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Etica hacker
Claudio Parrini, Ferry
Byte, Mirella Castigli
"Mai prendere troppo sul serio
i propri pensieri e le proprie azioni"
- improbabile - anonimo saggio cinese
pdf (20 kb)
Abbiamo deciso di scrivere su un argomento, insieme così
inflazionato eppur difficile da affrontare, come lo è quello
di delimitare i confini etici di una pratica hacker, stuzzicati
da un curioso fatto pertinente in tema registrato qualche tempo
fa (mese di maggio pianeta Terra anno 2002).
Una casa editrice francese, attiva su molti campi significativi
per i destini dell'umanità quali le macchine cabriolet
e il giardinaggio, decide di cimentarsi tramite la sua succursale
torinese nelle intriganti attività del mondo degli hacker.
Raccolte intorno a sé alcune fra le aggregazioni più
giovani del panorama hacker italiano, quali Bismark ed
Onda Quadra, viene presto prodotto un foglio patinato e
coloratissimo dal nome Hacker journal, decorato con vistosissimi
teschi ed ossa incrociate che subito fanno ben capire, anche alla
vituperata massaia di Voghera, di cosa si tratti al suo interno.
Pagine su miti, leggende, trucchi e aggiornamenti su temi di sicurezza
digitale ci accompagnano, infatti, nella lettura di questo mensile
che anche, in maniera forse trasparente, ci appare come un'onesta
operazione di marketing editoriale che, a poche ore dalla sua
nascita, dimostra subito di aver sottovalutato il proprio target
commerciale di riferimento.
Accade, infatti, che qualche "vero" hacker italiano
della scena cyberpunk o cypherpunk che dir si voglia - quella
comunque che, meno di tutte, accetta etichette ed operazioni commerciali
su un fenomeno per sua natura ingovernabile, antiautoritario e
rizomatico - non solo si risente per le numerose inesattezze e
lacune che debordano dalla rivista su carta, ma scopre che la
versione online è ospitata da un server Internet che oltre
ad essere installato sul software proprietario Windows, è
per giunta, settato in modo del tutto insicuro. Il finale, credo
lo abbiate già intuito: quelli di www.hackerjournal.it
sono tuttora a cercare di rimetterlo in piedi, magari su un sistema
operativo più consono al tema trattato...
Perché questa reazione così forte, contemporaneamente
accompagnata da una proliferazione spontanea di messaggi di critica
alla stessa rivista su decine di mailing-list e newsgroup dedicati
ai temi di sicurezza ed etica informatica? (1)
Perché "etica hacker" non è solo un argomento
di moda per sociologi, scrittori e filosofi ma è soprattutto
un argomento "vivo", ben radicato nel cuore e nella
mente di moltissimi fra i giovani e giovanissimi che si rapportano
con le nuove tecnologie e che fanno proprio dell'interattività
"estrema" uno dei loro principi etici più seguiti.
Lasciamo dunque la cronaca e arriviamo al nostro personale tentativo
di interpretare, o meglio fornire spunti di interpretazione e
trame di lettura, sulla cultura hacker.
La cultura hacker
La cultura hacker dalla sua nascita (MIT 1961), seguendo le evoluzioni
principali (ARPAnet 1969; Xerox PARC di Palo Alto inizi anni '70;
primo PC 1975; World Wide Web 1990), fino ad oggi, è stata
caratterizzata da elementi propulsivi quali l'entusiasmo e la
voglia di divertirsi e sperimentare (2).
Linus Torvalds (3),
per spiegare il fenomeno dello spirito hacker che accompagna ed
alimenta la vita del software Linux (4),
individua tre categorie progressive riassunte nella legge di Linus:
sopravvivenza, vita sociale e intrattenimento. "L'hacker
è una persona che è andata al di là dell'uso
del computer per sopravvivere ('Mi porto a casa la pagnotta programmando')
e guarda piuttosto ai due stadi successivi. [...] Usa il computer
per i propri legami sociali: l'e-mail e la rete sono mezzi bellissimi
per avere una comunità. Ma per gli hacker un computer significa
anche intrattenimento. Non i giochi, non le bellissime immagini
sulla rete. Il computer in sé è intrattenimento"
(5).
