|
Informazione e guerra. La televisione nella
guerra del Vietnam e del Golfo Persico.
di Mirko Nozzi
(pdf,
132 kb)
Introduzione
L'argomento di questo scritto è l'informazione televisiva
della guerra. Si analizzano i casi della guerra del Vietnam, la
prima in cui la tv è la principale fonte di informazione
per la maggior parte dei cittadini, e la guerra del Golfo, la
prima trasmessa in diretta. Il punto centrale di osservazione
dell'argomento sarà il rapporto che si instaura tra i mezzi
di informazione e il sistema politico: rapporto che può
essere di collaborazione e ricerca di consenso (i mezzi di informazione
sono istituzioni e dipendono da altre istituzioni che costituiscono
la loro fonte primaria di notizie; i politici hanno bisogno dei
media, in primo luogo per comunicare con la gente, per occupare
la scena pubblica) oppure di contrasto e ricerca di autonomia
(per il giornalista l'informazione è una merce con un proprio
valore, al di là di qualunque convenienza politica; e l'uomo
politico non in ogni circostanza vuole rendere pubblici i propri
atti e pensieri). Di questo rapporto di interdipendenza, di reciproche
influenze più o meno forti, la guerra rappresenta sempre
una messa in discussione, intensificando sia la mutua dipendenza,
il legame istituzionale di fronte alla minaccia del nemico, al
sacrificio non criticabile dei connazionali in battaglia, sia
il contrasto, perché proprio durante la guerra cresce contemporaneamente
la domanda di senso, di racconto, rivolta ai mezzi di informazione
e la volontà del governo e dei comandi militari di nascondere
le verità ritenute non opportune.
Per capire il comportamento di politici e giornalisti è
utile tracciare il contesto storico dei due casi; per il Vietnam:
la presa di coscienza dopo le due guerre mondiali dell'importanza
della propaganda in guerra e della gestione dell'opinione pubblica
in tempo di pace o guerra fredda, la nascita del mezzo televisivo;
per il Golfo: lo sviluppo delle tecnologie degli armamenti e delle
comunicazioni, la media diplomacy degli anni '80, le guerre condotte
con armi intelligenti e nel silenzio (forzato) dell'informazione.
Interessante, riguardo al Vietnam e al Golfo, è notare
come la televisione sia un mezzo dotato di un peculiare racconto
giornalistico, che si esprime con modalità proprie sia
in presenza che in assenza di censura, sia con immagini di morte
e orrore che con i puliti voli degli aerei e delle armi intelligenti.
L'immagine televisiva sembra parlare da sola, avere un senso compiuto
in sé, immediato, anche in assenza della mediazione giornalistica,
di chi dovrebbe fare diventare il fatto una notizia. Di fronte
a questa novità nella rappresentazione della guerra muta
profondamente l'interdipendenza tra sistema dell'informazione
e sistema politico.
Cap. I - L'informazione negli Stati Uniti dopo il 1945
Con le due guerre mondiali emerge la consapevolezza di un diverso
ruolo dell'informazione, rispetto alla guerra e, più in
generale, rispetto alla politica. Il generale Eisenhower, a un
convegno degli editori americani durante la II guerra mondiale,
afferma che è "l'opinione pubblica che vince la guerra"
[1].
Dalla I guerra mondiale è l'intero apparato dello stato
che gestisce l'opinione pubblica in guerra al fine della mobilitazione
della società [2]
(convincendo la gente che la guerra sia una giusta causa e perciò
a sostenere sacrifici, innanzitutto arruolandosi), tramite ministeri
dell'informazione o organi controllati direttamente dall'esecutivo
(il primo modello è quello dell'efficiente Ministero delle
Informazioni britannico di Beaverbrook). La propaganda si serve
dello strumento della censura (occultare i fatti sgraditi) e della
produzione di un flusso alternativo di notizie (una manipolazione,
attraverso la menzogna, dei fatti graditi). Con l'utilizzo della
radio nella II guerra mondiale [3]
l'apparato propagandistico può rivolgersi direttamente
al nemico: è la novità della guerra psicologica,
si trasmettono programmi aventi lo scopo di cambiare l'atteggiamento
della popolazione e dell'esercito contro cui si sta combattendo.
Negli Stati Uniti l'esperienza della propaganda di guerra e il
nascente ricorso alle pubbliche relazioni da parte dei cosiddetti
"interessi" (le conferenze stampa, i comunicati di istituzioni
politiche, di poteri economici), resero i più attenti tra
i giornalisti sospettosi verso i fatti loro presentati e dubbiosi
delle verità che sembravano costruite apposta in favore
dei gruppi di interesse. Il news management governativo dell'informazione,
specialmente in politica estera, diventa un maggiore problema
dopo la II guerra mondiale con l'emergere di un establishment
della sicurezza nazionale, che intendeva preparare la nazione
a un conflitto internazionale permanente. Durante la guerra fredda
la cultura, l'informazione e l'ideologia sono un fronte importante,
poiché l'equilibrio internazionale basato sul terrore di
una guerra nucleare sposta il conflitto su un piano simbolico,
in cui decisivo diventa il controllo del flusso delle informazioni
[4].
Secondo la definizione di McLuhan, la guerra fredda è una
battaglia elettrica di informazioni e immagini [5].
In questa sfida indiretta tra USA e URSS si combattono anche
guerre reali: i conflitti regionali della Corea e del Vietnam.
Nella guerra di Corea (1950-53) [6],
dopo alcuni articoli di critica sul cattivo equipaggiamento dell'esercito
e sul regime sudcoreano violento e corrotto, viene imposta una
ferrea censura militare, per cui la Corea è una guerra
poco conosciuta e presto dimenticata. Hollywood rappresenta la
guerra secondo i modelli di patriottismo ed eroismo della II guerra
mondiale, mentre la televisione era ancora in una fase di esordio,
ma destinata a svilupparsi velocemente.
Scrive nel 1963 D. Bell che la cultura popolare
"ha procurato all'insieme della nazione un fondo comune
di immagini, di idee e di divertimento. La società, alla
quale mancavano delle istituzioni nazionali ben definite e una
classe dirigente cosciente di esserlo, si amalgama grazie ai mezzi
di comunicazione di massa. Nella misura in cui è possibile
attribuire una data precisa a una rivoluzione sociale, si potrebbe
forse prendere come punto di riferimento la sera del 7 marzo 1955;
quella sera un americano su due guardò Mary Martin impersonare
Peter Pan alla televisione. Era la prima volta nella storia che
una sola persona si faceva vedere, o sentire, in un'unica occasione,
da un pubblico così esteso" [7].
La televisione può collegare un solo individuo a un ampio
pubblico attraverso un flusso simbolico istantaneo e discendente,
ponendosi come memoria collettiva del presente. Nel 1963 il notiziario
della CBS passa da 15 a 30 minuti, la tv è ormai la principale
fonte di notizie; nel 1967 la maggior parte dei network trasmette
a colori. Di fronte a questo nuovo potere la risposta istituzionale
consiste nel news management, pratica utilizzata da Kennedy [8]
(ex giornalista, corrispondente nella II guerra mondiale): la
sua immagine televisiva incarna il mito politico di una nazione
giovane e progressista per una società e un futuro migliore,
i media diventano canale interno della comunicazione politica
permettendo un rapporto diretto con l'elettorato (Kennedy si rivolge
in diretta televisiva agli americani, la prima volta accade il
25 gennaio 1961 con un ascolto di 60 milioni). Il news management
si basa sulla produzione di fatti, eventi capaci di fare notizia,
che circolano attraverso la stampa commerciale o indipendente.
Gli attori politici intervengono nel processo di produzione delle
notizie (con dichiarazioni, comunicati, briefings, eventi per
media...): non si tratta quindi di limitare l'informazione, ma
di estenderla entro una strategia, mettendo in circolazione le
informazioni desiderate e prevenendo quella delle notizie sgradite.
