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Verso l'attore artificiale
di Antonio
Pizzo
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Tratto da "La Valle dell'Eden",
quadrimestrale di cinema e audiovisivi del DAMS di Torino, anno
II, n. 5, 2000 (Costa & Nolan)
"Questo è muro! - Questo è muro! Questo
è muro!": tale rapida formula segna uno dei momenti
in cui la Prima Attrice nel terzo atto di Questa Sera si recita
a soggetto incarna per lultima volta il personaggio
di Momina. Sulla scena, la madre e le sorelle si sono lentamente
ritirate nellombra; lei, rimasta sola, truccata e vestita
come il personaggio, è chiusa nello spazio di tre nude
pareti drizzate quasi di nascosto dai servi di scena. "Con
lugubre cadenza, crescente di profonda intensità, picchiando
alle tre pareti la fronte, come in una gabbia una bestia impazzita",
lattrice recita la propria battuta [1].
E certo uno dei momenti più affascinanti della drammaturgia
Pirandelliana. Qui lautore, già forte della sua esperienza
di capocomico, costruisce una scena in cui lascia esplodere, per
la prima volta con tale chiarezza, la potenza del rito magico,
rivelando la propria partecipazione a una sensibilità tutta
novecentesca per un atto teatrale clamorosamente in bilico tra
mondo materico e trascendente. E una scena, quella della
vestizione di Momina, composta in una atmosfera di estrema
suggestione e ci trasmette quella inquietudine che ha sotteso,
spesso, il rapporto tra attore e personaggio: una inquietudine
che, per molta parte della storia del teatro, ha accompagnato
latto performativo. Ma è ancora più interessante
in quanto in tal modo Pirandello individua nella struttura dellatto
magico il punto di confluenza tra lestrema materialità
del teatro (il trucco, i vestiti, il corpo dellattrice,
le mura su cui battere il capo) e lassoluto immateriale
dellimmaginazione (il personaggio di Momina, lo spirito
che si impossessa dellattrice). Questa indicibile sospensione
tra leffimero della materia e leterno invisibile dello
spirito è stata non a caso una delle costanti trasversali
allo spettacolo del Novecento.
I primi chiari sintomi di un simile atteggiamento li troviamo
certamente, quasi a caposaldo di una nuova via, nellaffacciarsi
della nuova sensibilità simbolista.
Anche in virtù del più
stretto connubio con la tecnologia contemporanea, dunque, il
teatro dellultimo Ottocento diviene il luogo magico dove
la riproduzione artistica, se da un lato
si complica e si ingombra di apparati che ne evidenziano in
forme clamorose lassoluta artificiosità,
dallaltro (grazie a questi apparati) acquistano una carica
di suggestione affatto incomparabile a quella esplicata
nei periodi precedenti [2].
Ed è una suggestione della scena che necessita di un nuovo
artefice, di un manovratore che ne garantisca e ne guidi i percorsi.
Nasce infatti contemporaneamente la figura del regista che si incunea
tra lautore e lattore.
Il profilarsi dellistanza
registica va di pari passo con laffermarsi dellidea
che il suo insorgere ponga lindividuo responsabile duna
messinscena organicamente concepita al bivio tra due scelte
opposte: usare al meglio le materie della teatralità
per conferire spessore e fascino a fantasie di mera valenza
estetica, oppure servirsene onde comporre ordini di segni capaci
di alludere a verità che trascendono leffimero
spettacolare; limitarsi a tradurre in forme visibili un fantasma
poetico, oppure esprimere forme che provochino lo spettatore
alla percezione visionaria dellInvisibile [3].
Il profilarsi allorizzonte di queste nuove ipotesi per lo
spettacolo teatrale nascono in unatmosfera culturale di estrema
vivacità in cui spesso emergono posizioni molto diverse e
spesso rivoluzionarie. Anche la recitazione così come la
tradizione laveva consegnata al nuovo secolo subisce forti
ripensamenti. E in un simile contesto che viene alla luce
lostilità di Maeterlink verso lattore. Il poeta
sente fortemente linconciliabilità tra il mondo invisibile
ma reale delle verità e la materia della scena; e
sente innanzitutto limpossibilità del corpo dellattore
di alludervi, per le insopprimibili tensioni interne allo spirito,
per le caratteristiche vitali proprie di ciò che è
organico, per cui gli è negata ogni possibilità di
tramutarsi in simbolo.
Secondo lalfiere del simbolismo
europeo, lo sguardo del pubblico andrebbe indirizzato solo verso
il "centro ardente", della creazione poetica, eliminando
ogni supporto spettacolare che a ciò possa far schermo:
a partire dal corpo stesso dellattore. Si tratta allora,
di sgombrar dal palco la presenza carnale delluomo, per
introdurre al suo posto forse proiezioni di ombre giganti, forse
manichini di cera raggelati in sinistre immobilità, forse
automi meravigliosi [4].
Lattuale stato degli studi dello spettacolo permette di
riconoscere, in coincidenza con il volgere del secolo, in generale,
due direzioni della regia in Europa. In un primo caso ci si indirizzerà
verso una matrice ermeneutica, per cui lo spettacolo discende
in linea pressoché diretta dal Poeta che produce il Testo
che viene interpretato da un artista/regista e consegnato
dagli attori al pubblico (unoperazione nella quale, tra
tutti, primeggerà la scuola del Teatro dArte di Mosca).
