisi, anche in riferimento alla variabile "tempo"
ed a quella "contesto", e lo studio del "consumo"
che il pubblico fa dei media. Questo corpus di concetti va sotto
il nome di "teoria degli effetti limitati", in quanto
viene ridimensionata se non smentita la correlazione diretta ed
immediata tra messaggio ed effetto.
Si sarà certamente notato come vengano esposti in queste
pagine una serie di studi che appartengono ad aree disciplinari
diverse, sia in campo psicologico che sociologico. Non essendo
questo un lavoro storico di risistemazione o riclassificazione
degli studi sui media, lo scopo principale è quello di
mostrare come sia cambiata nel corso degli anni la prospettiva
generale nello studio della comunicazione con particolare riferimento
alla relazione media-utenti-realtà. Al fine di dimostrare
come il cammino della ricerca nei campi della psicologia sociale
e della communication research abbia percorso strade parallele
che in alcuni momenti si sono incrociate e che dovrebbero giungere,
se ciò non è ancora avvenuto, ad un punto di convergenza.
Un'altra implicazione della teoria degli effetti limitati è
quella che riguarda il rapporto tra il contesto sociale ed il
sistema media-messaggi-audience. Secondo Lazarsfeld e Berelson,
elementi come status, appartenenza sociale ed fattori biografici
possono influenzare non solo i comportamenti di voto, ma anche
il modo in cui i messaggi vengono recepiti ed elaborati ai fini
del cambiamento di opinione. Un'altra variabile importante è
la presenza dei "leader di opinione", cioè una
serie di individui forniti di uno status più alto nei confronti
dell'accesso e della distribuzione dell'informazione. Il concetto
di "opinion leader" rivaluta anche un altro aspetto
della comunicazione, quello dell'influenza personale e della comunicazione
"face to face", aspetto che ritornerà con inattesa
evidenza nello studio dei new media ed in particolare dell'insieme
di tecnologie di rete che vanno sotto il nome di Internet.
"L'indicazione fondamentale, a mio avviso, di questa
teoria, che rappresenta un'acquisizione definitiva per la communication
research, non riguarda tanto la limitatezza degli effetti quanto
il radicamento completo e totale dei processi comunicativi di
massa entro cornici sociali molto complesse, in cui variabili
economiche, sociologiche, psicologiche, interagiscono incessantemente".
La teoria critica
Il gruppo di ricercatori e filosofi conosciuti come "scuola
di Francoforte" rappresenta uno degli esempi più forti
di come lo studio dei fenomeni psicologici e di quelli comunicativi
possa ricongiungersi in una visione più generale del modello
di circolazione e organizzazione della cultura sociale. Anche
se la critica della scuola di Francoforte parte da una visione
ideologicamente ben definita della società occidentale
capitalistica, è indubbio che essa abbia rappresentato
una novità proprio per il suo approccio multidisciplinare
ai fenomeni sociali.
Il nucleo della "teoria critica" può essere
individuato nella convinzione che i fenomeni sociali vanno sicuramente
riferiti all'organizzazione ed alla struttura economica delle
forze sociali che li hanno generati. Nel campo della comunicazione,
questo principio porta all'analisi di quella che viene definita
da Horkheimer e Adorno "l'industria culturale", cioè
l'organizzazione produttiva dei contenuti culturali che ricalca
il modello tipico dell'industria capitalista. "Film, radio
e settimanali costituiscono un sistema. Ogni settore è
armonizzato in sé e tutti fra loro". Le regole
che governano questo sistema sono quelle del profitto e del mercato,
e a queste esigenze vengono adeguati anche i contenuti dei messaggi
prodotti, l'individualità viene assoggettata all'esigenza
del consumo e modellata su un prototipo creato dai media che rispondono
allo stesso ceto produttore. Le caratteristiche del prodotto mediatico,
"l'ubiquità, la ripetitività e la standardizzazione",
modellano una cultura di massa che a sua volta si trasforma in
uno strumento di controllo sociale su soggetti svuotati della
propria identità e provvisti di una pseudo-individualità,
socialmente determinata, di consumatore alienato.