Cap. II - La guerra del Vietnam
La guerra del Vietnam (1954-75) fu combattuta come un'altra Corea,
in nome dell'anticomunismo. All'inizio l'intervento americano
è defilato e di solo appoggio al Vietnam del Sud, per poi
intensificarsi progressivamente. Il governo Kennedy vuole nascondere
l'esistenza di una vera guerra in Vietnam. Sully, inviato della
rivista "Newsweek" dotato di forte senso critico, scrive
nel 1962 che l'impresa nel Vietnam era destinata al fallimento;
dopo le proteste ufficiali viene sostituito da un altro corrispondente.
Ma la crisi ha una brusca impennata con l'incidente del Golfo
di Tonchino, al quale il Presidente Johnson fa seguire un news
management da guerra fredda (i comunisti hanno attaccato le navi
americane, dobbiamo difenderci). La stampa accetta la versione
del Pentagono, in televisione l'ambasciatore americano in Vietnam
dichiara che i Vietcong tagliano le teste ai capi-villaggio e,
dopo averle infilate su punte di bastoni, le mostrano per terrorizzare
i contadini. Ormai la presenza americana significa guerra aperta
e il generale Westmoreland (capo delle operazioni terrestri) vuole
avviare una politica di larga costruzione del consenso, lasciando
via libera a tutti i media: non c'è censura, agli accreditati
viene fornita ogni cooperazione e assistenza, comprensiva di razioni
e alloggio, e la possibilità di muoversi liberamente [9].
All'inizio la guerra è raccontata come una marcia trionfale,
giustificata dalla difesa della democrazia contro il totalitarismo.
La copertura televisiva della guerra è bassa e occasionale
fino al 1965, per poi crescere fino all'aprile del'68 e diventare
più regolare fino al 1973. Vero e proprio spartiacque nella
rappresentazione della guerra è la rottura del 1968 (per
il nuovo clima politico che vede il decrescere del consenso interno
ed anche per innovazioni tecnologiche di trasmissione delle immagini
e l'uso delle prime telecamere portatili). Per il Vietnam fino
al '68 [10]
(come poi accadrà per l'intera guerra del Golfo) l'orrore
non è mostrato, gli anchorman hanno la funzione di parlare
di patrioti, del coraggio dei nostri ragazzi, della precisione
delle armi ad alta tecnologia, mentre il nemico è demonizzato
come crudele e fanatico, e chi dissente sul conflitto ha un atteggiamento
riduttivo e antipatriottico. È una telecronaca soft della
guerra, solo il 22% dei filmati mostra scene di violenza, morti
o feriti; le storie prevalenti sono quelle degli american boys
in azione, non per motivi di censura, ma per una condivisione
di cultura, ideologia e punto di vista tra giornalisti e militari.
Ecco un esempio di resoconto televisivo:
"I coraggiosi hanno bisogno di leader. Questo è un
leader di uomini coraggiosi. Si chiama Hal Moore. Viene da Bardstown,
Kentucky. È sposato e padre di 5 figli. Sono i migliori
soldati del mondo. In effetti, sono i migliori uomini del mondo.
Sono ben preparati, ben disciplinati [...] La loro motivazione
è formidabile. Sono venuti qui per vincere" [11].
Inoltre la guerra aerea fa sì che le informazioni a riguardo
provengano dai militari e non dall'osservazione diretta. I piloti
sono i più intervistati tra i militari, tra essi e il giornalista
spesso si verifica un'identificazione: entrambi sono col morale
alto, partecipano a un evento che può essere la svolta
per la loro carriera e vita.
Per McLuhan il Vietnam è la "prima guerra televisiva".
Lo spettatore ha la sensazione concreta di essere testimone della
guerra nel suo stesso farsi, partecipa "ad ogni fase della
guerra, e le azioni principali vengono ora combattute in ogni
casa americana" [12].
La rappresentazione televisiva porta a una teatralizzazione della
cronaca di guerra (simile al cinema western e al romanzo d'avventura
più che al resoconto), con la quale si idealizza il conflitto
e si diffonde la mistica dell'eroe americano. La nuova tecnologia
permette una maggiore quantità di informazioni e lo spettatore,
ricevendo una molteplicità di stimoli visivi e sonori in
un tempo estremamente breve, ha bisogno di una semplificazione,
perciò gli si forniscono storie animate da personaggi in
contrapposizione che facilitino la comprensione. È l'applicazione
dello schema narrativo dei racconti della tradizione popolare,
in cui le diverse parti si risolvono nell'antinomia fondamentale
eroe / antieroe. Al compiacimento dell'intervista agli eroi, corrispondono
le denominazioni del nordvietnamita (nemico, rosso, comunista);
i danni alla popolazione civile in televisione diventano la politica
calcolata del terrore, se causati dal nemico, fatale errore, se
causati dai nostri ragazzi. In questo tipo di cronaca è
impensabile che ci sia lo spazio per la critica ("Mentre
gli americani combattono e muoiono in Vietnam, vi sono alcuni
in questo paese che simpatizzano con i Vietcong", afferma
un notiziario dell'ABC del '65, riferendosi ai pacifisti americani).
I bombardamenti massicci dei villaggi vietnamiti provocano sì
nel 1965 un dibattito sull'efficacia delle operazioni e sui danni
civili, ma la televisione tralascia la questione politica, ponendo
piuttosto l'attenzione sull'esperienza personale dei piloti, sulla
descrizione delle tecnologie dei sistemi d'arma. Un'eccezione
al consenso è il telegiornale della CBS che nell'agosto
'65 dà la notizia dell'incendio del villaggio di Cam Ne
da parte degli americani, commentando duramente ("non c'è
dubbio che il fuoco militare americano può ottenere una
vittoria qui. Ma ci vorrà ben più di una promessa
della presidenza per convincerlo che noi siamo dalla sua parte").
Nonostante la telefonata del Presidente Johnson all'amico Stanton
(dirigente della rete) viene trasmesso anche il filmato, dove
si vedono i marine che usano il lanciafiamme contro il villaggio,
bambini e anziani compresi, ed abitazioni rase al suolo per rappresaglia.
Alla messa in onda seguono telefonate di protesta dei telespettatori,
che si lamentano della propaganda comunista e del sostegno dato
alla causa del nemico.
La guerra contro un paese nettamente inferiore tecnologicamente
stava durando più del previsto, e il Pentagono fa credere
che la vittoria sia imminente, nonostante le divergenze interne
allo stesso establishment sulla tattica da seguire (una pesante
escalation per il generale Westmoreland, una graduale intensificazione
per il Segretario di Stato McNamara). Nell'autunno '67, anche
per l'approssimarsi delle elezioni presidenziali, l'amministrazione
Johnson tenta di convincere l'opinione pubblica che la guerra
stesse finendo con successo. Ma l'azione offensiva terrestre del
Tet (gennaio '68) non porta i risultati sperati e quando alcuni
nordvietnamiti penetrano per qualche attimo nel recinto dell'ambasciata
americana a Saigon, Cronkite della CBS commenta sbigottito: "che
diavolo sta succedendo? Credevo che stessimo vincendo la guerra".
Sempre Cronkite, recatosi di persona in Vietnam un mese dopo,
definì la guerra uno stallo di sangue; per l'opinione pubblica
era ormai chiaro che l'America stava perdendo la guerra (come
annunciato dalla NBC). Johnson rimuove Westmoreland e il 31 marzo
1968 annuncia in televisione la sospensione dei bombardamenti
e la propria non ricandidatura.
Con l'offensiva del Tet la cronaca televisiva era cambiata, diventando
più drammatica e critica [13]:
il news management governativo era entrato in collisione con la
crescente contestazione nelle università, nel giornalismo,
nel governo stesso e nella popolazione in generale, che ora forniva
l'audience per un giornalismo più aggressivo e scettico.
D'un colpo crolla lo schema semplificatorio di un Vietnam del
Sud democratico contro l'invasione del Nord comunista e con l'intensificazione
dell'attività giornalistica aumentano le immagini di vittime
civili e di distruzioni urbane: per la prima volta la guerra appare
in televisione come un brutto affare. Lo spettatore, di fronte
a immagini di combattimenti in campo aperto e di forti perdite
americane si convince di una sconfitta, che per i militari è
da attribuirsi senza dubbio alla televisione. Per Westmoreland
"la svolta ci fu con la battaglia del Tet. Militarmente
la vincemmo noi, ma due giorni dopo il suo inizio Walter Cronkite
annunciò in tv che noi avevamo perso, e quella diventò
la verità. Se potessi tornare indietro, convocherei una
conferenza stampa e darei la mia versione dei fatti." [14].