Nellaltro troviamo una deriva di tentativi e ipotesi, più
indefinita ma di indubbia radice simbolista, che si confronterà
con lautonomia di un linguaggio della scena che non riconosce
niente al di fuori di sé. E per questo secondo ambito è
certo esemplare il caso di Gordon Craig che fin dal 1905 individua
nellartista di teatro colui che manipolando gli elementi
della scena, così come uno stregone esperto manipola gli
ingredienti materici per ottenere limmateriale, porrà
in relazione lo spettatore con la creazione artistica. Se la scuola
russa di Stanislavskij riconosceva il proprio fulcro nellattività
interpretativa che consegnava unopera drammatica alle scene
e al pubblico, per contro, nella matrice simbolista, ciò
che avviene sul palco non è più in rapporto di dipendenza
con il testo ma è piuttosto un attività medianica
(nel senso più lato): veicolare un quid originale
e altrimenti invisibile attraverso limpiego di strumenti
di comunicazione fisica. Ma lo strumento di comunicazione resta
un modello dattore ancora borghese che bisogna totalmente
rifondare. Ed è quindi chiara lostilità di
Maeterlink, e di tutte quelle ipotesi che vedono nello stesso
corpo vivo dellattore sulla scena un elemento di discontinuità,
un pericolo alla necessaria unità dellopera darte,
una tensione estranea alla volontà dellartista creatore.
In altri termini il regista davanguardia ha finalmente acquisito
la coscienza di essere un affascinante e potente stregone, ma
è costretto a dar luogo alle sue formule adoperando rospi,
topi e altre bestioline simili che non ne vogliono sapere di star
buone e gli scappano tra le mani mentre cerca di infilarle nel
pentolone.
Lo spettacolo del Novecento nasce quindi in unatmosfera
culturale frammentata e contraddittoria, e vede un rigoglioso
fiorire di ipotesi circa la trasformazione dellattore se
non la sua totale sparizione o trasformazione in un nuovo essere
artificiale. La Übermarionette di Craig, gli inquietanti
manichini di Artaud, lattore biomeccanico di Mejerchòl'd,
i ballerini geometrici di Schlemmer, le fantasie tecnologiche
di Prampolini e di Depero, sono soltanto alcuni dei più
eclatanti esempi in tal senso, e non è questa, comunque,
la sede per tracciare questa storia dellattore negato alla
sua umanità. E però estremamente utile lasciar
tornare alla memoria questi esperimenti passati per mettere in
luce quanto tutte le ricerche e i tentativi verso un teatro iper-tecnologico,
che in alcuni casi stanno invadendo le scene di questo nuovo millennio,
possano anche essere lette come una nuova possibilità che
la scienza informatica propone per quei problemi che erano stati
posti in essere fin dal secolo precedente.
Abbiamo già accennato a Craig che fin dal 1905 dichiara
il proprio sogno di scena teatrale che si fa attore e di attori
che si fanno strumento tecnico. Ma sono ipotesi che percorrono
trasversalmente anche le sperimentazioni dei futuristi italiani.
Nel loro manifesto del 1915, Ricostruzione futurista dell'universo,
Balla e Depero asseriscono la necessità dell'eliminazione
dell'attore inteso come costrutto di psicologia naturalista, indissolubilmente
legato quindi al nostro mondo quotidiano. Quando nel 1916 ricevette
la commissione da Djagilev per i costumi di Le chant du rossignol
di Igor Stravinskij, Depero propose una totale cancellazione del
personaggio dalla scena:
L'attore viene mutato in una realtà
meccanica, compie gesti e ha atteggiamenti rigidi che lo rendono
parte integrante del dinamismo cromatico e plastico generale
senza spezzarne l'unità e l'organicità [5].
Le chant du rossignol non fu messo in scena, ma proprio
il lavoro preparatorio svolto per i costumi spinse Depero a proseguire
le sue ricerche in questo senso, fino ad arrivare alla messa in
scena, il 14 aprile del 1918, dei Balli plastici. Qui avrà
modo di portare a compimento quelle idee che non poté realizzare
con Djagilev:
Per ottenere un maggior senso geometrico
e di libertà proporzionale nei costumi, nei personaggi
e nei rapporti tra scena e figure, bisognerebbe dimenticare
addirittura l'elemento uomo e sostituirlo con l'automa vivente;
cioè con la nuova marionetta libera nelle proporzioni,
di uno stile inventivo e fantasioso, atta a offrire un godimento
mimico paradossale ed a sorpresa [6].
Vi sono alcuni spettacoli futuristi, come Ballo meccanico
futurista e L'angoscia delle macchine, in cui la
forte definizione figurativa dei personaggi, inseriti in un contesto
scenico analogo, mira proprio a fondere l'attore con la scena.
Il processo però è in tutti e due i sensi: l'uomo
che diventa macchina e la macchina che diventa uomo. Una possibilità
di trasformazione fondata sulla convinzione che entrambi gli elementi
siano costruiti secondo identiche leggi compositive.
E tra le esperienze del Futurismo a teatro è certamente
fondamentale quella di Prampolini che, con il manifesto L'atmosfera
scenica futurista (1924), definì il percorso che lo
porterà a vincere nel 1925 il Gran Prix a Parigi con il
suo modello di Teatro magnetico. L'artista inventò
un rivoluzionario spazio scenico polidimensionale, collocato al
centro del generale spazio teatrale, mosso solo da luci, proiezioni
e suoni che sostituivano completamente attori e décor.
Prampolini inventò il teatro astratto, totalmente basato
sulla suggestione visiva e sensoriale, azione pura e anti-psicologica.
Ma ciò che più intereressa in questa sede è
la sua volontà di sottrarre allattore la funzione
di agente della scena. Egli stesso aveva ben chiare le proprie
intenzioni:
Il teatro è una fabbrica
di emozioni, ove tutto deve funzionare alla perfezione come
in una colossale macchina, con un sincronismo assoluto di forze
parallele attente a misurare l'azione teatrale al ritmo magnetico
dello "scenotecnico", che distribuirà tutti gli elementi
in giuoco, dagli attori-macchina alle macchine-attori, cioè
- ad esempio - dalla prima attrice (che non sarà più
tale) al riflettore A, dalla rampa mobile 32 al portaceste,
ecc. Questa nuova disciplina e questo equilibrio degli elementi
che costituiscono la vita meccanica del teatro, s'impongono
come legge supremamente essenziale [7].
