net art e Virtual Museums (3)
Domenico Quaranta
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Musei
virtuali e net art
Se il museo virtuale è prevalentemente
uno strumento di diffusione e condivisione di informazione
relativa a realtà ed opere d’arte che possono
essere esperite nella loro completezza ed integrità solo
al di fuori della Rete, di fronte alla net art il sito museale
deve recuperare tutte le sue funzioni e prerogative e tornare
ad essere non solo luogo di comunicazione ed educazione,
ma anche di collezione, conservazione, ricerca ed esposizione.
L’arte in Rete trova infatti nel Web il suo luogo naturale
di elaborazione e di presentazione, e nonostante gli sforzi
che sono stati fatti per inserire opere di net art in mostre
allestite negli spazi reali di una galleria o di un museo, è in
Rete che un’opera di net art va allestita e conservata.
D’altra parte, a tutti questi livelli la net art lancia
al museo delle sfide che meritano di essere accolte con una
attenzione critica che tenga conto sia degli errori che delle
esperienze emerse negli anni appena passati. Le pagine che
seguono cercheranno di accennare ad alcune di queste problematiche
e di proporle per un’analisi più ampia.
Attività curatoriale
e net art Molta net art
si caratterizza per un atteggiamento critico nei confronti
dei musei e del sistema dell’arte in genere. I primi
artisti che si sono avvicinati alla Rete hanno anzi affermato
che fra gli elementi che li hanno spinti in questa direzione
un ruolo di primo piano ha avuto il rifiuto di questo sistema
e delle logiche del mercato dell’arte e la ricerca
di una terra vergine, dove quello che andavano elaborando
potesse affrancarsi addirittura dalla stessa definizione
di arte. La Rete, in quanto spazio pubblico, costituisce
il vero contesto dell’arte in Rete, il vero sfondo
su cui essa si colloca, il che la libererebbe anche della
necessità di un contesto “artistico” che
faccia da filtro e da portale di accesso ai progetti.
Una concezione
del genere, sostenibile quando l”utente della Rete
poteva cadere solo in virtù del suo “serendipitous
browsing” e attraverso link trovati in siti non legati
a nessuna intenzionalità artistica nelle maglie di Jodi.org,
sostenuta con forza ancora nel 1998 in occasione della chiusura
della foundry newyorkese ada’web e sostenibile ancora
per quegli artisti che mettono in atto pratiche attivistiche
che attirano da sole l’attenzione degli utenti, è ormai
difficile da approvare in toto: privo di legami con
contesti più ampi, un lavoro di net art si perderebbe
inevitabilmente nei labirinti di una Rete ormai troppo vasta
perché un sito possa essere accessibile senza che
nulla punti nella sua direzione. D’altra parte,ciò non
rende affatto ovvio che siano i siti museali a garantire
questo contesto: gli artisti stessi e poi gallerie, riviste,
organizzazioni indipendenti etc. hanno provveduto a fornire
alla net art dei contesti interessanti e che le garantissero
ad un tempo uno sfondo contestuale su cui svilupparsi e una
visibilità sufficiente. I musei si trovano quindi
a concorrere con tutte queste possibilità e sul loro
stesso piano. Il fatto non è per nulla negativo, dal
momento che, come ha sottolineato Dietz, una concorrenza
del genere può produrre dei frutti notevolissimi se
contribuisce a introdurre nuovi criteri nell’azione
delle istituzioni museali e a dargli nuova credibilità di
fronte agli stessi artisti.
La creazione
di un contesto appetibile per l’arte in Rete e competitivo
con altri analoghi contesti indipendenti è quindi
il primo obiettivo di un sito museale in rapporto all’arte
in Rete. Il museo deve perciò diventare una piattaforma
di eventi (Dietz) [1], un “centro culturale” e
di produzione artistica (Taiuti) [2].
Per fare questo,
il museo deve innanzitutto fare delle scelte che lo riavvicinino
al mondo dell’arte, e che permettano di superare lo
scetticismo degli artisti relativamente a una “museificazione” delle
loro opere. Dietz adotta la metafora del parassitismo per
indicare come il museo dovrebbe essere un buon “ospite” per
le opere, che trovino in esso un sostegno indispensabile
e una base su cui lavorare pur mantenendo la loro indipendenza.