Questa analisi devastante è sicuramente stata influenzata
dalla situazione in cui si trovarono questi studiosi di formazione
marxista dopo la fuga del 1923 dalla Germania nazista. Da una
parte Hitler ed il suo potere totalitario, esercitato anche attraverso
gli strumenti di persuasione di massa, come la radio, dall'altra
la società di massa americana, con l'esplodere del consumismo
ed il potere delle corporate e della pubblicità,
anche qui padroni di un sistema di comunicazione di massa.
Blumler e il "New look"
A metà degli anni '70, avviene una moderata revisione
della teoria degli "effetti limitati", ad opera di Blumler
che, riferendosi in particolare agli studi sulle dinamiche elettorali,
pone l'accento sulla forza dei media. Secondo Blumler, i media,
ed in particolare la televisione, sono diventati i protagonisti
della vita pubblica e politica, anche grazie all'indebolimento
delle appartenenze politiche e della fedeltà dell'elettorato.
La nuova forza dei media si esplicherebbe soprattutto in un effetto
di "agenda setting", cioè di indicazione della
gerarchia di priorità dei temi del dibattito pubblico e
della loro visibilità in funzione di criteri che sono quelli
stabiliti dalle regole di funzionamento dei media e non delle
effettive esigenze della società. Per quanto riguarda il
pubblico, esso non è completamente sprovveduto di fronte
alla nuova invadenza ed apparente imparzialità dei messaggi
dei media. L'individuo è infatti portatore di una serie
di esigenze che ne orientano la scelta di esposizione ai media,
così il ricevente è colui che può decidere
di iniziare o meno l'interazione comunicativa sulla base di un
sistema di "uses and gratifications", di risultati
informativi o edonici che può ottenere dall'esposizione
sulla base di un suo sistema di scopi.
Il "New look" rappresenta una ricalibratura delle teorie
post-comportamentiste statunitensi, e non un vero cambio di prospettiva
nello studio degli effetti dei media, ma va comunque tenuto in
considerazione il suo tentativo di conciliare una considerazione
di obbiettiva pervasività del sistema dei media con una
funzione attiva dell'audience in termini di capacità di
scelta e selezione delle informazioni.
Il panorama europeo
Dall'inizio degli anni '60, in Europa si assiste ad una rinascita
degli studi sul sistema della cultura e sulla comunicazione. Tre
grandi filoni di ricerca si sviluppano dalla considerazione comune
che la comunicazione di massa è inserita in un contesto
più articolato e che la circolazione delle idee comporta
dei processi complementari a livello individuale e sociale.
Il primo filone è quello inaugurato da Edgar Morin e che
va sotto il nome di "teoria culturologica". La considerazione
da cui parte Morin non riguarda solo i mass media ma il sistema
della "cultura di massa", intesa come un sistema di
valori, simboli, miti ed archetipi che compongono la "struttura
dell'immaginario collettivo" e che fanno da banca del sapere
comune cui gli individui attingono per interpretare se stessi
ed il presente.
I mass media sono tra i produttori ed i diffusori di questi elementi.
Anzi, grazie ad essi la velocità di circolazione di miti,
archetipi e simboli è aumentata in maniera vertiginosa.
Ma il sistema produttivo della cultura di massa tende a ridurre
"gli archetipi in stereotipi", riproducendo all'infinito
forme e modelli elaborati in alcuni luoghi privilegiati di creatività.
Questo conflitto tra creazione delle idee e standardizzazione
dei contenuti viene mediato proprio dalla cultura di massa, che
tende a scegliere una linea di compromesso, producendo così
per un pubblico "medio" in termini di gusto e conoscenze.
Un anno prima di Morin, Serge Moscovici aveva pubblicato la sua
ricerca sulla psicanalisi in cui analizzava tre diverse tipologie
nel rapporto tra stampa e circolazione delle rappresentazioni.