Parlare di etica hacker significa mettere in risalto uno dei
muscoli fondamentali del mondo hacker, costituito (sin dal 1991)
dal software Linux. Moltissimi programmatori, spippoloni, smanettoni,
hobbisti (6)
in genere, si uniscono con forte passione e motivazioni comunitarie
per migliorare le qualità e potenzialità di questo
strumento informatico.
Con l'esempio di Linux si può capire come l'etica hacker
miri a: risolvere i problemi divertendosi, stando insieme, sfuggendo
a logiche gerarchiche, ridistribuendo a tutti le competenze, conoscenze
ed esperienze acquisite "socializzando saperi senza fondare
potere" (7).
Infatti, l'ambiente degli hacker anche se non sfugge ad umanissime
logiche di personalismi vari, obbedisce comunque ad una filosofia
di ridistribuzione delle conoscenze che vede il ruolo di docente
e discente scambiarsi continuamente. Il tutto all'insegna della
pratica interattiva e del copyleft (8).
Ma dietro alla passione e all'entusiasmo ludico ci sono grandi
ideali e componenti sociali, politiche ed estetiche, tra cui bisogna
ricordare: l'accesso totale ai computer, sui quali poter "metterci
su le mani"; l'informazione libera ed accessibile; essere
contro il concetto di Autorità; fare arte con il computer;
utilizzare i computer per cambiare la vita in meglio.
L'etica hacker è dunque uno stile di vita, un atteggiamento,
una poetica che sovente è vittima di insinuazioni, di equivoci
e ingiustificate accuse, lanciate da chi vuol cucire la bocca
a chi lavora per la libertà delle informazioni e per la
diffusione dei saperi in rete. Troppo spesso, gli hacker sulla
stampa generalista sono indicati come coloro che distruggono i
sistemi informatici, clonano le carte di credito, o altre subdole
insinuazioni. Tutto ciò è falso per chi crede nell'etica
hacker. O meglio ancora, è necessario riassegnare a questi
atteggiamenti il loro reale peso politico, tecnico e sociale scippando
all'informazione mainstream una gestione spettacolare del fenomeno
hacker che spesso produce più "vittime"del fenomeno
stesso. Cerchiamo di approfondire... ;^)
Nonostante che atti quali la clonazione di una carta di credito
o la messa in disfunzione di un sistema informatico siano più
propri di ambiti comunemente intesi come criminali e teppistici
(ed etichettati in gergo come cracker) è pur vero che anche
ad un hacker per il piacere di sperimentare, dimostrare la propria
bravura, comunicare una falla di sicurezza ecc., può capitare
di duplicare o addirittura "spengere" un manufatto digitale;
ma sempre operando all'insegna del principio che l'informazione
vuole essere libera e che quindi le barriere servono solo
ad essere distrutte. Non bisogna poi sottovalutare il fatto che
- oltre ad analizzare i diversi impulsi che possono far commettere
la stessa azione (appropriazione economica, mediattivismo politico
o sperimentazione tecnica ad esempio) - spesso e volentieri i
media ufficiali esaltano e sopravvalutano queste imprese high-tech
giusto per il bisogno di spettacolarizzare e quindi vendere più
facilmente l'informazione, oltretutto legittimando giri di vite
repressivi ed inasprimenti legislativi che soffocano ancor di
più il già compresso diritto di espressione dell'uomo
contemporaneo. Infatti, non bisogna mai dimenticare come un netstrike,
un defacement, un'intrusione o quant'altro non arrecano nessun
serio danno al sistema informatico (e comunque nessun danno di
tipo permanente essendo i sistemi informatici, quelli seri, per
definizione ripristinabili in tempo reale grazie a copie di back-up
ed altri accorgimenti tecnici); mentre queste stesse azioni, che
paiono così pericolosamente distruttive alla stampa nostrana,
hanno peraltro effetti secondari molto rilevanti come quello di
comunicare al gestore del sistema le falle di sicurezza sfruttate
al momento.