Un simbolo del nuovo clima politico e giornalistico è
la notizia dell'eccidio di My Lai [15]
(109 civili vietnamiti uccisi dai soldati americani nel marzo
'68). Grazie al lavoro di un giornalista indipendente vengono
pubblicate nel novembre '69 le fotografie e un mese dopo compaiono
articoli su "Time" e "Newsweek". Solo adesso
l'opinione pubblica americana era disposta a leggere e accettare
cronache del genere. Con il pentimento in televisione di un soldato
reduce da My Lai, mentre la madre accusa l'esercito di avere trasformato
il proprio figlio in un assassino, scompaiono i pudori a parlare
della natura della guerra e a My Lai seguiranno altri racconti
di atrocità (si vedono reduci in televisione che confessano
di avere ucciso bambini). Questo a dimostrazione che My Lai è
solo un esempio della guerra, non un fatto eclatante in sé;
in Vietnam aveva infatti raggiunto l'apice il razzismo americano
contro gli asiatici, destato su scala nazionale durante la II
guerra mondiale, ma prima di My Lai l'informazione aveva passato
sotto silenzio la natura razzista e brutale della guerra e la
maniera in cui gli americani trattavano i vietnamiti (l'odio era
esteso verso tutti i vietnamiti, poiché il nemico era fisicamente
indistinguibile dall'alleato).
Si era ormai rotto il tacito patto consensuale tra media e potere
politico e la perdita di fiducia nelle istituzioni aiutò
l'emancipazione della televisione. I mass media, che in Vietnam
godevano di ampia autonomia, all'inizio avevano come sempre accettato
il linguaggio, le prospettive e l'agenda dell'establishment. Solo
nel periodo anomalo 1968 - 1973 la televisione documenta la breccia
aperta nel consenso americano, portando, secondo l'opinione di
molti uomini dei media e dell'esercito, la verità crudele
della guerra dentro le case delle famiglie americane in primo
piano e a colori, causando la disillusione nei confronti delle
istituzioni, il collasso morale della nazione e l'antimilitarismo
dell'opinione pubblica. Per i conservatori si tratta di una guerra
vinta sul campo e persa in salotto. Si devono però attenuare
queste affermazioni: i commentatori televisivi si mostravano sgomenti
per le perdite americane, le vite spezzate inutilmente; non veniva
certo preso in considerazione il movimento pacifista e di critica
radicale alle istituzioni. I corrispondenti non mettevano in dubbio
l'opportunità dell'intervento americano, ma solo la sua
efficacia, le eventuali critiche sono non per la politica, ma
per la tattica americana e per il corrotto e inaffidabile Diem.
Quasi tutti desideravano che l'America vincesse la guerra e solamente
quando fu evidente che l'opposizione alla guerra era in aumento
e che l'establishment stava tentennando, la televisione riprese
anche i contrari alla guerra (ovvero i critici moderati parte
dell'élite politica della capitale, mentre il 15 gennaio
'69 non veniva trasmessa in diretta la maggiore manifestazione
contro la guerra). Inoltre in televisione le scene di guerra appaiono
irreali, si vedono inquadrati piccoli ometti, i telegiornali sono
una selezione di tre minuti del totale delle riprese e questo
segmento di scena non è più realistico di una scena
di guerra di un film di Hollywood, nel quale il protagonista è
il corrispondente e tutto finisce sicuramente bene.
Più che al potere sovversivo della televisione, la perdita
del consenso sarebbe piuttosto da imputare alla campagna propagandistica
nell'ambito delle relazioni pubbliche nel tentativo di fare accettare
la versione ufficiale della guerra, che aveva lasciato totale
libertà di movimento a qualsiasi corrispondente, fino al
punto in cui fu impossibile per l'esercito controllare quella
massa di inviati vaganti in tutta l'Indocina (nel '68, momento
di maggiore audience, erano quasi 700). Tanto più decisiva
fu questa mancanza di controllo, quanto il fatto che il Vietnam
fosse una guerra senza un fronte ben definito, priva di un'immagine
chiara del nemico sulla quale la nazione potesse concentrare il
proprio odio, combattuta lontano dal suolo americano e perciò
senza che fosse sentita la necessità di un sacrificio generale.
Si può pensare che con il '68 era scoppiata una critica
vitale, dopo che il trauma nazionale per gli attentati a Kennedy
e M.L. King aveva fatto cadere a pezzi un mondo comprensibile
ed apparire i simboli di sicurezza contro la minaccia comunista
(CIA, FBI) essi stessi una minaccia. I media americani non avevano
del tutto abbandonato il ruolo di istituzione interna all'establishment,
ma non potevano non segnalare l'ondeggiamento della politica estera
americana, evidente con l'amministrazione Nixon che annuncia il
progressivo disimpegno nel conflitto e intanto fa proseguire i
bombardamenti intensivi. Per queste contraddizioni interne alle
istituzioni politiche può trovare spazio un giornalismo
critico, che causerà le dimissioni di Nixon in seguito
alle rivelazioni dello scandalo Watergate. Nel giugno '71 il "New
York Times" aveva pubblicato i Pentagon Papers (le carte
segrete del Dipartimento della Difesa, comprensive degli inganni
durante l'impegno militare in Vietnam) e la consapevolezza del
pericolo rappresentato dall'ingerenza militare sulla vita civile
e nel condizionamento dell'opinione pubblica [16]
raggiunge il centro del sistema politico: nel marzo '72 viene
istituita una Commissione d'inchiesta del Senato, presieduta da
Fulbright, sulle attività di relazioni pubbliche del Pentagono
("The Pentagon Propaganda Machine", secondo il titolo
del libro dello stesso sen. Fulbright).
A fianco dei casi dell'emergente giornalismo critico, in generale
l'informazione continua a replicare le fonti ufficiali. Dopo la
presa di coscienza nazionale esplosa con My Lai che la guerra
non fosse più una giusta causa e che si stesse pagando
un prezzo troppo alto, i mass media pensano e scrivono che la
guerra sia praticamente finita e le dedicano sempre meno spazio
e tempo (inizia a scendere progressivamente anche il numero degli
accreditati ufficiali). Il progressivo ritiro delle truppe americane
e il conseguente disinteresse dei lettori rende il 1971, anno
dei maggiori danni in Indocina per l'aumento esponenziale delle
incursioni aeree (bombardati Vietnam, Laos e Cambogia) il periodo
meno seguito dai mezzi di informazione, in conformità agli
interessi delle autorità militari di indurre l'opinione
pubblica all'apatia nei confronti della guerra e all'oscuro dell'escalation
dei bombardamenti (il totale delle bombe sganciate sull'Indocina
è di circa 4 milioni di tonnellate, pari per potenziale
distruttivo a centinaia di Hiroshima). I giornali continuano a
denunciare le condizioni dell'esercito americano, pubblicando
storie di abusi di droga, di assassini di ufficiali non graditi,
ma per quanto critiche queste sono pur sempre cronache giorno
per giorno; pochi corrispondenti hanno dimostrato una percezione
della dimensione storica degli avvenimenti, pochi hanno investigato
insoddisfatti delle versioni ufficiali, pochi hanno fornito analisi
di insieme.
Cap. III - L'informazione prima della guerra del Golfo: l'onnipresenza
globale della televisione e le nuove guerre invisibili
Dalla fine degli anni '70, con lo sviluppo delle tecnologie informatiche
applicate agli armamenti, si afferma un concetto di guerra come
sistema di informazione, comando e controllo. Già nel Vietnam
la Divisione Jasons (formata da un gruppo di esperti e scienziati)
aveva sperimentato le prime applicazioni dell'elettronica e dei
sensori per la localizzazione dell'avversario [17].
La ricerca scientifica su queste tecnologie per scopi militari
dà l'avvio a grandi cambiamenti nel settore delle telecomunicazioni.
Negli anni '70 si verificano le prime controversie diplomatiche
sulla regolazione dei satelliti a diffusione diretta, il cui carattere
transnazionale rende difficile l'esercizio della sovranità
nazionale formalizzato in una legge coercitiva. Godendo del monopolio
di fatto sulla tecnologia satellitare, gli Stati Uniti invocano
il principio del libero flusso delle informazioni e quello del
"primo arrivato primo servito" [18].