Vengono analizzati tre tipi di pubblicazioni, quelle cosiddette
"indipendenti", quelle che appartengono "alla sinistra"
e quelle di appartenenza cattolica. In questo lavoro, viene dimostrato
come il rapporto tra media e audience venga mediato, anzi determinato,
dalle rappresentazioni sociali e dai legami di appartenenza sociale.
Sia la stampa che il pubblico condividono un sistema di rappresentazioni
comuni, e la circolazione dei contenuti di una teoria scientifica,
nel caso della ricerca di Moscovici la psicanalisi, viene determinata
dal modo in cui i contenuti innovativi vengono elaborati e messi
in relazione con le rappresentazioni esistenti.
La terza innovazione introdotta in Europa dagli anni '60 allo
studio della comunicazione viene dalla semiotica. Alla base della
"bullet theory" vi era un modello di comunicazione "emittente-canale-messaggio-canale-ricevente"
in cui si dava per scontata la perfetta corrispondenza delle competenze
dei due attori dell'interazione comunicativa. Ben presto fu chiaro
che questo modello era insufficiente a spiegare i problemi che
intervenivano nella comunicazione. In effetti, alla catena mancava
un anello fondamentale: quello della competenza comunicativa.
"Perché il destinatario possa comprendere il segnale
nel modo esatto occorre che, sia al momento dell'emissione sia
al momento della destinazione, si faccia riferimento a uno stesso
codice". Ecco che entrano in gioco nell'analisi del messaggio
e dei suoi effetti anche due importanti fattori: come è
scritto il messaggio e qual è il bagaglio di chi
lo invia e di chi lo riceve. Perde importanza allora l'efficienza
della trasmissione del messaggio e quindi del canale, e ne acquista
invece l'attività di elaborazione di quello stesso messaggio
da parte di due soggetti, emittente e ricevente, che, sempre secondo
Eco, cooperano alla costruzione del significato in un luogo
virtuale chiamato "testo".
La prospettiva dialogica e le comunicazioni di massa
L'approccio dialogico alla comunicazione fa parte di quella prospettiva
costruzionista che considera l'interazione comunicativa il luogo
privilegiato di negoziazione e di elaborazione delle visioni del
mondo. In questa direzione vanno diverse ricerche che hanno in
comune la spiegazione dell'interazione sociale attraverso variabili
come il patrimonio di rappresentazioni, l'appartenenza sociale
e l'asimmetria nel gioco dei ruoli comunicativi. Applicare tale
prospettiva, elaborata nella comunicazione interpersonale e nella
prospettiva dell'influenza sociale, non pare agevole, data anche
la tradizione di considerare totalmente asimmetrico il rapporto
di potere nell'interazione tra media e pubblico, nonostante l'introduzione
del concetto di "feedback comunicativo".
"Un paradosso di questo momento di sviluppo delle comunicazioni
di massa è che, contemporaneamente al fenomeno in precedenza
citato, si assiste alla ricerca di una comunicazione con l'utente
in un certo senso meno mediata, a svariati tentativi di coinvolgerlo
direttamente con vari espedienti, sollecitandone la partecipazione
attiva al punto da arrivare a programmi di nuova concezione, fatti
in un certo senso a misura degli utenti, che sembrano diventarne
gli elementi portanti, i soggetti principali: enorme differenza
rispetto al ruolo classico del fruitore dei media, prototipicamente
rappresentato dal telespettatore, selettore di programmi tramite
l'unico potere che gli sembra concesso, quello cioè dell'uso
compulsivo del telecomando".