La riflessione sullattore artificiale può quindi essere
inscritta nella vivacità culturale del periodo delle avanguardie.
Angelo Maria Ripellino non si esime dal metterlo in evidenza ed
è preciso nello stabilire rapporti in tal senso tra le avanguardie
in Russia e le analoghe esperienze europee.
Il preponderare della pittura in
teatro coincide con l'affievolirsi dell'attore ottocentesco,
alla cui esuberanza caotica i registi ora preferiscono ora la
rigidezza e la disciplina strumentale della marionetta. L'aspirazione
di Mejerchòl'd a trasformare gli attori in fantocci risentivano
delle tendenze che erano allora nell'aria. Proprio in quegli
anni Gordon Craig additò la marionetta come archetipo
di recitazione e Valery Brjùsov, tirando le somme della
Stilbunhe di Pietroburgo, propose di sostituire gli attori con
bambole a molla, che avessero un grammofono dentro, paradossale
preannuncio della "mechanische Kunstfigur" di Oskar Schlemmer
e degli "Spielkorper" di El Lisickij [8].
Del resto proprio nella Russia dei vivacissimi anni Venti queste
nuove ipotesi sullattore si innestano nelle sperimentazioni
del Costruttivismo. Mejerchòl'd riuscì a dare un
chiaro esempio scenico delle sue teorie di teatro rivoluzionario
in quel famosissimo spettacolo che fu Le cocu magifique
(Il magnifico cornuto) di Crommelynck (25 aprile 1922). In questa
occasione il ribelle del Teatro dArte unì la capacità
arditamente visionaria degli astrusi congegni sullo stile di Picabia,
Duchamp o Roussel con la precisione geometrica dei movimenti degli
attori secondo i principi della biomeccanica. Nello spettacolo,
praticabili a vari livelli, scivoli, porte, gli stessi attori,
tutto contribuiva alla definizione di un meccanismo perfetto,
che appariva quasi come il sogno di un orologiaio. Gli attori
erano naturalmente parte integrante di questo meccanismo (una
parte!) e si trovarono costretti a ricostruire totalmente la qualità
della loro presenza scenica.
Certo resta da dire che tutti gli esempi finora citati restano
sempre nellambito della sperimentazione; ci troviamo di
fronte a una serie di tentativi, per quanto illustri, a volte
riusciti a volte abbozzati, che non riescono a definire una prassi.
La corsa verso il sublime artificiale è costantemente frenata
da quella che sembrerebbe, a posteriori, una inadeguatezza della
tecnica e che forse nasconde ben altre ragioni.
Sempre restando nella Russia dei primi del Novecento bisogna
certamente ricordare lesperienza moscovita di uno dei padri
dellessere artificiale. Quando Craig provò a mettere
in scena lAmleto di Shakespeare al Teatro dArte
di Mosca, gli accadde di non riuscire mai a giungere a una effettiva
realizzazione di quanto progettato. Certo, molte e complesse sono
le ipotesi riguardo questo spettacolo ma se ne potrebbe azzardare
una che rivela una più forte affinità con il nostro
argomento [9].
Nellesperienza del regista inglese, e soprattutto in quei
tentativi che più si avvicinarono a una effettiva realizzazione,
se è vero che la scena assume le potenzialità espressive
e interpretative del volto e del corpo di un attore, è
anche vero che la stessa scena rivela i difetti che già
furono dellattore, ne riecheggia l'incapacità ad
esprimere la complessità del mondo poetico che sottende
l'opera. Anche se aveva rifiutato di confrontarsi supinamente
con il testo, Craig sottomette la messa in scena al confronto
con il mondo poetico del regista, inteso come autore, poeta del
linguaggio teatrale. Un confronto in cui il difetto di grossolana
materialità che pesava sull'attore, superato una prima
volta attraverso il ripensamento generale dell'essere umano a
teatro, ritorna ora contaminando tutto lo spazio scenico colpevole
di non essere tecnologicamente adatto a tanto. Stanislavskij dovrà
ricordare, a proposito della scena dell"essere o non essere",
che, seppur "il gioco di luci e ombre chiare e scure atto
a tradurre figurativamente le esitazioni di Amleto tra la vita
e la morte, era espresso meravigliosamente nello schizzo"
egli non riuscì mai a trasportarlo in scena [10].
E ne consegue una riflessione dal sapore amaro.
Quale enorme distanza fra il lieve
sogno scenico del pittore o del regista e la sua effettiva attuazione!
Come sono rozzi tutti i mezzi scenici esistenti per realizzarlo!
Come è primitiva, ingenua, insignificante la tecnica
teatrale! Perché la mente umana è così
ricca di inventiva quando si tratta di mezzi per uccidersi lun
laltro in guerra o di comodità della vita piccolo-borghese?
Perché è invece così rozza e primitiva
là dove luomo tende a soddisfare non corporali
e bestiali esigenze, ma le migliori aspirazioni spirituali,
provenienti dalle più pure profondità estetiche
dellanima? Qui non ci sono invenzioni. La radio, lelettricità,
i raggi di ogni genere fanno miracoli ovunque, soltanto non
nel nostro campo, nel teatro, dove potrebbero essere impiegate
con risultati straordinari [
] Ed altri raggi illumineranno
il corpo umano e gli conferiranno vaghezza di contorni, trasparenza,
quel carattere illusorio, che noi conosciamo nelle fantasie
e nel sogno e senza il quale ci è difficile volare in
alto [11].
Siamo nel 1924 e il regista russo ricorda i problemi affrontati
più di dieci anni prima nella messa in scena di Amleto.