Dagli anni '80 l'uso frequente della tecnologia satellitare per
le trasmissioni televisive permette la comunicazione in tempo
reale in tutto il pianeta. I satelliti diventano strumenti di
diffusione sovranazionale, la dimensione enorme del pubblico potenziale
fa sviluppare televisioni per target, settori e argomenti precisi.
Il 1 giugno 1980 è la data della prima trasmissione della
CNN [19],
canale tematico di sole news, che diventerà pioniere e
leader (per diffusione e audience) di questo settore, diffondendosi
via satellite in tutto il mondo, all'inizio grazie a un accordo
con multinazionali alberghiere. Nel 1988 la CNN ha quasi 50 milioni
di utenze negli Stati Uniti (più della metà di tutte
le utenze), nel 1992 salite a 120 milioni. Il motto del network
è "dovunque accade qualcosa, e prima ancora!"
Con la CNN la notizia sta accadendo nel momento stesso in cui
si ascolta; questa contemporaneità delle notizie rispetto
ai fatti fa sì che la televisione satellitare diventi uno
strumento della diplomazia internazionale [20]
(quando gli Stati Uniti invadono Panama, Mosca ha protestato chiamando
il corrispondente della CNN!). Per il portavoce della Casa Bianca
Fitzwater "la CNN ha inaugurato un nuovo metodo di comunicazione
tra i governi che permette immediatezza e franchezza"; grazie
al satellite, infatti, l'utilizzo governativo della televisione
può ora estendersi oltre i confini, è possibile
trasmettere direttamente le proprie posizioni ufficiali in tutto
il mondo. Diplomatici, politici e militari seguono la CNN. L'ex
presidente Carter, osservatore ufficiale alle elezioni di Panama
(1989) assiste direttamente a disordini scoppiati nelle strade;
per capire cosa stesse accadendo, va in albergo e si sintonizza
sulla CNN. La CNN diventa l'immagine dell'informazione contemporanea,
anche rispetto all'effettivo ascolto; è come se fosse un'agenzia
di stampa in tempo reale che fornisce immagini invece di parole.
Di fronte a questo nuovo tipo di informazione planetaria, ci si
domanda se esso porti a nuove forme di colonizzazione culturale
americana [21].
Ricordiamo che al tempo della guerra del Golfo l'80% del flusso
di notizie di tutto il mondo è controllato da 4 grandi
agenzie occidentali (Associated Press, United Press International,
Agence France Press, Reuter) e l'informazione estera dei Paesi
in via di sviluppo è dipendente per le immagini dalle agenzie
Visnews, World Television News, CBS News International e CNN [22].
La media diplomacy viene utilizzata consapevolmente sotto la
presidenza Reagan, durante la quale si sviluppano tecniche di
marketing politico e un uso costante dei media come canale di
comunicazione politica. Per Janka, addetto stampa prima di Nixon
e poi dello stesso Reagan, gli anni di Reagan videro una manipolazione
dell'informazione attraverso l'inondazione [23].
Deaver, il coordinatore della comunicazione dello staff presidenziale,
progetta eventi e azioni capaci di attirare i media, programmati
come grandi produzioni cinematografiche. Esempi sono le "photo
opportunities" (cioè fotografare Reagan in atteggiamenti
"spontanei"), la "storia del giorno" (notizia
già confezionata per l'uso immediato giornalistico), la
"frase del giorno" (lo stesso concetto sviluppato contemporaneamente
in diversi luoghi da vari uomini politici, amministratori locali,
personaggi pubblici, in modo da avere visibilità sui media
intorno a quella determinata tematica).
Caso da manuale di media diplomacy e di politica spettacolo sono
i vertici USA - URSS (da quello di Ginevra del 1985 a quello di
Malta, 1989) [24]:
il mondo guarda i due leader che assumono la parte degli eroi
positivi del disarmo e della pace, protagonisti di una recita
collettiva che attira le speranze di tutto il pianeta. Anche il
sovietico Gorbacev sa utilizzare la media diplomacy, dichiara
ad effetto il disarmo unilaterale (a New York, in casa del nemico)
e si rivolge direttamente agli americani come un amico, interessato
come loro alla pace (scrive su questo tema un volume a puntate,
pubblicato sul "Washington Post"). Al di là dei
risultati concreti sul piano politico e diplomatico raggiunti
nei singoli vertici, conta l'atmosfera amplificata dai media delle
strette di mano, delle espressioni facciali, dei colloqui privati,
dell'amicizia tra le rispettive mogli. Si realizzano le intuizioni
di McLuhan, nel villaggio tribale su scala planetaria in assenza
di contenuto è il contenitore (televisivo) stesso che può
farsi contenuto, il medium diventa il messaggio [25].
Per questi vertici è utile la ricerca sociologica di Dayan
e Katz sui "media events" [26],
definiti come quegli eventi storici, soprattutto avvenimenti di
stato, trasmessi in diretta e che destano l'attenzione di un'intera
società. I media events sono narrati impiagando il potenziale
specifico dei media elettronici, in modo da dirigere l'attenzione
al racconto di una storia eccezionale, che spezza la routine delle
vite dei singoli e dei palinsesti televisivi, storia che diventa
archetipo dell'attualità. Essi hanno un carattere di cerimonia,
celebrano l'ordine e la condivisione di valori di una società
intorno a figure eroiche, ricordando a quella società ciò
che essa aspira ad essere piuttosto che ciò che realmente
è. La televisione partecipa alla funzione cerimoniale e
mette in esecuzione il significato dell'evento, non limitandosi
a narrarlo ma realizzandolo effettivamente. Accettando di diffondere
l'evento la tv accetta una missione apostolica e rende pubblica
la propria condivisione ai valori e agli obiettivi delle istituzioni
organizzatrici. Questi rituali moderni possiedono una coerenza
narrativa simile alle opere di fiction, che ha poco a che fare
con l'aspirazione all'obiettività del giornalista, trasformato
da osservatore imparziale in figura sacerdotale, egli stesso partecipante
alla cerimonia.
Non tutto funziona, comunque, nella spettacolarità della
storia in diretta, nella pretesa obiettività di un occhio
neutralmente testimone. Nell'immediatezza della diretta televisiva,
si può perdere la distinzione giornalistica tra fatti e
notizie, tra realtà e racconto. L'operazione "Restore
Hope" in Somalia [27]
(nel dicembre '92, causata anche dalle immagini televisive dei
morti per fame) vede lo sbarco dei marines in assetto da guerra
sulla spiaggia somala già occupata da cameraman e fotoreporter.
La storia in diretta diventa allora l'autorappresentazione dei
media, che filmano una storia che diventa spettacolo, evento costruito
appositamente per i media, ottenendo un estraniante effetto di
irrealtà. La rivoluzione romena del dicembre '89 trasmessa
in diretta (persino le riunioni del Comitato Rivoluzionario),
crea un vero e proprio deragliamento dell'informazione [28],
durante il quale la notizia dei massacri compiuti dalla polizia
di Ceausescu, certificata dall'autorità delle immagini
via satellite, acriticamente amplificata dalla stampa, si rivelerà
una clamorosa montatura. Un mese dopo i giornali smentiranno quanto
scritto e le fosse comuni piene di morti ammazzati recanti segni
di tortura, le decine di migliaia di uccisi e feriti, si ridimensionano
in scontri violenti tra manifestanti e polizia che causarono qualche
decina di morti. Ma nella coscienza dell'opinione pubblica resta
la smentita scritta in articoli di pagine interne, o la forza
emotiva delle immagini in diretta dalla storia?