Il dibattito sulla "neo-televisione" ha messo in luce
come anche questo medium, considerato per antonomasia come unidirezionale
e dispotico vada verso una maggiore interattività aumentando
il grado di partecipazione, fino a superare anche la barriera
dello schermo con le "piazze elettroniche" in cui il
pubblico è autore e attore o con la formula "pay per
view". Fenomeni televisivi come l'esplosione del "talk-show"
hanno introdotto una forte componente dialogica nella dinamica
televisiva. Anche se alcuni autori sottolineano il carattere fittizio
del dialogo messo in scena in televisione, è indubbio che
l'argomentazione, la discussione e le tecniche retoriche abbiano
assunto una visibilità e quindi un'importanza maggiore
nel palinsesto televisivo. "Anche la pubblicità
ambisce a costruire i suoi messaggi aderendo a una struttura apparentemente
dialogica: ne sono indicatori determinate procedure degli scambi
discorsivi, come atti linguistici di apertura che innescano una
risposta, tesi a mostrare le reazioni del pubblico, inviti, espliciti
alla loro comunicazione differita".
Secondo i critici della prospettiva dialogica, nel caso dei media
di massa il risultato comunicativo è un ibrido, che appare
dialogico, pur restando nella sua essenza monologico, la posta
in gioco non sarebbe la negoziazione di un contenuto, l'elaborazione
comune di una rappresentazione, quanto piuttosto l'immagine, lo
statuto dei partecipanti. La competizione mirerebbe ad affermare
il proprio statuto, con il conseguente bagaglio di affermazioni
e valori, piuttosto che ad elaborare un testo, una rappresentazione
attraverso l'argomentazione e l'interazione dialogica.
Si potrebbe ipotizzare che questo dibattito sarà valido
soltanto fino al giorno in cui il ruolo principale nel sistema
dei mass media spetterà alla televisione, nel momento in
cui i nuovi media interattivi "smetteranno di essere una
rivoluzione", ed occuperanno il posto nel quotidiano
che ora spetta alla "grande sorella", anche il principio
dell'analisi dialogica acquisterà maggiore rilevanza teorica
e sperimentale.
Alla luce di questa prospettiva si è sviluppato un dibattito
molto vivace tra gli operatori della comunicazione, anche in Italia.
Riportiamo qui di seguito le risposte di due direttori di testate
giornalistiche alla domanda se in futuro Internet possa togliere
spazio alla televisione, così come questa ha tolto spazio,
in qualche modo, ai giornali: "Non credo che, a differenza
di quello che è successo per la televisione rispetto ai
giornali, ci possa essere uno scavalcamento o uno sconfinamento
di Internet nel settore presidiato dalla televisione, intanto
perché la televisione è un strumento più
pervasivo, più insinuante e gratuito, ciò che è
forte rispetto ai giornali. Tutta da dimostrare, viceversa, è
la gratuità di Internet".
"Io credo che Internet sia più compatibile con
i giornali e con la parola scritta, perché è un
mezzo amico della parola scritta, è decisamente più
in competizione con la televisione che è un mezzo che si
fonda sull'immagine. Del resto, le statistiche dicono che gli
utenti di Internet sottraggono il tempo che usano per Internet,
fondamentalmente, alla televisione".
Le affermazioni diametralmente opposte dei due giornalisti rispecchiano
una profonda incertezza che riguarda proprio il rapporto con il
pubblico e le trasformazioni nella professione dovute la modifica
degli equilibri media-utenti-realtà che tenteremo di delineare
nel prossimo paragrafo. Questa incertezza viene vissuta anche
da chi si occupa di communication research, come esemplificato
da Cavallari: "Che senso ha spiegare Internet o le autostrade
dell'informazione tr amite le teorie strutturali-funzionali di
Parson e Lazarfield sul messaggio, l'emittente, il ricevente,
o tramite la teoria dei sistemi culturali? Che senso hanno gli
schemi della scuola di Francoforte davanti a recettori che sono
passati dall'assenza di "retrocomunicazione" a una retrocomunicazione
generale e universale, in un pianeta dove tutti comunicano con
tutti?".