Il sapere
L'hacker è una persona che sa (9),
che possiede delle alte conoscenze tecniche, in sintesi una persona
che detiene un sapere pratico, un know-how.
Il know-how, appunto, uno dei vettori fondamentali della cultura
hacker. Esso, interpretato anche secondo le letture del modello
postfordista (10)
per le sue caratteristiche principali: immaterialità, flessibilità,
relazionalità e controllo, risulta assumere un ruolo nodale
nella comunicazione telematica; diventa la "materia prima"
necessaria ai processi comunicativi, produttivi e culturali dello
scenario digitale.
La dimensione tecnica diventa "capitale", chi possiede
know-how è in una posizione monopolistica rispetto agli
altri, anche se gli elementi propri della rete (tra i quali l'orizzontalità
e la velocità) permettono, al momento, una redistribuzione
di questo sapere-metodo (11).
Il sapere di cui stiamo parlando difficilmente si pone il problema
di essere conservato, visto la sua continua mutazione, l'andamento
fluido e immediato. Il know-how, pur rivestendo un ruolo centrale,
necessita di aggiornamenti e riadeguamenti continui, perché
tende per sua natura ad invecchiare subito; le tecnologie di rete,
tra novità e sperimentazione, mutano velocemente, di conseguenza
anche le competenze per usarle, testarle, ripararle e modificarle.
Occorre rivedere di continuo i profili professionali individuali,
e spesso la scuola pubblica e la formazione in generale sono carenti
e anacronistiche nell'offrire la preparazione adeguata.
È un sapere che perlopiù circola in rete e viene
incrementato dagli utenti stessi (12);
esso ha la necessità naturale di essere condiviso per ricevere
apporti in meglio. Siamo di fronte, dunque, ad un sapere collettivo,
provvisorio, cumulativo, marcatamente flessibile (13),
incarnato nella condivisione delle competenze, che deve molto
all'universo degli hobbisti, degli smanettoni, degli hacker. La
rete (siti Web, newsgroup, forum, mailing list, ecc.) è
l'habitat perfetto dove tale sapere si trasmette, ma anche il
mondo esterno al cyberspazio (14).
La forte componente cooperativa del know-how coinvolge più
individui, spingendoli a creare gruppi e a fare comunità,
a evidenziare come questo sapere-tecnico costituisca un collante
sociale, un'emulsione per produrre interessi ed ambiti comunitari
- tutto in piena filosofia hacker.
Censure garbate, condivisione e accessibilità dell'informazione
Per antonomasia, come abbiamo detto all'inizio, il software Linux
è la madre di tutte le pratiche di condivisione da pari
a pari, l'espressione classica dello spirito hacker; ma in ambito
telematico vi sono altri territori, ancora poco battuti dalla
maggior parte dei naviganti, dove l'etica hacker si sta sviluppando
velocemente nei suoi aspetti dello scambio, dell'aiuto reciproco
e delle migliorie implementate. Questi sono versanti della rete,
molto caldi e discussi, soprattutto per ciò che riguarda
i problemi della censura e dell'accesso all'informazione: stiamo
parlando della ricerca e della visibilità, dell'usabilità
e accessibilità delle informazioni in Internet.
Argomenti affrontati da noi stessi, in un libro recentemente
uscito sul tema dei motori di ricerca (15),
e la cui portata politica se non sfugge agli addetti ai lavori
spesso è disattesa dalla gran massa degli utenti di Internet.
Ci riferiamo in particolare al ruolo che i motori di ricerca
stanno assumendo, sempre più con vigore, - pur nella maggior
parte dei casi "involontariamente" - nella censura dell'informazione
in rete (16).