Negli anni '80 il confronto più diretto tra media e politica
segna la volontà di ridurre l'informazione giornalistica
a canale interno della comunicazione politica e, nel caso di guerra,
di escluderla. La guerra delle Falklands-Malvine [29]
(1982) è la prima guerra invisibile al tempo della civiltà
televisiva dell'immagine. Sono accreditati a partire con la flotta
soltanto 29 tra corrispondenti e tecnici (tutti britannici), che
subiscono una doppia censura (gli articoli sono controllati prima
della trasmissione e, all'arrivo a Londra, dal Ministero della
Difesa) e si trovano impossibilitati fisicamente a vedere il conflitto,
situazione che causa dipendenza dai portavoce del governo, diventati
l'unica fonte. Altrettanto invisibili sono l'attacco americano
a Grenada (1983) e l'invasione di Panama (1989) [30],
avvenuti in assenza di giornalisti e che non destano grande interesse
nei media, proprio nel momento in cui hanno la massima pubblicità
rispettivamente l'intifada palestinese e la rivoluzione romena.
Questo embargo dell'informazione è possibile anche per
la nuova natura delle guerre, che sono limitate e dove la forza
aerea è usata per interventi rapidi e di estrema precisione,
resi possibili per la raccolta di informazioni dai centri di comando
del nemico [31].
Già con la guerra delle Falklands-Malvine (1982) e poi
con il raid sulla Libia (1986) assistiamo alla sperimentazione
delle nuove tecnologie sviluppatesi nei decenni '70 - '80 (satelliti,
raggi laser, fibre ottiche, optronica, informatica, telematica,
avionica), sviluppo che dà vita a una nuova generazione
di sistemi d'arma centrati non solo sulla potenza, ma sulla qualità
(le smart weapons). Esempi sono i satelliti militari che riprendono
immagini (durante la guerra del Golfo gli USA avranno 6 satelliti
operanti sulla zona); gli aerei spia che possono volare senza
pilota a bassissima quota; i clandestini (stealth), aerei invisibili
con un'aerodinamica studiata per disperdere l'energia del radar;
i sistemi capaci di elaborare autonomamente i dati immagazzinati
o dotati di guida automatica (i missili a guida televisiva e a
infrarossi che possono colpire obiettivi remoti).
Cap. IV - La guerra del Golfo
Il 2 agosto 1990 l'Irak invade il Kuwait. Due giorni prima il
World Service della BBC aveva trasmesso l'intervento di Kelly,
Sottosegretario agli Affari del Medioriente, alla competente Commissione
del Congresso, in cui affermava, tra l'altro, la non esistenza
di trattati di aiuto militare tra Stati Uniti e Kuwait; è
probabile che Saddam Hussein vi avesse colto un segnale di non
intervento americano nel caso di invasione del Kuwait, che era
ipotizzabile per le prese di posizione del leader irakeno dopo
la fine della guerra con l'Iran, a causa delle quali si era venuto
a creare un clima di tensione politica nell'intera area del Golfo
Persico. Di questa tensione si era cercata la soluzione con la
diplomazia tradizionale, a cui si sovrapponevano messaggi, prese
di posizioni, giudizi politici lanciati più o meno consapevolmente
attraverso i media [32].
In febbraio la "Voice of America" nei programmi trasmessi
in lingua araba aveva definito Saddam Hussein come uno dei tiranni
peggiori al mondo (e per questo l'ambasciata americana si dovrà
scusare, di fronte a un Saddam Hussein che continua a lamentarsi
per la sua immagine negativa sulla stampa americana), mentre questi
nello stesso mese aveva tenuto davanti al Consiglio di Cooperazione
araba un duro discorso trasmesso dalla tv giordana, nel quale
si era dimostrato preoccupato dell'eccessiva influenza degli Stati
Uniti sulla regione del Golfo Persico, e in aprile, parlando agli
ufficiali del suo esercito, aveva minacciato l'uso di armi chimiche
contro un eventuale attacco di Israele. Questa minaccia, trasmessa
alla radio, aveva destato preoccupazione in Kelly, ma l'Irak non
ricevette moniti ufficiali, anche per la divisione dell'amministrazione
Bush tra i favorevoli a sanzioni e quelli che non credevano alle
parole minacciose del leader irakeno, nel momento in cui l'attenzione
diplomatica era tutta rivolta ai cambiamenti in atto in URSS.
La media diplomacy non finisce con l'invasione del Kuwait, e
neanche successivamente con l'azione armata della coalizione di
stati guidata dagli USA in nome dell'ONU. Dal 2 agosto assistiamo
a un conflitto simbolico tra Bush e Saddam Hussein attraverso
i canali della comunicazione di massa, in cui da parte di entrambi
si alternano minacce e promesse, appelli rivolti all'estero in
nome del diritto internazionale o dei comuni valori religiosi
e culturali del mondo arabo (Saddam rende nota l'apparizione in
un suo sogno di Maometto). La radio funziona anche come strumento
di guerra psicologica, la "Voice of America" tenta di
minare il morale dei soldati irakeni dando notizia di un avvelenamento
dell'acqua dei pozzi del deserto.
Sul fronte interno, una volta cessati i dubbi sulla politica
da adottare verso l'Irak, viene attuata una strategia di news
management sui media americani (e di riflesso su quelli mondiali),
prima per ottenere l'approvazione dell'ONU all'intervento armato,
poi per il consenso interno alla guerra. L'amministrazione Bush
diffonde il dato della presenza di 250.000 soldati irakeni e 1.500
carri armati in Kuwait (in settembre, ma i satelliti sovietici
non li vedono), e i giornali ne parlano come un segno di una probabile
invasione dell'Arabia da parte dell'esercito irakeno. La maggior
parte delle notizie della stampa è ricavata da fonti ufficiali,
secondo uno studio del 1991 [33]
le citazioni del "New York Times" provengono per il
79% da fonti governative o da organizzazioni a esso affiliate,
solamente per l'1% da esperti indipendenti. Il governo kuwaitiano
in esilio si affida alla maggiore agenzia americana di pubbliche
relazioni, la "Hill & Knowlton" [34],
che organizza in varie sedi appelli di richiesta di aiuto da parte
di uomini d'affari e studenti kuwaitiani, mentre studia il modo
di influenzare l'opinione pubblica utilizzando tecniche di marketing
commerciale. I suoi sondaggi indicano che la gente non conosce
il Kuwait (e questo è un vantaggio per una manipolazione
più libera) e, fino ad ottobre, un aumento del numero di
chi crede che sia un errore un coinvolgimento militare americano.
Per provare a volgere a suo favore la situazione la "Hill
& Knowlton" organizza focus groups in cui studia la reazione
personale ad immagini che raffigurano il Kuwait come una democrazia
liberale, raffigurazione alla quale le persone coinvolte, però,
non credono o comunque non sono interessate, mentre sono colpite
dalle immagini che demonizzano Saddam Hussein e personalizzano
il conflitto: il massimo effetto di mobilitazione viene ottenuto
con l'accostamento di Saddam Hussein a Hitler [35],
che si rivelerà una delle strategie vincenti per la mobilitazione
dell'opinione pubblica contro l'Irak. Prova della malvagità
irakena è la testimonianza portata da una ragazza quindicenne
kuwaitiana a Washington davanti alla Commissione Difesa (dice
che i soldati irakeni staccavano la corrente elettrica alle incubatrici
degli ospedali, per fare morire i neonati kuwaitiani). Questa
testimonianza si rivelerà un falso, la ragazza era in realtà
la figlia dell'ambasciatore kuwaitiano all'ONU e aveva recitato
un copione preparato dalla "Hill & Knowlton". Altro
falso è il presunto video girato in bianco e nero e con
riprese tremolanti da turisti tedeschi a Kuwait City proprio il
giorno dell'invasione irakena.
Durante questa fase di preparazione del consenso alla guerra,
era stato assunto come capo dell'ufficio di Washington della "Hill
& Knowlton" Craig Fuller, consigliere politico di Bush
(e capo del suo staff durante la Presidenza Reagan), che in questa
nuova veste continuerà a collaborare durante la guerra
del Golfo con lo staff di Bush. Questo sforzo di influenzare l'opinione
pubblica da parte del governo americano, una volta ottenuto il
consenso interno alla guerra, si rivolgerà dopo l'inizio
dell'azione armata (16 gennaio 1991) ad evitare la "sindrome
Cronkite": se la guerra del Vietnam era stata persa per il
mancato controllo dell'impatto politico dell'informazione che
aveva ostacolato l'autonomia d'azione dei militari, la guerra
del Golfo viene preparata dal news management governativo, che
spiega perché la guerra è giusta e quali sono i
suoi obiettivi [36].