L'infrastruttura della realtà
Uno dei filoni comuni che la ricerca ha affrontato è quello
del potere dei media di costruzione della realtà. Anche
se spesso questo concetto si è trasformato nella visione
apocalittica del controllo totale sulle menti del pubblico, è
indubbio che esistano una serie di relazioni tra mezzi di comunicazione
e costruzione sociale della realtà.
Nato di fronte allo sgomento per la rapida crescita della radio
prima e della televisione poi, il problema della costruzione della
realtà è tornato prepotentemente alla ribalta con
lo sviluppo delle tecnologie multimediali e di rete e delle applicazioni
di realtà virtuale che hanno scatenato la sindrome del
"Grande Fratello", la paura che uno o più soggetti
economici e di potere possano controllare la nostra percezione
della realtà, e quindi le nostre menti.
Questo tema nasce da osservazioni scientifiche pertinenti del
rapporto mente-tecnologia, come viene per esempio descritto ancora
da De Derckhove: "E' una psico-tecnologia qualunque dispositivo
tecnologico che estenda o imiti questa o quella caratteristica
psicologica umana o un gruppo di esse. Le psico-tecnologie includono
reti e dispositivi "vivi" di elaborazione di informazioni,
pubblici o domestici. Il telefono, la radio, la TV, i computer
e i satelliti, per esempio. Dato che essi, com'è ovvio,
modificano le relazioni all'interno del tessuto sociale, si può
anche presumere che ristrutturino e modifichino le caratteristiche
psicologiche, in particolare quelle che dipendono dall'interazione
tra il linguaggio e l'organismo umano, o tra la mente e la macchina".
Ci troviamo di fronte al problema che qui noi chiameremo dell'infrastruttura
della realtà, cioè del modo in cui i media partecipano
al normale processo di costruzione sociale della realtà
sul continuum individuo-società. Il pericolo che una nuova
realtà, completamente artificiale, venga creata attraverso
l'uso generalizzato e diffuso elle tecnologie della comunicazione,
oggi più potenti che mai, è sicuramente deducibile
dalle premesse di molti studiosi dei media, ma noi crediamo che
esso si presenti con delle caratteristiche differenti da quelle
finora prese in considerazione.
Vediamo per esempio l'opinione di Walt Mossberg, giornalista
del "Wall Strett Journal", sul rapporto tra disponibilità
d'informazione e costruzione della realtà: "Penso
che il modo di rapportarsi all'eccesso di informazione sia quello
di essere molto brutale e selettivo con ciò che si legge
e si vede. (...) Si possono porre dei filtri, o quelli che chiamano
agenti, per dire: voglio vedere solo cose che riguardano un certo
argomento (...). Il lato negativo di questo, o il rischio, è
che le persone entreranno in questi piccoli sentieri dove tutto
ciò che vogliono sapere si riduce a notizie sulla industria
chimica, o notizie sul basket, o su una certa società o
su una determinata pubblicazione culturale". Il problema
non è rappresentato dalla potenza tecnologica espressa
dai media, ma piuttosto dalle pratiche socialmente condivise di
fruizione dell'informazione e dai processi individuali di partecipazione
alla comunicazione. Questa considerazione comporta dei risvolti
molto interessanti nel rapporto tra collettivi sociali ed infrastruttura
della realtà: "Telefono, radio, televisione, computer
e gli altri media si combinano nel creare ambienti che insieme
istituiscono un universo intermedio di elaborazione delle immagini.
Sono questi i mondi delle psicotecnologie. Da questo punto di
vista, la televisione diventa il nostro immaginario collettivo
proiettato al di fuori del nostro corpo fino a creare una teledemocrazia
consensuale ed elettronica La TV è letteralmente, come
l'ha definita Bill Moyers, una 'mente pubblica'".