Ancora, dopo tanto tempo, si pone con violenza un insolubile conflitto
tra mondo poetico dell'autore e la scena (anche se ora il primo
termine non stava più a indicare il testo drammatico quanto
invece l'immaginazione visionaria del regista), e Stanislavskij
era costretto a risolversi nella triste constatazione che i mezzi
materiali (di cui il teatro contemporaneo disponeva) si dimostravano
inadatti allo scopo.
E chiaramente la questione della materialità del
teatro e dellattore che negli stessi anni Pirandello affrontava,
allapice della sua carriera di capocomico, mostrando di
volerla risolvere ricorrendo al ruolo medianico della materialità
e quindi del corpo stesso dellattore.
Tra il corpo e la parola sussiste
un rapporto essenziale. E nella teoria della scena che Pirandello
va lentamente elaborando alla fine degli anni Venti, la spiegazione
di questo nesso profondo, inscindibile, che costituisce il carattere
peculiare dello spettacolo teatrale non può che essere
una. Risiede nella concezione del teatro come cerimonia, incantesimo,
magia. Il corpo e la parola si legano a teatro perché
tutte e due collaborano al rito. I gesti reali, compiuti dallattore,
e le parole che pronuncia quando ripete le battute del testo
sono strumenti, formule magiche per evocare il personaggio,
attirarlo, spingerlo alla possessione [12].
La materia, la tecnologia, il limite delle cose reali, restano
al centro delle riflessioni a cui abbiamo accennato (anche dello
stesso Questa sera si recita a soggetto, dove Hinkfuss
si trova relegato quasi a gran maneggione di effetti di luce e
musica). Appare allora inevitabile considerare le opportunità
in cui questorizzonte tematico possa mutare con laffacciarsi
di questo nuovo millennio e le potenzialità, per molta
parte ancora inespresse, del mondo virtuale dellelettronica
più avanzata. Certo il discorso sulla nuova comunicazione
informatica e multimediale, le ipotesi di sviluppo della realtà
virtuale come uno dei mondi possibili, le stesse previsioni di
un nuovo modo dessere del genere umano a metà tra
biologico e artificiale sono al centro di molti studi in diverse
discipline [13].
Il teatro non ha mai smesso di essere terreno di sperimentazione
dei nuovi strumenti di comunicazione e ha negli ultimi decenni
ampiamente sperimentato lutilizzo del cinema, della televisione,
del computer fino a sviluppare quella che in alcuni casi si è
caratterizzata come vera e propria estetica tecnologica. Sono
però ancora fenomeni che hanno investito in misura maggiore
il campo della scenotecnica. Anche lintroduzione del video
a teatro ha determinato una riflessione più sullimmagine
che sullessere dellattore in scena. Restano invece
ancora abbastanza inesplorate le ipotesi di congiunzione tra le
ipotesi di essere artificiale e le possibilità offerte
dai nuovi strumenti informatici. Assumendo allinterno di
una riflessione sulla storia dellarte drammatica le più
moderne considerazioni sulla intelligenza artificiale, ci si potrebbe
certamente chiedere cosa succederebbe se la Momina pirandelliana
non avesse più bisogno di una Prima Attrice nella quale
incarnarsi, se il Padre, la Madre, la Figliastra e gli altri personaggi
non dovessero vagare in cerca di un autore ma potessero vivere
e progredire per se stessi in una dimensione propria, e comunque
accessibile al nostro sguardo mortale. E per altro vero
che le possibili coincidenze tra teatro (quale noi lo conosciamo
adesso) e il mondo della multimedialità non si limitano
certo allattore e, nella loro molteplicità, propongono
addirittura una nuova arte performativa spesso non direttamente
individuabile in nessuna delle categorie di spettacolo che conosciamo.
Ma se diamo per vero che lattività teatrale ha trovato
nella relazione hic et nunc tra scena e pubblico un punto
fondamentale del proprio statuto estetico, e se questa relazione,
anche allo stadio minimo, deve contenere una dinamica interna
il cui motore/agente è tradizionalmente lattore (più
o meno sottomesso al regista o allautore), appare chiaro
che la contaminazione tra essere artificiale ed essere naturale
rivela una inquietante capacità di minare dal fondo il
nostro consueto modo di considerare il teatro. Cosa accadrebbe
se lattore umano potesse essere sostituito da un attore
artificiale?
Ci troviamo immediatamente proiettati in un mondo futuribile
dove i confini tra lorganico e linorganico, tra vivente
ed artificiale diventano più ambigui. La moderna tecnologia,
levoluzione dei microchip si sono spinti fino al superamento
dellelettronica quale adesso noi la conosciamo in direzione
di computer che imiteranno il funzionamento della nostra rete
di neuroni: tutto ciò rende ipotizzabile, se non realizzabile,
linvenzione di nuovi strumenti di comunicazione, di nuovi
interfaccia sempre più regolati sulle possibilità
dello user umano. Nel volgere di questo nuovo secolo sarà
forse necessario ridefinire le varie arti in relazione a quelle
emergenti, come già accadde ad opera dei grandi pionieri
dinizio Novecento per la creazione di uno statuto della
nascente arte del cinema. Prima ancora però sarà
bene iniziare a riconoscere i caratteri generali degli esperimenti
in tal senso e collocarli in una griglia storiografica che ne
permetta una più attenta analisi. Nel frammentato universo
di ciò che potrebbe chiamarsi un nuovo spettacolo multimediale
sospeso tra reale e virtuale, è forse più saggio,
ancor prima di formulare ipotesi o teorie a riguardo, dedicarsi
a un lavoro di documentazione su quanto sta attualmente accadendo.