In questo senso quella del Golfo è stata la prima guerra
televisiva, perché ha sfruttato pienamente le possibilità
del mezzo televisivo di essere sul campo, confezionare e vendere
la guerra, a differenza del Vietnam, quando politici e militari
non capirono come il nuovo media avrebbe potuto controllare il
messaggio e distruggere un nemico appartenente al terzo mondo.
(e perciò senza voce). Da allora la leadership politica
sembra avere appreso la lezione, per cui non ci sarebbe stata
mai più una guerra per la quale i soldati americani venissero
biasimati, mai più una vittoria sul campo e una sconfitta
in salotto (la tesi politica sottintesa è questa: le nostre
truppe non hanno mai perso una battaglia, se non per colpa del
Congresso e della televisione). Bush rende esplicite queste credenze,
dichiarando di non volere combattere con una mano dietro alla
schiena (riferendosi ai condizionamenti dell'informazione; ricorda
la battuta di Rambo "ce la lasceranno vincere questa volta?")
e di volere lasciare il Vietnam dietro le spalle (che fu la giustificazione
di Coppola per il suo film "Apocalipse Now") [37].
La lezione del Vietnam viene quindi appresa per cancellare il
ricordo fastidioso del Vietnam. L'atto finale della guerra del
Golfo trasmesso dalla televisione è la calata dei soldati
americani da un elicottero per riconquistare l'ambasciata di Kuwait
City. Di fronte a questa scena spettacolare, nessuno pone la domanda
dell'utilità dell'azione (visto che la capitale era già
libera da due giorni) ed inevitabile è l'associazione con
altre immagini, impresse nella memoria, di una guerra alla fine:
quelle dell'umiliante fuga in elicottero del personale dell'ambasciata
a Saigon. Scrive il 1 marzo il "Wall Street Journal",
intitolando la prima pagina "La vittoria della guerra del
Golfo esorcizza i demoni degli anni del Vietnam":
"la vittoria sta spazzando via la guerra del Vietnam dalla
prima linea dell'inconscio americano. Per quasi venti anni gli
americani [...] hanno tristemente meditato sulle lezioni contraddittorie
e l'aria di disfattismo che aveva generato [...] molte di queste
ragnatele sono state tolte [...] Siamo la nazione più potente
del mondo, potrebbe essere l'inizio del secondo Secolo Americano"
[38].
Per evitare le pericolose interferenze dei giornalisti e dell'opinione
pubblica il comando militare si serve dei due strumenti tradizionalmente
a sua disposizione: la censura e la produzione di un flusso alternativo
di notizie.
Tutti i corrispondenti accreditati presso il JIB (Joint Information
Bureau) a Dhahran, (in Arabia, la sede del comando delle forze
alleate), sono obbligati a firmare un documento in cui si impegnano
a rispettare determinate condizioni, pena il ritiro dell'accredito.
È proibito loro di andare al fronte senza una scorta militare,
di fotografare o filmare morti e feriti, di dare informazioni
su armamenti, equipaggiamento, spostamenti e consistenza numerica
delle unità alleate e sulla consistenza dell'armamento
nemico, di descrivere nei particolari le operazioni militari,
di fornire dati sulle perdite alleate, di nominare le basi di
partenza delle missioni, di intervistare i militari senza il preventivo
permesso ufficiale [39].
Questo controllo quasi totale della censura militare è
amplificato dalla nuova natura della guerra, che è una
guerra aerea e perciò non permette l'osservazione diretta
del giornalista [40].
Al fronte, poi, possono andare i soli 192 giornalisti selezionati
(i "pool di combattimento", sempre tenendo conto delle
restrizioni del JIB), tutti americani eccetto un paio di britannici
(la motivazione era che solo una perfetta conoscenza della lingua
usata dai militari poteva permettere una comunicazione rapida
tra questi e i giornalisti, al fine di evitare i rischi che una
guerra può sempre comportare).
La guerra del Golfo, ultimo atto di un conflitto tenuto su un
piano simbolico, è così oscurata per le cronache
dell'informazione vera e propria, ma non ne risulterà un'altra
guerra invisibile, perché alla censura si riuscirà
ad unire un'apparente ricchezza informativa, ottenuta dal news
management militare grazie a quella "manipolazione tramite
l'inondazione" [41]
già incontrata trattando della Presidenza Reagan. Il comando
militare delle forze multinazionali tiene briefings quotidiani
in cui si forniscono dati, numeri, analisi delle azioni del giorno
(difficilmente smentibili dal corrispondente a Dhahran) e soprattutto
le immagini della guerra aerea, computerizzate o riprese da cineoperatori
militari, e quelle degli aviatori in partenza o di ritorno dalla
missione. Le reti televisive vi aggiungono di solito le foto dei
propri corrispondenti, carte geografiche, immagini di repertorio
di armamenti (spesso fornite dalle industrie produttrici), e su
queste immagini possono montare la musica ritenuta adatta ("L'Eroica"
di Beethoven per il telegiornale della rete italiana RAI 1 il
giorno dell'annuncio del cessate-il-fuoco), o fare intervenire
l'esperto per un commento. Nei primi giorni di diretta del conflitto,
le notizie fresche trasmesse in tutto il mondo immergono nello
scenario di guerra lo spettatore, che ora può seguire la
traiettoria del missile lanciato fino al momento dell'impatto.
L'esibizione mediatica delle bombe intelligenti fa sì che
queste siano allo stesso tempo immagine, guerra, notizia, spettacolo
e pubblicità per il Pentagono; esse fanno passare il messaggio
del trionfo della nuova tecnologia delle smart weapons, il mito
della guerra asettica e professionalizzata, nell'assenza di immagini
cruente e di vittime visibili. Cumings usa per ciò il termine
ironico "Pentavision". I militari attuano anche opere
di disinformazione per motivi di sicurezza militare (es. lanciando
la notizia di sbarchi di marines, in realtà non avvenuti)
e riescono ad escludere i media nella delicata fase finale: l'offensiva
terrestre, di cui i network televisivi americani trasmettono aggiornamenti,
per dire che stava andando tutto bene, nelle brevi interruzioni
della cronaca dei play-off del torneo di basket dei college, che
otteneva come previsto l'interesse del pubblico; abbiamo soltanto
le immagini, conclusa l'offensiva, dei soldati irakeni che si
arrendono a mani alzate e l'unica testimonianza scritta e diretta
di quel giorno rimane la corrispondenza di un inviato di un giornale
di provincia (il "Providence Journal"), che, a bordo
di una portaerei, si accorge che stava assistendo a un bombardamento
frenetico, massiccio e ascoltando i piloti ricava l'idea di una
carneficina dei soldati irakeni in fuga. Il suo reportage, però,
non trova riscontro nel tono trionfalistico e patriottico della
maggior parte dei restanti organi di informazione.
Si può quindi dire che i vertici militari attuino quel
controllo sull'informazione, fallito in Vietnam, già sperimentato
con i conflitti di Grenada e di Panama, ma, per la diversità
della guerra del Golfo (sia per la sua durata che per le forze
impiegate contro un nemico più forte rispetto ai due precedenti),
debbano raffinare i metodi di news management, cercando di ottenere
il risultato di portare la rappresentazione televisiva da cronaca
giornalistica a celebrazione di un media event [42],
a cui la guerra del Golfo poteva prestarsi per alcune sue caratteristiche
[43].
A causa dell'ultimatum dell'ONU al 15 gennaio '91, l'attacco è
previsto dopo quella data e ciò consente l'organizzazione
dei media che possono alimentare l'attesa del pubblico per la
guerra, ad esempio con le interviste ai soldati impazienti di
dare una lezione a Saddam. La guerra viene presentata come la
contesa tra due uomini (l'eroe Bush e l'antagonista Saddam Hussein),
secondo un canovaccio narrativo costruito attorno a personaggi
(si pensi alla notorietà del generale Schwarzkopf) e oggetti
simbolici, che ricorda per analogia il racconto della crisi degli
ostaggi in Iran (1979-80) [44].