La potenza dell'infrastruttura della realtà non si manifesta
nella creazione di ambienti virtuali sempre più plausibili
o nell'informazione giornalistica che per farsi più realistica
si confonde irrimediabilmente con la narrazione pura della fiction,
ma nella sempre maggiore disponibilità di informazioni
su ogni argomento e nella crescita del tempo dedicato dagli individui
alla ricerca, alla fruizione dell'informazione. Noi crediamo che
proprio il "fattore accidentale" nella fruizione dell'informazione
sia uno dei principi chiave della costruzione sociale della realtà
e del rapporto media-utenti. "Il cervello cibernetico
accentua l'interazione cibernetica permanente del cervello umano
con il mondo esterno. Noi cambiamo il mondo e il mondo cambia
noi in continuazione. Abbiamo sempre usato così il nostro
cervello. Il problema è che, fino ad oggi, ci voleva del
tempo perché la reazione cibernetica del mondo reagisse
sul cervello. Non si poteva semplicemente pensare una cosa e vedersela
realizzata davanti agli occhi, come per magia. Le correzioni a
una pagina scritta o a una tela dipinta richiedevano almeno qualche
minuto. Oggi, la velocità d'interazione è aumentata
fino all'immediatezza".
Lo scenario delineato è quindi quello di una realtà
artificiale perfettamente opaca ed omogenea, senza interstizi
ed interferenze, che finirebbe per avvolgere gli individui ed
i gruppi in una sorta di grembo materno, in grado di fornire in
tempo reale ogni tipo di risposta a tutti i bisogni di informazione
e comunicazione, esistenti o futuri.
La nostra percezione della realtà è basata sulle
differenze, sul rapporto tra casualità e ricorsività
degli eventi, sull'esplorazione attiva dell'ambiente e sulla costruzione
sociale dei concetti. In un ambiente ipotetico, dove ad ogni nostra
richiesta dovesse corrispondere una immediata disponibilità
di tutta l'informazione necessaria, in forma multimediale ed interattiva,
noi non saremmo più in grado di percepire lo scollamento,
la differenza tra mondo reale e rappresentazione. In linea teorica,
una situazione del genere potrebbe essere magari creata attraverso
ambienti ed interfacce di realtà virtuale, capaci di creare
un ambiente sensibile ad ogni nostra sollecitazione ed in grado
di rispondere immediatamente ed in maniera pertinente e multisensoriale
ad ogni nostra richiesta, come ipotizzato da Howard Rheingold
nella sua survey sugli sviluppi della ricerca sulla RV
nel mondo. "La realtà virtuale si sarebbe anche
potuta definire immaginazione artificiale o coscienza artificiale
(...) E' perché oggi possiamo includere stimoli sensoriali
come visione, udito e tatto artificiali nel nostro apparato sensorio
che siamo in grado effettivamente di considerare la possibilità
della coscienza artificiale. (...) Solo con l'aggiunta dell'interazione
sensoriale possiamo ricostruire al di fuori del nostro corpo il
tipo di interiorità caratteristica della coscienza umana".
Ritorna l'ipotesi di McLuhan che la nostra percezione diretta
possa essere sostituita da estensioni elettroniche del nostro
corpo e che quindi ci tenga sospesi in un ambiente artificiale
perdendo poco a poco il contatto con la "cosità"
del mondo. In pratica però la realtà virtuale può
contenere decine di migliaia di configurazioni di stimoli e percorsi
esplorativi complessi, ma non rispondere ad un principio di casualità
perfetta, né prevedere le infinite possibilità,
bisogni, aspettative e fantasie che la mente umana riesce a generare.
In altre parole, un motore di realtà virtuale, cioè
un computer ultrapotente per generare ambienti virtuali, per quanto
complesso non sarebbe in grado, alla luce delle attuali conoscenze,
di diventare un "sistema rappresentazionale", cioè
"un insieme attivo di strutture capace di autoaggiornarsi
e organizzato in modo da "rispecchiare" il mondo nella
sua continua trasformazione". Ci sarebbe prima o poi
un comportamento, una fantasia umana a cui la macchina non potrebbe
rispondere in maniera adeguata.