E certamente unarea dinteresse per le discipline
dello spettacolo, del cinema e della televisione che probabilmente
attirerà un numero sempre crescente di studiosi e ricercatori
di diversa formazione.
In base a queste considerazioni mi sembra coerente quindi proporre
due esperimenti semplici ed estremi nello stesso tempo, entrambi
centrati sullessere artificiale anche se colto in due suoi
differenti modi di manifestarsi.
Premettiamo innanzitutto che una delle prime condizioni per lesistenza
di una attore artificiale è la sua capacità di interagire.
Non deve insomma essere isolato nel proprio mondo elettronico
ma deve invece essere ampiamente collegato al mondo reale. Sarà
tanto più efficiente quanto più saprà comunicare
con un attore in carne ed ossa e con il pubblico. Del resto linterazione
è sempre stato uno dei punti nodali della scienza informatica
di nuova generazione. Quando infatti ci troviamo di fronte agli
esperimenti di realtà virtuale, ne siamo tanto più
affascinati quanto più ci appare reale, vale a dire, quanto
più questa realtà fittizia si collega facilmente
e direttamente con il nostro modo si percepire. Quindi quanto
più efficiente è linterfaccia uomo-macchina
(guanti, visori, tute, macchine, ecc.), tanto più risulta
naturale la relazione. Nel mondo del teatro non è
diverso. La naturalezza (leggi immediatezza) della relazione tra
gli attori e il pubblico è indice di efficacia della comunicazione
e di bravura.
In questa direzione sembra muoversi lesperimento condotto
da Claudio Pinhanez al Media Laboratory dellMIT di Cambridge
MA nello spettacolo It/I: An Interactive Theatre Play [14].
"It/I" is a two-character
theater play where the human character I is taunted and
played by an autonomous computer-graphics character It.
We believe that "It/I" is the first play ever produced
involving a character reactively controlled by a computer [15].
Già altre volte il computer è stato adoperato per
generare personaggi (più o meno antropomorfi) sulla scena
o sullo schermo. Sono in genere totalmente predefiniti, si basano
su uno script che ne determina tutte le azioni: sono insomma ampiamente
controllati dallesterno e per questo li definiremo electronic
puppets. Possiamo citare a proposito il videogioco Tomb Rider
in cui leroina Lara Croft vive una serie di avventure controllata
dal giocatore mediante una apposita consolle. Il personaggio non
ha azioni autonome ma dipende totalmente dallo user [16].
Linterazione con lambiente virtuale in cui si muove
è determinata da scelte esterne. Differente è il caso
in cui il computer controlla autonomamente il personaggio creando
ciò che invece chiameremo computer-actor. Su questultima
linea si muove lesperimento del Media Laboratory.
Unlike previous work involving automated
characters, our work addresses the situation where the actor
or users body is the body of one of the characters, and
the story is controlled by the computer. This requires the recognition
of human actions as they are performed, not as written or clicked
in an interface by a displaced user [17].
La performance è stata messa in scena tra lestate e
lautunno del 1997 per 6 volte soltanto al Media Laboratory,
in uno spazio appositamente allestito . Lo spettacolo ha una trama
semplicissima ed è fondamentalmente una breve pantomima (circa
30 minuti) tra un attore e un computer su una pedana di pochi metri
quadrati. Lattore (il personaggio chiamato "I"),
vestito alla maniera di un clown da circo con un camicione, larghi
pantaloni e un buffo cappello conico, si trova seduto ad ascoltare
una musica di piano quando, allimprovviso, su uno schermo
al fondo e uno a sinistra della scena, il computer (il personaggio
chiamato "It") inizia a disegnare oggetti in computer
grafica, mentre la scena è invasa da suoni e luci. Inizia
così larticolazione di quattro brevi scene tra il comico
e il malinconico in cui, fondamentalmente, lattore reagisce
alle provocazioni del computer e questultimo si comporta di
conseguenza. A titolo di esempio può essere utile citare
la scena diremo "della fotografia" (figura n. 1). Sullo
schermo di fondo il computer mostra limmagine stilizzata di
un obiettivo fotografico che invita con il movimento lattore
a mettersi in posa per una foto. Ogni volta che lattore si
mette in posa si vede (e si sente) lobiettivo scattare una
foto che il computer, subito dopo, mostra (in forma di silhouette)
sullo schermo a sinistra. Il clown si avvicina allo schermo per
osservare meravigliato per un qualche tempo e poi torna davanti
allobiettivo rimettendosi in posa per una nuova foto. Questo
ciclo di azioni si ripete fin quando lattore si annoia e rifiuta
gli inviti ad un ulteriore scatto. Ecco che il computer sindispettisce:
sugli schermi appaiono una serie di mattoni che cadono mentre suoni
ad alto volume e luci dal ritmo frenetico sembrano voler punire
il povero clown.
Appare chiaro che in questa scena, come anche in altre, lesperimento
scenico mira a mettere in evidenza la capacità del computer
di riconoscere le azioni dellessere umano, di interpretarle
e reagire di conseguenza sulla base di un copione comune la cui
messinscena non è rigidamente fissata ma ha un ritmo
legato allinevitabile scarto di improvvisazione degli attori
[18].
Automatic controls must not mean
pre-timed response: computer-actors should be built as reactive
autonomous system that sense the world, compare to a script
stored in memory, and find the appropriate line of action. Otherwise
the magic of performance is lost since the actors are not responsive
to each other and to the audience [19].
E evidente come questo esperimento definisca in modo semplice
ma efficace la possibilità di una effettiva interazione
tra attore umano e attore artificiale, centrandola su due problemi
fondamentali. Innanzitutto bisogna che lattore possa comunicare
con la macchina mediante un sistema di segni e codici più
complesso del semplice interfaccia "tastiera mouse
comandi vocali". Ciò è praticabile mediante
un già sperimentato modello di riconoscimento del corpo
nello spazio che avviene di base usando un sistema di tre camere
poste sul fronte del palco e che sono capaci di tracciare il movimento
dellattore sulle coordinate dello spazio tridimensionale
(x,y,z,) [20].