Più precisamente, il museo dovrebbe proporsi in Rete
non come sacrario – o cimitero? – di capolavori
riconosciuti, ma come “a safe place for unsafe ideas”:
| |
...it
seems to me that in an increasingly privatized and commercialized
Internet space, the "network
museum" could be a kind of safe place for work that
is both unpopular in terms of its politics or unpopular
in terms of public interest... in my ideal world, a "network
museum" that was willing and able to provide this
kind of infrastructure support with some modicum of backbone,
so to speak, could be an invaluable role. [ 3] |
Questa attenzione
alle sperimentazioni curatoriali tentate da artisti e organizzazioni
non istituzionali non deve peraltro far dimenticare una delle
funzioni principali del museo, che è quella di offrire
alle opere un contesto e un apparato informativo che ne faciliti
la comprensione. E’ importante sottolineare che a questo
proposito sia Dietz che Ippolito [4] (curatore per il Guggenheim)
propendano per una informazione non eccessiva e per lo più diretta,
basata essenzialmente su interventi dell’artista o
interviste allo stesso.
Si sarà notato
che, se nella sezione relativa ai musei virtuali in genere
la riflessione di Steve Dietz svolgeva un ruolo importante
ma non unico, in questa ultima parte del progetto essa va
acquistando una predominanza quasi assoluta. Di fatto, se
curatori e direttori come Benjamin Weil (prima curatore di
ada’web, poi della sezione “media arts” del
San Francisco Museum of Modern Art), Jon Ippolito (Guggenheim),
Sara Tucker (Dia Center of the Arts) ed altri hanno dato
contributi importanti sulla tematica del curare arte in Rete
e sul rapporto net art/istituzioni, la riflessione teorica
e la pratica curatoriale messa in atto da Dietz dal momento
in cui è stato assunto dal Walker Art Center di Minneapolis
come direttore della neonata sezione New Media Initiatives occupano,
sia per mole che per intelligenza dei criteri utilizzati,
una posizione predominante nell’attuale attività in
Rete.
Collezionare
ed archiviare net art Questo è vero
anche e soprattutto per quanto riguarda le scelte relative
alla archiviazione/collezione e alla conservazione dell’arte
in Rete. Il Walker Art Center lancia
la sua galleria digitale nel luglio del 1997, dimostrando
un interesse decisamente
avanguardistico per l’arte in Rete. I primi segni di
questo interesse sono stati, all’inizio dello stesso
anno, l’ingresso (su floppy-disk) di parte della Collaborative
Sentence di Davis (gennaio 1997) nella collezione
del Whitney Museum e l’acquisto, tra gennaio
e febbraio, di alcune sezioni di siti come ada’web,
Atlas e Funnel da parte del SFMoma, conservati su
cd-rom nella sezione design dello stesso museo. In questo
contesto, l’apertura di una “digital gallery” per
un museo è un fatto assolutamente nuovo, secondo soltanto
all’iniziativa del Dia Center of the Arts (che peraltro
non si considera un museo). Conformemente alle sue dichiarazioni
teoriche, Dietz cerca nuovi suggerimenti curatoriali negli
artisti, ai quali commissiona lavori che riflettono su tematiche
come quella del rapporto parassitario e dell’archiviazione,
e che sfruttano i materiali digitalizzati del museo (Ding
an sich: The Canon Series di Piotr Szyhalski, The
Stillman Project di Lisa Jevbratt, Life_Sharing del
collettivo italiano 01.org).
Esemplare di questa
modalità di operare è stato il lancio della Digital
Art Study Collection in concomitanza con l’acquisizione
di ada’web (novembre 1998). Il sito passa in
toto sul server del Walker, viene inserito sullo sfondo
di un contesto – il museo e le sue risorse digitalizzate,
ma anche gli altri lavori collezionati o commissionati – che
permetta di collocarlo nel tempo e valutarne i lavori, provvisto
di un apparato informativo sobrio ma efficace, e reso accessibile
senza alcuna modifica. Questa l’archiviazione ad opera
di Dietz, tutt’oggi perfettamente credibile pur lasciando
aperti alcuni problemi su cui torneremo fra poco.