Come sappiamo dalle ricerche di Jean Piaget, una delle fasi più
importanti nello sviluppo cognitivo del bambino è quella
in cui viene sviluppata la nozione di "permanenza dell'oggetto".
Il momento cioè in cui il bambino si rende conto che un
oggetto continua ad esistere anche quando sparisce dal suo campo
visivo. Uno dei problemi filosofici fondamentali è stato
per secoli stabilire se la realtà possa cambiare in assenza
del nostro sguardo. Questo gioco fa parte della nostra concettualizzazione
del mondo, e quindi contribuisce alla percezione della realtà.
Consideriamo ora uno dei problemi principali dell'uso di Internet
nel giornalismo: quello dell'attendibilità delle fonti.
"Se si fa una conversazione digitale, ed in particolare
se la si fa con una persona non conosciuta, e non si sa se l'indirizzo
e-mail o il suo nome sono esatti, al nostro giornale (...) abbiamo
delle regole secondo le quali bisogna prendere il telefono e confermare
l'identità della persona, prima di stampare la notizia
(...) perché è senz'altro possibile e frequente
che le persone prendano delle false identità su Internet".
Ogni giornalista si è trovato prima o poi di fronte ad
un problema simile, ed ha adottato comportamenti diversi, basandosi
sulle sue conoscenze tecniche e sulla deontologia. Chi ci dice
ce quando noi non "giriamo lo sguardo", cioè
non siamo in connessione con la fonte su Internet, questa non
sparisca, non cambi forma o identità? "Ora quello
che può accadere e di fatto accade è che il giornalista,
sommerso dalle informazioni, non controlla più nulla di
quello che scrive perché la verità di un'informazione
sembra dipendere dal fatto che sia stata comunicata".
Si tratta di un grosso problema di accesso e verifica delle informazioni,
eppure non si può ignorare quella che è diventata
la più fornita banca dati del mondo ed il medium più
veloce sul quale le notizie, come nei casi del Chiapas e della
guerra in Bosnia, sono disponibili molto tempo prima che vengano
diffuse dalle agenzie. Immaginiamo ora nella stessa situazione
gli utenti che non siano giornalisti. Quali "pezzi"
della realtà mediatica sono i più veri nel momento
in cui all'apparente affidabilità dell'informazione televisiva
e giornalistica si sono affiancate fonti on-line in grado di fornire
notizie su qualsiasi argomento in tempo reale? Accanto al problema
dell'opacità della realtà, ecco che nasce quello
della "stabilità". Ciò che siamo abituati
a considerare come un mondo stabile e nello stesso tempo multiforme,
in cui gli oggetti della conoscenza "permangono" indipendentemente
dalla nostra volontà e presenza, si trasforma in un mondo
di bites, in cui il supporto digitale decompone la materia
in impulsi elettrici e con questi ricostruisce oggetti che esistono
soltanto nel momento in cui interagiamo con essi. Eppure gli utenti
stessi partecipano attivamente alla costruzione di questa realtà
grazie ai media interattivi one-to-one e many-to-many.
Ci troviamo quindi di fronte ad un altro fattore di obsolescenza
dei modelli tradizionali della communication research che
richiede spiegazioni nuove del rapporto media-utenti-realtà
e quindi sollecita nuove ricerche.
Conclusioni
Al termine di questa rapida rivista del rapporto tra media, utenti
e realtà nella storia della communication research,
proveremo a tirare le somme di una serie di osservazioni. Le prime
trasmissioni radiofoniche di tipo "broadcasting"
risalgono al 1920 a Pittsburgh ad opera della società Westinghouse,
da allora sono stati fatti molti passi nel campo delle telecomunicazioni
ad uso commerciale, la tecnologia ha reso possibile applicazioni
interattive come la televisione "on demand" ed i servizi
satellitari, parallelamente, la nascita delle reti e delle autostrade
informatiche ha creato nuove forme di interazione e socializzazione.