In questo spettacolo però ciò è associato
alla capacità del computer di percepire il tempo come una
realtà non predeterminata, bensì relativa allinterazione
e quindi con quello che accade in scena. Questo accade grazie
a ciò che viene chiamato interval script: un linguaggio
di programmazione che mette in relazione un intervallo temporale
ad ogni azione dello script (past, now, fut). Non è
questa la sede per discutere di linguaggi di programmazione ma
è comunque utile sottolineare che questo particolare script
"insegna" al computer le nozioni di prima, adesso e
poi in relazione alla scena. Al di là dello sforzo
tecnologico che questa performance sostiene, e sospendendo il
giudizio circa gli ipotetici meriti artistici, ciò che
più conta in questo momento è la dimostrazione di
come sia possibile introdurre la variabile temporale in unazione
scenica alla quale partecipa un attore artificiale. Una variabile
indubbiamente fondamentale di ogni azione performativa dal vivo.
Resta però ancora un lato debole del cosiddetto computer
actor: la sua necessità di legarsi al copione (uno
script di azioni da portare a termine in relazione allattore
umano) oltre il quale non può andare. Anche avendo dimostrato
la possibilità di interagire con lessere umano, lesempio
appena riportato ci restituisce un computer che reagisce a una
determinata azione sempre con una unica reazione: il suo comportamento
non subisce variazioni. Traducendo nei termini di un tradizionale
spettacolo di prosa, potremmo dire che questo computer è
simile a un attore ottuso, un po stupido, con gli occhi
fissati sul copione, che attende solo il momento per dire la propria
battuta (o compiere la propria azione): un attore che di sera
in sera ripete meccanicamente le stesse battute con lo stesso
tono, si muove e cammina sempre nellidentico modo e secondo
identici percorsi. Insomma il computer non in è in grado
di gestire una adeguata quantità di improvvisazione necessaria
in ogni performance live rendendola sempre peculiare e
differente dalla successiva.
Sono scarti enormi rispetto alle potenzialità di un ipotetico
attore artificiale. Ma anche in questo caso esistono negli ultimi
dieci anni ricerche che stanno prospettando alcune soluzioni al
problema. In particolare, anche per la rilevanza internazionale
che ha avuto, è utile prendere ad esempio il progetto Virtual
Theatre diretto da Barbara-Hayes-Roth presso la Stanford University
in California [21].
Come già il titolo lascia comprendere, questo progetto
non ha come cardine lottimizzazione della relazione tra
mondo reale e mondo artificiale, ma propone invece di inventare,
in un contesto totalmente virtuale, anche se unicamente text
based, dei veri e propri attori capaci di mimare qualsiasi
modello psicologico di personaggio e svilupparne le variazioni
su un canovaccio o testo predeterminato. In altre parole stanno
tentando di costruire attori artificiali che, date alcune indicazioni
di base circa la situazione da rappresentare, siano capaci di
improvvisare.
To improvise is to perform a new
work in real time, without detailed preparation and by making
use of the resources at hand. When improvisation is constrained
by exogenously supplied direction, the new work realizes a prescribed
structure in an inventive form. [
] We are developing a
theory and approach to building computer characters that can
perform direct improvisation. [
] Director (who may be
human users or others computer agents) give the characters abstract
instructions. The characters work together to improvise an engaging
course of behavior within the constrains of the directions [22].
Come un musicista jazz dovrà non solo conoscere il tema sul
quale si improvvisa ma soprattutto essere capace di gestire i suoni
del proprio strumento secondo precisi modelli armonici, così
lattore artificiale dovrà conoscere il soggetto della
scena da rappresentare ma dovrà, di base, possedere e definire
un modello di comportamento (diremo psicologico) attraverso il quale
articolare lazione. E in sostanza necessario che il
computer sia in grado di riproporre il meccanismo interpretativo
per cui un attore seleziona e mima i tratti caratteristici del personaggio
o tipo da rappresentare. Mediante un software ad hoc, il
computer dovrà quindi essere capace, sulla base di indicazione
esogene (lautore, il regista, lutente), di costruire
un modello socio-psicologico per il personaggio che deve rappresentare
ed adoperare tale modello per lo svolgimento allimprovviso
dellazione.
We have elaborated the concept of
"synthetic actors" able to improvise their behavior
in an interactive environment. Such actors can portray characters
having different personality traits, moods and attitudes. We
claim that the users can forget such actors are not real characters
but only fictional, just as spectators forget that characters
in a movie, a play or a novel are not real. The more the actors
react in a believable way, the more the users will react as
if in a human-human interaction [23].
Il progetto Virtual Theatre ha in pratica prodotto alcuni
esempi di attori virtuali che si comportano in modo intelligente
nel raffigurare dei personaggi di fantasia e ne inventano il comportamento
senza bisogno di una descrizione dettagliata delle azioni. Hanno
quindi sperimentato i cosiddetti attori facendogli rappresentare
la stessa azione ma interpretata secondo tre modelli socio-psicologici.
Lapplicazione adoperata per questa scenetta virtuale è
stata chiamata Cybercafé.
The Cybercafé provides two
autonomous actor and an avatar. One autonomous actor portrays
the waiter called Otto, and the other a customer called Jim.
The avatar allows the user to play the role of a customer called
Gaby. The user can direct the avatar by selecting buttons corresponding
to actions that can be performed by Gaby in a given context.
Action performed by any actor are displayed in a window presenting
the textual description of the interaction [24].
Lazione avviene solo tramite linee di testo ed è
molto semplice, quasi un esercizio da laboratorio per attori.