Contemporaneamente,
Dietz commissiona al collettivo Cohen-Frank-Ippolito un’opera
che usa ada’web come base di una modalità alternativa
e “artistica” di archiviazione: The Unreliable
Archivist. Il collettivo, che mette in atto di solito
una “adversarial collaboration”, decide qui di
adottare un atteggiamento ad un tempo conflittuale e parassitario
con il “raw material” [5] offerto da ada’web.
Il progetto si diverte a smontare e rimontare ada’web
archiviando i materiali in maniera disordinata e sulla base
di criteri non tradizionali e soggettivi. Ma, riflette Dietz,
non potrebbe essere proprio la soggettività (in opposizione
alla presunta oggettività dei criteri di solito utilizzati)
la via per uscire dall’impasse generato dalla deperibilità e
dalla continua trasformazione del medium utilizzato:
| |
One of the main concerns about
archiving network-based media involves the issue of platform
obsolescence. In other words, what good is archiving a
digital work if the hardware and/or software required to
view the work has become obsolete and is no longer available?...
This would drastically change the nature of the art conservator's
job. Rather than cleaning off old residue or analyzing
paint chips, a conservator/programmer may face the task
of writing some sort of o/s patch that would enable the
older works to be viewed on the available technologies.
Another concern that directly
relates to The Unreliable Archivist addresses the nature
of digital
media. Digital artworks have no physical bonds holding
the individual components together. To the artist this
offers a great degree of flexibility in creating the work.
However, for the archivist this fragmentation introduces
the possibility that small parts, (bits or bytes) of works
may be lost, become corrupted, or perhaps just reorganized
by mischievous hackers. The characteristics that make digital
works so attractive to artist also make it quite unstable
in the hands of an archivist used to dealing with objects
that exist in the physical world. [6] |
Il problema rimane
aperto, e se nell’immediato possono ancora valere i
criteri con cui è stata archiviata ada’web (“congelata” senza
possibilità di modifica e di aggiornamento così come è stata
interrotta), a lungo termine questi stessi criteri potrebbero
rendere i progetti non più fruibili. Come osserva
Ippolito, l’hardware e software oggi utilizzati potrebbero
essere desueti – e non disponibili nemmeno sul commercio – nel
giro di una ventina d’anni. I musei possono conservare
questi stessi strumenti ormai del passato [7],
ma ammesso che tutto ciò sia possibile, i lavori verranno
percepiti in maniera molto diversa da come lo sono oggi.
Inoltre, gia
il semplice “congelamento” modifica inevitabilmente
la natura dei lavori, che da opere interattive, in continua
evoluzione per opera di utenti e artisti passano a un livello
di vita fittizia e interrotta. L’alternativa è l’aggiornamento:
la presa di coscienza che il medium utilizzato rientra in
una categoria definibile come “variable media”,
e che perché nel futuro essi possano essere colti
secondo le intenzioni dell’artista essi, paradossalmente,
devono essere trasformati. Su questo fronte, Ippolito è ancora
più radicale di Dietz, che accenna alla necessità dell’aggiornamento
nel suo saggio su The Unreliable Archivist [8], e
arriva ad indicare i criteri che il museo, come unico depositario
di questo aggiornamento, dovrebbe tener presenti:
| |
1. Recognize when a potential
acquisition involves a variable medium...
2. Contact the artist
to determine if the piece has an "expiration date." ...
3. Interview the artist and any others involved
in the original production of the piece to gather as much
information as possible about the degree of flexibility
inherent in the definition of the work...
4. Acquire any documentation or objects,
including scores, notes, props, photos, and moving images,
that would be helpful to future recreators of the piece...
5. Make this documentation available to
anyone interested in restaging the work. The museum would
then give its imprimatur to any performance or recreation
of a work which it felt was consistent with the artist's
original intent. Note that this vests the museum with an
authority it never previously possessed... |
La questione rimane
aperta, ed è di importanza fondamentale, anche perché,
nella prospettiva di Ippolito, il museo verrebbe ad acquistare
un ruolo nuovo: quello di depositario della volontà dell’artista
e dei criteri di aggiornamento delle sue opere.
Partendo dunque
dall’esperienza centrale del Walker Art Center, l’ultima
parte di questa ricerca dovrà approfondire queste
questioni, facendo il punto della discussione allo stato
attuale e verificandola sulle proposte concrete avanzate
dalle istituzioni museali.
|