Come è spesso accaduto, però, durante il secolo
più "veloce" nella storia dell'uomo, i progressi
tecnologici non sono stati seguiti dalla crescita culturale e
dall'approfondimento psico-sociologico sulle conseguenze di questi
eventi sugli individui e sui gruppi sociali nonché sul
loro ruolo attivo in questa crescita.
La complessità è la caratteristica più evidente
della società della comunicazione. Per dominare e comprendere
questa complessità si sono rivelati forse insufficienti
gli strumenti tradizionali dell'analisi nelle scienze sociali.
Ci siamo sforzati di riassumere in uno spazio veramente breve,
e quindi in maniera poco approfondita, una mole di ricerche e
di teorie che meriterebbero ben altra attenzione. La ricerca si
trova oggi a fronteggiare una sfida importante posta dall'imprevedibile
e per fortuna incontrollabile dipanarsi del filo delle attività
umane.
Il rapporto media-utenti-realtà subisce in questa fine
di secolo un cambiamento paragonabile a quelli dell'invenzione
della stampa e delle trasmissioni via etere, ma di gran lunga
più profondo e rapido, e perciò più difficile
da comprendere. Lo sviluppo della multimedialità e dell'interattività
"punto a punto" consente sia il passaggio di una mole
impressionante di dati sotto forma di flusso, sia una comunicazione
interattiva con feedback in tempo reale che incidono più
che mai sul concetto sociale di realtà. La forma nuova
della comunicazione pone inoltre di fronte a problemi di statuto
della realtà, in quanto diventa sempre più difficile
risalire alla base materiale dell'informazione. In un'ottica costruzionista,
si può dire che anche lo statuto di realtà dei contenuti
della comunicazione è sottoposto ad una negoziazione tra
i diversi attori dell'interazione, che nel caso di fenomeni come
Internet possono essere in numero incredibilmente alto.
Ecco che la ricerca sugli effetti o quella sull'organizzazione
dei media perdono un po' della loro attualità se continuano
a lavorare su variabili come tempi di esposizione e presenza sullo
schermo. Bisogna però precisare che siamo in una fase di
transizione in cui i media tradizionali hanno ancora un ruolo
insostituibile e soprattutto una facilità di accesso che
ne mantiene alta la frequenza di utilizzo. Questa è anche
la ragione per cui la televisione come medium mantiene il suo
ruolo nella creazione e circolazione delle rappresentazioni che
non può essere paragonato, in termini quantitativi e qualitativi,
a quello di media ancora in fase di sviluppo.
Nonostante ciò crediamo di potere affermare che il modello
per i prossimi decenni sarà quello di utenti attivi in
perenne ricerca di informazioni e servizi che soddisfino esigenze
di lavoro, tempo libero, salute e cultura. Dall'altra parte avremo
una serie di soggetti economici, pubblici e privati, in gara per
rendere disponibile queste informazioni in maniera rapida ed esaustiva.
La rivoluzione copernicana della communication research
ha capovolto il modello asimmetrico, dove le strategie editoriali,
i messaggi e la commercializzazione erano comunque imposti dall'industria
culturale, in quello di una galassia di comunicazione in cui media
ed utenti giocano i loro ruoli ed i loro rapporti di potere. Il
terreno su cui avviene questa interazione è proprio quello
della costruzione sociale della realtà, che si identifica
sempre di più con il flusso comunicativo. L'interazione
tra media è utenti sarà in futuro quella infrastruttura
della realtà che per tanto tempo la ricerca ha identificato
con il solo sistema produttivo dei mass media. Questa infrastruttura
tenderà verso una progressiva de-materializzazione che
la renderà trasparente agli utenti ed agli operatori dei
media diventando sempre più simile alla "Compagnia"
che in un racconto di Borges organizza la lotteria a Babilonia
nella quale tutti gli abitanti della città costruiscono
i loro destini puramente simbolici e "virtuali" presi
in un gioco con e sulla realtà da loro stessi creato: "poiché
Babilonia, essa stessa, non è altro che un infinito gioco
d'azzardo".
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