I limiti che hanno, infatti, questi pur potenti indicizzatori
di siti nello scegliere quale fetta di rete sondare per arricchire
il proprio database, ma soprattutto i criteri impiegati nel presentare
i risultati di una ricerca come risposta ad una precisa query
(interrogazione) dell'utente, rappresentano attualmente il collo
di bottiglia più incisivo nell'approcciarsi al mare sconfinato
dell'informazione che si trova in Internet. Chi non è in
cima al top-ranking, di fatto non esiste, o emerge con enormi
difficoltà.
Un filtro necessario, a detta di molti, ma dopo il tentativo
di fare una black list di siti da parte dell'edizione italiana
di Altavista, le pressioni delle ferrovie tedesche e di Scientology
nel non far apparire in maniera troppo evidente dei link scomodi
politicamente su Google ed altri casi analoghi registratisi ultimamente
(17),
non possiamo che confermare la nostra tesi di qualche anno fa
per cui i motori di ricerca, per propri limiti tecnologici ed
a volta per scelta redazionale, possono rappresentare una poco
appariscente (forse perché subdola) ma micidiale forma
di censura all'informazione in rete. E ciò si verifica
non solo non includendo alcuni siti nel proprio database, ma soprattutto
scegliendo di far apparire siti scomodi in fondo ai risultati
di una ricerca. Chi è scomodo rifluisce nella Deep Internet
e nell'oblio.
Altro problema scottante, anche se sfugge ad una lettura superficiale
della rete, è quello della necessità di creare pagine
e siti accessibili. Per pagina accessibile intendiamo una pagina
che sia accessibile da qualsiasi persona indipendentemente dalle
sue caratteristiche fisiologiche, dalle caratteristiche del software
ed hardware utilizzato e dall'ampiezza di banda della sua connessione.
Un problema etico, anche questo sentito profondamente dalla comunità
hacker, che si è sempre distinta nel cercare di frenare
l'azione monopolista di gruppi, quali Miscrosoft, che tendono
a rendere la rete visibile solo attraverso la gamma dei suoi prodotti
proprietari. Sta diventando un problema sempre più pressante
da un punto di vista sociale - vista la diffusione di Internet
in generale ed in particolare fra categorie di utenti con disabilità
- quello di realizzare viceversa interfacce e siti Web in grado
di esprimere tutte le proprie potenzialità comunicative
e che siano intelleggibili, al tempo stesso, sia dal trentenne
super accessoriato tecnologicamente ma anche dall'anziano con
problemi cognitivi o di vista, dal disabile con problemi di utilizzo
del mouse, dalla persona cieca (che necessariamente si avvantaggia
di speciali ausili che leggono a voce o tramite Braille lo schermo
di un PC), dallo studente africano che si collega attraverso una
connessione estremamente lenta o tramite software non proprio
alla moda (18).
Una forma di inaccessibilità all'informazione, infatti,
è anche rappresenta dal Digital Divide.
È dunque su questo punto che forse si ritrova lo spirito
dell'hacking della prima ora: non solo la ricerca di hack, ovvero,
di trovate geniali in campo informatico, ma soprattutto la loro
pubblicizzazione e condivisione sociale, con il preciso scopo
di migliorare (se non rivoluzionare) lo stato di cose presenti.
[testo rigidamente (no) copyright]
fERRY bYTE (1967), hacktivist, è impegnato da tempo
sul versante delle mobilitazioni elettroniche dell'autorganizzazione
digitale (i netstrike) e nella promozione di forme accessibili
dell'informazione in Internet. È fondatore di Stranonetwork
e socio di Isole nella Rete.
Mirella Castigli, laureata in chimica, ha pubblicato il
suo primo articolo su Altrove 6 (Nautilus Edizioni), e
dopo aver partecipato alla stesura del libro I motori di ricerca
nel caos della Rete di Ferry Byte e Claudio Parrini (ShaKe
Edizioni), dal 2001 è collaboratrice di Computer IDea
e PC Magazine.
Claudio Parrini, nato a Vinci (FI) nel 1963, vive e lavora
a Milano. Networker, pittore. Insieme a vari gruppi: UnDo.Net,
Quinta Parete e XS2WEB, realizza progetti su internet e laboratori;
da solo dipinge e scrive.
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