La comunicazione dal vivo della battaglia aerea unifica spettatori
televisivi e testimoni reali, autorità politiche e gente
comune, in un unico abbraccio intensamente emotivo che rinsalda
l'unità della società. Ma l'impossibilità
di vedere la guerra (aerea e campale) impedisce l'informazione
vera e propria: se non è una guerra invisibile, è
allora una guerra immaginaria.
Di fronte a ciò, Cumings si chiede provocatoriamente se
il Golfo sia stata una guerra o lo spettacolo di maggior successo
della stagione televisiva [45].
Ma non tutto va nella direzione voluta dal news management militare
e governativo. È vero che la guerra aerea non permette
la presenza del cronista, ma questi, se non può situarsi
dove si spara, può sempre farlo dove ricadono i colpi.
È il caso della CNN, che dà vita a un nuovo modello
di giornalismo sovranazionale [46]:
non era mai successo prima che un corrispondente fosse rimasto
per tutta la durata della guerra a mandare i suoi reportage dalla
capitale del nemico. Così come era la prima volta che un
giornalista assisteva in prima linea allo scoppio di una guerra:
il 16 gennaio '91 lo spettatore ha appreso in diretta dalla televisione
che la guerra era iniziata (mezz'ora prima dell'annuncio ufficiale
della Casa Bianca) e che esisteva la CNN. Nonostante i primi bombardamenti
abbiano distrutto i centri di comunicazione irakena (stazioni
radiotelevisive, radiofoniche, ponti radio adibiti alla telefonia),
decapitando così il "sistema nervoso centrale"
del nemico, la CNN continua a trasmettere in diretta grazie a
un innovativa antenna portatile per la comunicazione via satellite
(il TCS-Lite, dotato di una lunga autonomia di trasmissione),
diventando allo stesso tempo agenzia (di immagini) e testata giornalistica.
Questo fatto nuovo evidenzia il protagonismo del giornalista e
del sistema dell'informazione: adesso sono le notizie che fanno
notizia, la presenza di un corrispondente in campo avversario
attiva un metadiscorso, aprendo problematiche sul rapporto tra
televisione e guerra, e su quello tra la CNN, network americano,
e l'Irak, il paese nemico dell'America. Inoltre, essendo un possibile
bersaglio del fuoco amico, interpreta il ruolo dei civili irakeni,
i grandi assenti della messa in scena.
Si possono seguire i bombardamenti dall'albergo di Baghdad dove
sono alloggiati i giornalisti, che, con l'inizio del bombardamento,
piazzano i loro microfoni fuori dalla finestra, ottenendo uno
strano connubio di immagini fisse e audio cinetico: il cielo di
Baghdad striato dalle scie luminose delle bombe e dell'artiglieria
antiaerea e marchiato dal logo CNN e dalla scritta "live";
il rumore dei missili e delle sirene, il tonfo delle bombe e la
radiocronaca dei corrispondenti. Una visione mai vista prima,
affascinante, che acceca lo spettatore abbagliato da segnali che
riempiano i sensi ma che non forniscono informazione.
L'Irak caccia intanto tutti i giornalisti eccetto Arnett della
CNN, già corrispondente in Vietnam. La troupe CNN farà
le sue riprese sempre accompagnata da un ufficiale irakeno addetto
alla censura, cosa che del resto viene dichiarata subito e messa
in evidenza dalla scritta "cleared by". Arnett intervista
Saddam Hussein, dando notizia della distruzione di una fabbrica
irakena di latte in polvere per bambini, che viene smentita negli
Stati Uniti, dove Arnett viene accusato di legami con lo spionaggio
internazionale e di essersi accordato economicamente con il governo
irakeno per poter restare; il senatore Simpson, amico di Bush,
lo attacca definendolo collaborazionista e portavoce di Saddam
Hussein, dicendo anche che è un comunista e che il fratello
della moglie vietnamita era stato un Vietcong [47].
Ma il "Washington Post" e poi altri giornali confermano
che si trattava di una fabbrica di latte (secondo la testimonianza
di due tecnici che avevano visitato lo stabilimento).
Pur non potendo parlare di libera informazione, per la presenza
della censura irakena, quella della CNN è l'unica voce
che può opporsi con autorevolezza al news management del
governo americano. Alla CNN si vedono le uniche immagini di distruzione
e morte dell'intera guerra, quelle del bombardamento del bunker
di Al Hamariah che causò la morte di circa 300 civili.
Saddam Hussein, che all'inizio minimizza i bombardamenti per mostrarsi
invincibile e invulnerabile, capisce che con l'esibizione delle
vittime civili poteva mostrare la brutalità dell'avversario,
cercando così di fare crescere la rabbia del mondo arabo
e di turbare le coscienze dei cittadini occidentali.
Con questo non si vuole dire che la CNN ha una posizione antigovernativa
o addirittura antiamericana, ma soltanto che riesce a difendere
un minimo di indipendenza dal Pentagono grazie al proprio successo
come canale di sole news reso possibile dalla sua presenza in
Irak, successo di immagine, credibilità ed anche economico:
la CNN diventa la finestra aperta sul mondo e durante il conflitto
uno spazio pubblicitario raggiunge il costo di 20.000 dollari
al minuto (prima erano 3.500) [48].
Per gli altri principali network (ABC, CBS, NBC), invece, la guerra
del Golfo porta ad enormi spese e a mancati introiti pubblicitari
(si calcola che abbiano perso per questo 40-50 miliardi di dollari
nella sola prima settimana) [49],
sia per gli spazi pubblicitari cancellati per fare posto a programmi
informativi, sia per la riduzione di investimenti pubblicitari
(es. McDonald's e Procter&Gamble) a causa dell'atmosfera bellica
giudicata non consona ai messaggi pubblicitari. Per fare fronte
a ciò la CBS ha offerto a propri clienti brani di programmi
"che erano stati prodotti appositamente con immagini o messaggi
positivi sulla guerra, come immagini patriottiche dal fronte interno"
[50],
rassicurando che i loro annunci pubblicitari non sarebbero stati
trasmessi dopo immagini di realismo troppo crudo e sconveniente:
si fa confusa la distinzione tra programmazione, patriottismo
e commercio ancor più quando la televisione si associa
allo sciovinismo e negli annunci pubblicitari proliferano i temi
bellici.
Nella guerra del Golfo non è mai venuto a mancare il consenso
dell'opinione pubblica alla guerra in generale, guerra che è
stata vista come un atto necessario per l'aggressione al Kuwait
del tiranno Saddam Hussein. I servizi della CNN sotto controllo
della censura irakena non potevano certo rovesciare questa situazione
(anche per un evidente incapacità del leader irakeno, che
si fa riprendere, a dimostrazione della sua bontà, mentre
accarezza bambini tenuti in ostaggio dall'espressione terrorizzata;
oppure gli appelli alla pace dei prigionieri di guerra che mostravano
chiari segni di percosse); certo, l'operazione chirurgica si rivela
una tradizionale operazione di bombardamento [51],
ma errori tecnici e danni collaterali non intaccano la credenza
nella giusta causa di questa guerra e la gioia per la vittoria
finale [52].
I servizi della CNN "cleared by", piuttosto, pongono
l'interrogativo, finito il conflitto, se non fossero "cleared
by" anche le immagini mostrate con l'avvallo del Pentagono.
Strana impressione aveva destato un servizio giornalistico della
CNN ad Israele, in cui sia gli intervistati che gli intervistatori
indossavano maschere antigas, a testimonianza del terrore della
popolazione lì residente per un attacco chimico dell'Irak,
mentre sullo sfondo si intravede una persona senza nessuna protezione,
smentita vivente dietro le quinte del racconto sul palcoscenico.
E una delle immagini simbolo della guerra, quella del cormorano
che agonizza nel petrolio a causa dell'incendio dei pozzi kuwaitiani,
che aveva canalizzato una commozione latente del pubblico il quale
non aveva morti in televisione da piangere, è oggetto dopo
la guerra di forti perplessità (com'era stato possibile
filmare, se quello era territorio in mano agli irakeni? Ornitologi
interpellati, poi, dicono che quell'uccello non dimorerebbe nella
regione in quel periodo dell'anno) [53].