Gaby è seduta al tavolo. Otto è dietro il bancone
del bar. Jim entra e chiede a Gaby se può sedere al tavolo
con lei. Dopo che Jim si è accomodato Gaby vuole sapere
cosa il nuovo arrivato voglia da lei. Jim ordina da bere al cameriere
il quale arriva, prende gli ordini, va via. Cè un
breve dialogo tra Jim e Gaby fino a quando Otto torna con i drink.
Dopo Gaby chiede di nuovo a Jim il motivo della sua venuta. Jim
risponde e così finisce la scena.
Ad ogni attore viene fornito un modello psicologico costruito
sulla base di tre variabili che il progetto così individua:
traits (i tratti della personalità come ad esempio
la cordialità, la sicurezza di sé, lavarizia,
ecc.); moods (sono le emozioni come rabbia o felicità
e le sensazioni fisiche come fatica, fame e sete possono
essere autonome o correlate a un fattore esterno quale ad esempio
un altro personaggio); attitudes (sono la base per le relazioni
tra personaggi come il grado di simpatia o antipatia). Cybercafé
è quindi uno specifico applicativo capace di creare, sulla
base di queste tre variabili, differenti personaggi e farli interagire
in un contesto determinato. Nellesperimento portato a termine
nel 1997 la stessa scena veniva ripetuta tre volte secondo tre
differenti schemi di comportamento: 1) Gaby è nervosa,
Otto è amichevole e Jim è antipatico; 2) Gaby è
dinamica, Otto è pigro, Jim è sicuro di sé;
3) Gaby è reattiva ed arrabbiata con Otto e costui è
collerico con lei; Jim ha un atteggiamento selettivo e non sopporta
Otto ma è attratto da Gaby.
Ecco un esempio di due dialoghi autogenerati dal computer, secondo
due differenti modelli psicologici.
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Gaby è nervosa, Otto è amichevole e
Jim è antipatico.
(Otto schiocca la lingua)
Jim entra tranquillamente nel bar e si avvicina
spavaldo al tavolo.
Jim (a Gaby): Ragazza, voglio sedermi con
te.
Gaby (a Jim): No
Oh, Va bene, credo
sia OK.
Jim si siede tranquillamente.
Gaby (a Jim): Che facciamo adesso? Cioè,
potresti dirmi di cosa parlarti? Voglio dire, cosa
vuoi?
Jim fissa furioso Otto.
Jim (a Otto): Cameriere!
Otto: (si avvicina al tavolo cantando una canzoncina
allegra. Sorride educatamente a Gaby.e chiede):
Posso prendere i vostri ordini?
Jim (a Otto): Portami una birra e lasciaci
soli!
Gaby (a Otto): Non sono sicura
Portami
la stessa cosa.
Otto: Tornerò con le vostra consumazioni.
(Si dirige verso il bar con un sorriso sul volto).
Gaby (a Jim): Io
cioè
mi
chiamo Gaby.
Jim: Io mi chiamo Jim.
Gaby (a Jim): E un piacere conoscerti
cioè
Otto (Arriva al tavolo sorridendo, poggia tranquillamente
i due bicchieri sul tavolo): Alla salute e buon
divertimento!
Gaby (a Otto): Uh
Grazie!
Otto: Certamente! (Torna al bar con passo gentile).
Gaby (a Jim): Posso volere.. cosa sai? Cioè,
voglio dire, posso sapere cosa vuoi?
Jim (a Gaby): Grazia per il drink bambina!
Era proprio quello di cui avevo bisogno.
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Gaby è dinamica, Otto è pigro, Jim
è sicuro di sé.
(Otto sta aspettando)
Jim entra in fretta nel bar e si getta a un tavolo.
Jim (a Gaby): Signora, le dispiace se mi siedo
al suo tavolo?
Gaby (a Jim): Prego!
Jim si siede.
Gaby (a Jim): Non mi faccia aspettare troppo,
mi dica cosa vuole.
Jim fa locchiolino a Otto.
Jim (a Otto): Cameriere, vorremmo essere serviti.
Otto: (con calma si avvicina piano al tavolo,
guarda Gaby con gli occhi rossi) Che cè.
Jim (a Otto): portami una tazza di caffè.
Gaby (a Otto): Voglio la stessa cosa. Ho tanta
sete.
Otto: Sono abbastanza occupato. Sarò di ritorno
tra un po. (Ciondola verso il bar).
Gaby (a Jim): Io mi chiamo Gaby e muoio dalla
voglia di conoscere il tuo nome.
Jim: Mi chiamo Jim.
Gaby (a Jim): Piacere di conoscerti.
Otto: (Ciondolando si avvicina al tavolo. Regge
due bicchieri, pigramente li poggia sul tavolo):
Non chiamatemi troppo presto. Ho bisogno di riposarmi.
Gaby (a Otto): Grazie.
Oto: Ho bisogno di una pausa proprio adesso. (Torna
al bar con un passo mezzo addormentato).
Gaby (a Jim) Il mio fidanzato sta per arrivare,
quindi per piacere dimmi subito cosa vuoi.
Jim: (Incrocia le braccia): Bene, sono un
agente di polizia e ho qualche domanda da farti circa
il tuo ragazzo.
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Ogni volta le azioni erano condotte secondo il particolare profilo
comportamentale del personaggio. Va inoltre detto che il sistema
delle tre variabili, costantemente correlate tra di loro, con quelle
degli altri personaggi e lambiente, può essere articolato
a tal punto da permettere una discontinuità di comportamento
anche allinterno dello stesso profilo.
We do not want our actors to be
too predictable. Behaviors that are too predictable would prevent
users from enjoying their interactions with the actors, especially
after several interactions. An actor must have the possibility
of slightly changing its behavior in an identical context without
violating its characters personality much [25].
Nel Cybercafé quindi è possibile creare non solo
differenti modelli di comportamento ma anche fare in modo che
questi varino dai valori standard con un certo grado di probabilità.
E interessante notare che gli sforzi di progettazione che
stanno dietro questo esperimento hanno come fine non unazione
o una specifica performance. Se altre volte la scienza si è
confrontata con sistemi di intelligenza artificiale avanzata lo
faceva secondo un modello fortemente result-orientated.
Un esempio lampante può essere il cosiddetto sistema
esperto nel quale un computer potrebbe riuscire ad accumulare
tante conoscenze mediche e gestirle con tale efficienza per cui
sarebbe in grado, meglio di qualsiasi medico, di fornire una diagnosi
ineccepibile. Ecco, nel nostro caso il processo non ha un termine
preciso: è esso stesso il prodotto. Se poi vogliamo individuare
un risultato, su cui misurare lefficienza del progetto,
sarebbe più giusto individuarlo nella cosiddetta credibilità.
Il termine è entrato a far parte delle problematiche intorno
agli agenti artificiali grazie alle ricerche di Bates nel progetto
OZ fin dal 1992 [26].
E lidea di credibilità, non a caso qui esplicitamente
mutuata dal contesto delle arti, ci riporta al teatro e allo spettacolo
in genere. A ben riflettere le caratteristiche che rendono in
molti casi affascinante un personaggi di uno spettacolo, di un
film o di un romanzo riguardano in gran parte la sua credibilità.
Ciò non è da intendere come verosimiglianza delle
azioni quanto invece come cura che lautore ha messo nel
disegnarne i contorni. Ridley Scott, in Blade Runner, ci
ha fatto appassionare alle sorti di un androide del futuro non
perché fosse immediatamente comparabile con la realtà
da noi conosciuta, quanto per la cura e la complessità
con cui ne ha tracciato i tratti della personalità. La
precisione del tratto è uno dei principali motivi per cui
siamo in grado di appassionarci alle vicende dei personaggi sulla
scena o sullo schermo, lasciandoci andare e assumendo quelle vite
come reali, dimenticando che sono creazioni dellimmaginazione
di un autore. E infatti uno dei compiti principali dellattore
quello di dare carne e vita allimmaginazione di un autore
mediante la ricostruzione dei comportamenti fisici e psichici
definiti nel testo e dovrà inevitabilmente esserlo anche
per lattore artificiale. I due esempi citati si pongono
come gli estremi opposti di unarea allinterno della
quale si collocano le ricerche e i tentativi per la creazione
di un attore artificiale che possa portare a termine tali compiti.
Ma va anche notato che entrambi gli esperimenti, nel tentativo
di imitare lessere umano, rinunciano alla figura antropomorfa.
Nel primo lattore è incarnato, diremmo, da una complessa
rete di strumenti diffusi su tutta la scena (immagini, luci e
suoni); nel secondo i personaggi sono ridotti alla pura natura
di testo. Come già ci hanno insegnato gli esperimenti delle
avanguardie, lessere artificiale sulla scena non si sostanzia
in una imitazione della figura dellattore ma della sua funzione
di agente. Esiste infatti un indubbio legame tra queste ricerche
in aree sul limite delle forme spettacolari oggi conosciute e
le intuizioni e gli esperimenti di Depero o Prampolini, di Craig,
di Schlemmer, per i quali, rinnegato lattore di origine
naturalista da teatro borghese, la vita sulla scena si manifestava
in forme nuove e metafisiche, allusive e cangianti, che inglobavano
lattore più che coincidervi.
La vita artificiale sulla scena e sugli schermi (dal palcoscenico
allo schermo del PC, dal cinema alla realtà virtuale) diventa
uno strumento nelle mani dellautore del futuro come lo è
stato il personaggio per il romanziere, lattore per il regista
e così via. E dovremo, anche noi pubblico, abituarci a
questa nuova presenza; un po come ci siamo abituati a commuoverci
per le ombre bidimensionali del cinematografo.
E forse un nuovo autore sarà il centro del processo. Linvenzione
di una nuova tecnologia per la comunicazione nel campo dellarte
non deve porre il problema della traduzione dellesistente
quanto della creazione del nuovo. A questo proposito Janet H.
Murray, in un suo lucido saggio si chiede:
Will the stories brought to us by
a new rapresentational technologies "mean anything"
in the same way that Shakespeares plays means something?
[
] Can we also imagine a cyberdrama that would develop
beyond the pleasures of a compelling entertainment to attain
the force and originality we associate with art? [27]
Sono domande sensatissime che mettono chiaramente in luce i dubbi
più comuni circa luso delle nuove tecnologie informatiche
nellarte. Siamo generalmente educati a immaginare sia il teatro
che il cinema come il rapporto (anche se spesso in toni più
confusi) tra autore, regista e attore. Nella maggior parte dei casi
assistiamo alla rappresentazione di una qualche vicenda più
o meno verosimile, frutto di un processo di produzione che si basa
sul rapporto creativo tra i tre membri della triade (tutti umani).
Ma che cosa accadrebbe se un nuovo strumento tecnologico sostituisse
lattore? Quali influenze avrebbe sullattività
dellautore? Cosa ne sarebbe dei Sei personaggi se potessero
apparire non sul palcoscenico ma nei codici di un applicativo per
PC? Come sarebbe un Amleto virtuale? Sono domande affascinanti ma
che contengono forse un equivoco di fondo ben chiaro alla Murray.
In trying to imagine Hamlet on the
holodeck, then, I am not asking if it is possible to translate
a particular Shakespeare play into another format. I am asking
if we can hope to capture in cyberdrama something as true to
the human condition, and as beautifully expressed, as the life
that Shakespeare captured on the Elizabethan stage [28].
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