Si crea così una consapevolezza da parte dell'opinione
pubblica dei limiti dell'informazione giornalistica, dopo una
guerra che ha visto aumentare la forbice tra le possibilità
tecniche di comunicazione e la volontà politica di informare,
che ha sancito la vittoria dell'importanza della velocità
della comunicazione sulla qualità dell'informazione. Consapevoli
del rischio di perdita di credibilità, nel maggio 1991
quindici agenzie di stampa inviano una petizione al Dipartimento
della Difesa statunitense lamentandosi per il controllo praticamente
totale del Pentagono sulla stampa americana, quando quattro mesi
prima era stata ignorata dai mass media la causa legale di alcune
riviste indipendenti (tra cui "The Nation", "Village
Voice", "Mother Jones"; l'unica rivista a grande
tiratura a partecipare fu "Harper's") che accusavano
il Pentagono di incostituzionalità per averle escluse dal
Golfo [54]
.
Difficile stabilire fino a che punto si sia spinta questa autoconsapevolezza
del sistema dell'informazione e quali mutamenti possa provocare
nel rapporto tra esso e il sistema politico, se una maggiore libertà
o legame. Di sicuro si fanno sempre più intrecciate in
guerra le tecnologie della comunicazione e quelle della distruzione.
Un episodio emblematico della guerra del Kosovo è stato
il bombardamento della NATO sulla sede della televisione serba,
che ha provocato la morte di civili, dipendenti dell'emittente,
a cui è seguito uno scambio di accuse tra il governo serbo,
che ha denunciato il bombardamento su un obiettivo civile, e il
comando NATO, che ha sostenuto la tesi che la televisione è
da considerarsi un'arma bellica e quindi un obiettivo militare.
Da quello che è emerso da questa tesina, possiamo notare
come la distruzione del sistema di comunicazioni, oltre allo scopo
militare di impedire un coordinamento delle forze armate del nemico,
ottiene anche l'obiettivo di spegnere una fonte per l'informazione
globale.
Conclusioni
È stata condotta l'analisi delle "prime due guerre
televisive". Prima guerra televisiva è infatti il
Vietnam, in cui per la prima volta l'informazione televisiva è
stata la fonte principale di notizie per la maggior parte dei
cittadini, e prima guerra televisiva è il Golfo, in cui
per la prima volta la guerra da evento giornalistico è
stata trasformata in evento mediatico, per la capacità
della televisione, che ora può trasmettere la guerra in
diretta, di dare forma televisiva al racconto della guerra, anche
in assenza di notizia e di mediazione giornalistica.
In queste due guerre i giornalisti si sono trovati in condizioni
molto diverse (libertà di movimento e autonomia dai militari
in Vietnam, assoluta dipendenza dalle fonti ufficiali nel Golfo)
e diversa è risultata la percezione dell'opinione pubblica
di quello che stava accadendo (una guerra sbagliata il Vietnam,
una vittoria rapida il Golfo). Sarebbe facile dedurre un rapporto
diretto tra la libertà del giornalista e la consapevolezza
critica dell'opinione pubblica, il che evidentemente non è
del tutto errato, ma non ci si deve fermare a questa semplificazione,
essendo in gioco almeno anche altri due fattori molto importanti:
il rapporto tra sistema dell'informazione e istituzioni politiche
e la modalità narrativa propria della televisione.
In Vietnam, pur in assenza di censura, i mass media sono naturalmente
restii alla cronaca della violenza, della morte (che compare raramente
fino al 1968) e appoggiano la politica del proprio governo, di
cui condividono ideologia, valori e cultura. Dalla I guerra mondiale
è chiaro che la guerra non riguarda solo i generali e i
soldati che la fanno, ma mobilita l'intera nazione, compresi i
giornalisti, che solo quando una parte consistente della società
e dell'establishment dubita della giusta causa della guerra possono
esercitare una funzione critica. Nel Golfo, pur in presenza di
censura e di un efficace news management governativo, si è
visto un esempio di giornalismo sovranazionale risultato vincente:
il successo economico, di immagine e di credibilità della
CNN, che trasmette dal territorio nemico. In ogni caso si può
dire che il giornalismo è legato sia alla società
politica che al mercato. Politici e militari tendono al controllo
sulle tecnologie della comunicazione e sul sistema dell'informazione,
che dipende da loro in quanto fonti ufficiali e non ha interesse
ad esercitare una funzione critica di queste istituzioni; ma è
anche vero il fatto che la notizia è una merce con un valore
in sé, per cui diventa importante l'aspettativa del pubblico
(anche se spesso le aspettative del pubblico sono create dai mass
media, che di solito riprendono le tematiche lanciate dalle fonti
ufficiali, a loro volta influenzate dall'opinione pubblica. È
il corto circuito tra domanda del pubblico, offerta dell'informazione
e influenza-influenzabilità del sistema politico). L'informazione
di massa è l'unica mediazione sociale, in una società
dove l'individuo è sempre più isolato e in una condizione
di estraneità reciproca; le notizie soddisfano la domanda
melodrammatica di emozioni forti, pericolo, tragedia, dando la
possibilità del formarsi di un'identità sociale
(conoscenze, valori comuni) nel luogo comune del notiziario televisivo
nazionale.
In entrambe le guerre, poi, il mezzo televisivo [55]
ha imposto la propria modalità narrativa ed estetica, costruendo
una cronaca teatralizzata, che presenta personaggi, contrapposizioni
tra l'eroe e il nemico, eventi straordinari piuttosto che le tendenze
di fondo derivanti dal contesto storico e politico. Di fronte
a questa semplificazione e all'affascinante flusso sincronico
delle immagini e dei suoni (flusso omogeneo e contraddittorio
allo stesso tempo, contenente un discorso costruito da messaggi
appartenenti al giornalismo, alla pubblicità e all'intrattenimento)
lo spettatore ha l'impressione di un accesso immediato alla realtà,
e alla verità; Baudrillard parla della televisione come
produzione di una realtà più reale del reale, come
simulacro (cioè una copia per la quale non è mai
esistito l'originale). Anche priva della possibilità di
avere notizie, a causa della censura (o dell'autocensura) che
rende invisibile la guerra, la televisione stimola la produzione
di eventi per il proprio funzionamento, e in assenza di informazione
produce lo spettacolo della guerra, l'evento mediatico in cui
l'unico messaggio è il medium stesso, l'avvenimento è
la presenza stessa della televisione. L'informazione televisiva,
allora, mediazione tra gli individui per la costruzione di un'identità
sociale, realtà immediata e anonima, priva della mediazione
personale del giornalista, diventa mediazione immediata del mondo.
Bibliografia
Cumings, B., Guerra e televisione, Bologna, 1993, ed.
originale War and Television, London - New York, 1992
Dayan, D. e Katz, E., Le grandi cerimonie dei media. La Storia
in diretta, Bologna, 1993, ed. originale Media Events,
the live broadcasting of history, Cambridge (USA), 1992
Di Giuseppe, G., CNN. L'informazione planetaria, Manduria,
1992
Fracassi, C., Sotto la notizia niente. Saggio sull'informazione
planetaria, Roma, 1994
Fracassi, C., Le notizie hanno le gambe corte, Milano,
1996
Knightley, P., Il dio della guerra. Dalla Crimea al Vietnam:
verità, retorica e bugia nelle corrispondenze di guerra,
Milano, 1978, ed. originale The first casualty, 1975
Mattelart, A., La comunicazione mondo, Milano, 1997, ed.
originale La communication - monde. Histoire des idees e des
strategies, Paris, 1991
Ortoleva, P. e Ottaviano, C. (a cura di), Guerra e mass media.
Strumenti e modi della comunicazione in contesto bellico,
Napoli, 1994
Savarese, R., Guerre intelligenti. Stampa, radio, tv, informatica:
la comunicazione politica dalla Crimea al Golfo Persico, Milano,
1992
Schudson, M., La scoperta della notizia. Storia sociale della
stampa americana, Napoli, 1987, ed. originale Discovering
the News. A Social History of American Newspapers, New York,
1978
Saggi
Manheim, J.B., "Going Less Public. Managing Images to Influence
U.S. Foreign Policy", in Iyengar, S. and Reeves, R. (ed.),
Do the Media govern, London - Thousand Oaks - New Delhi,
1997
|