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Company image e company identity: due modelli
per la comunicazione d'impresa in rete
di Mattia Miani
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Anche un'impresa ha un'immagine e un'identità. Questa
affermazione può sembrare scontata, ma ci pone comunque
di fronte a degli interrogativi di una certa portata quando riflettiamo
sulle implicazioni della comunicazione in rete (Internet e intrantet)
nella costruzione e nel mantenimento dell'immagine e dell'identità
di un'impresa (company image e company identity per usare i termini
di uso corrente nella letteratura). Per esempio, è ancora
possibile sfruttare il controllo dell'informazione per mantenere
una struttura organizzativa gerarchica quando si può dare
a tutti la possibilità di accedere a tutte le risorse e
i dati della rete? È proprio indispensabile che la comunicazione
in rete comporti la condivisione delle stesse informazioni? E
via di questo passo. Questo articolo proverà a fornire
alcune indicazioni proprio su questi interrogativi.
Per cominciare la nostra discussione è però necessario
dire qualcosa su cosa intendiamo per immagine e identità
d'impresa. La letteratura sull'argomento è ormai sterminata
a dimostrazione dell'interesse che questi concetti hanno assunto
nell'organizzazione aziendale; pertanto non è nostra intenzione
ripercorrerla in queste pagine, anche perché non si è
ancora giunti alla formulazione di un modello universalmente condiviso.
Basterà esporre brevemente il nostro punto di vista, basato
essenzialmente su lavori di matrice semiotica come Grandi (1994),
Marion (1989) e Semprini (1992). In questo articolo intenderemo
l'identità dell'impresa come il sistema filosofico di fondo
della sua organizzazione, ossia come un insieme di scelte di valorizzazione
riguardanti la sua missione, il suo ruolo nella società,
le attese che intende suscitare e soddisfare nei pubblici di riferimento.
A questo livello non c'è ancora comunicazione, ma solo
una serie di valori profondi che costituiscono la premessa per
qualunque atto comunicativo dell'impresa. L'identità dipende
sì da delle scelte, operate più o meno consapevolmente
dal management, ma anche da un processo di negoziazione e contrattazione
con i sistemi di valori e le aspettative dei diversi pubblici
di riferimento. Pertanto, l'identità è passibile
di evoluzioni e anche di stravolgimenti nel momento in cui si
incontra con i discorsi di altri attori sociali.
L'immagine si colloca invece al livello della comunicazione e,
come ha dimostrato Grandi (1994), assolve essenzialmente a due
funzioni. Da una parte l'immagine fornisce una "cornice di
senso" all'interno della quale i diversi segmenti di pubblico,
in un'ottica di comunicazione totale, possono attribuire un significato
ai comportamenti e ai prodotti dell'impresa. Dall'altra, accanto
a questa funzione contestuale, l'immagine costruisce, sempre in
relazione ai diversi segmenti di pubblico, dei sistemi di attese,
a cui l'impresa può dare soddisfazione economicamente e
comunicativamente. Anche l'immagine come l'identità, poi,
secondo la nostra prospettiva, non si risolve nella comunicazione
diffusa dall'azienda, ma è frutto delle reciproche relazioni
instaurate fra i discorsi dell'impresa, le rappresentazioni dei
suoi pubblici e i discorsi dei concorrenti.
Un punto fondamentale di questa teoria è che l'immagine
varia a seconda del segmento di pubblico. Ciò che rimane
invariante in questo processo dovrebbe essere l'identità.
Collocandosi a un livello più profondo, l'identità
dell'impresa può e deve rimanere costante e coerente nelle
diverse immagini diffuse al livello della comunicazione.
Si pone allora il problema di integrare le nuove tecnologie della
comunicazione, pensiamo soprattutto ad Internet ed intranet, nella
costruzione dell'immagine dell'impresa. Un problema a nostro avviso
fondamentale che allora si pone, costituendo sia un rischio che
un'opportunità, è rappresentato dal fatto che nella
comunicazione in rete tutti i soggetti hanno virtualmente accesso
a tutta l'informazione. Questo crea dei seri problemi alla gestione
dell'immagine. Infatti non è più possibile, almeno
teoricamente, comunicare immagini diverse a segmenti di pubblico
differenziati. Facciamo un esempio molto comune. Mentre indubbiamente
esiste una sfera pubblica dell'immagine dell'impresa accessibile
in modo indifferenziato, costituita fondamentalmente dai discorsi
veicolati dai media generalisti, fino ad oggi è stato relativamente
semplice tenere discorsi diversi ora ai giornalisti, ora ai partner
finanziari piuttosto che alle associazioni dei consumatori o ai
dipendenti. A questo proposito in molti libri e manuali sull'argomento
sono comuni segmentazioni dei pubblici di riferimento e indicazioni
sulle caratteristiche dei discorsi che dovrebbero essere rivolti
a ciascuno di essi. A titolo di riferimento un buon esempio è
dato dalla cosiddetta ruota di Bernstein (1984), ripresa anche
da Bettetini (1992). Ad un sito Internet invece possono avere
accesso tutti. Qualcuno a questo punto potrebbe obiettare che
Internet consente di costruire sofisticate personalizzazioni dell'informazione.
Questo è vero, ma il problema non riguarda ciò viene
comunicato, ma ciò che è accessibile. Pertanto anche
la personalizzazione dell'informazione non risolve i nostri problemi
perché l'utente può richiedere personalizzazioni
diverse da quelle che noi potremmo aspettarci. Così, se
in uno stesso sito mettiamo informazioni destinate a pubblici
diversi, diventa impossibile gestire l'immagine on-line secondo
i metodi tradizionali. Si profilano allora due possibilità
che danno luogo a due distinti modelli di comportamento che chiameremo
modello teatrale e modello ipertestuale.
Da una parte, secondo il modello teatrale, è possibile
immaginare di ripristinare una comunicazione a comparti stagni
distribuendo diritti d'accesso differenziati ai destinatari. È
quello che accade in qualunque ufficio con sistemi operativi del
tipo Windows NT. Nel sito ci sarà allora una sezione pubblica,
per i clienti, mentre i fornitori avranno una chiave d'accesso
ad un altro settore disegnato per loro, i partner finanziari ad
un altro e così via. Abbiamo chiamato questo modello teatrale
perché fa riferimento alla distinzione degli spazi sociali
in scena e retroscena. Questa distinzione, introdotta dal sociologo
americano E. Goffman (1959), distingue scena e retroscena in base
all'immagine di sé che gli individui vogliono comunicare.
Sulla ribalta della scena, si cerca di comunicare un'immagine
pubblica, positiva, in linea con le più diffuse "norme"
sociali di etichetta e decoro. Il retroscena è invece condiviso
da un pubblico più intimo e familiare e consente maggiore
rilassatezza nei comportamenti. I concetti di scena e retroscena
ci sembrano particolarmente utili per comprendere la strutturazione
degli spazi virtuali perché è stato dimostrato che
hanno a che fare con la distribuzione e la gestione dell'informazione
fra pubblici diversi (cfr. Meyrowitz 1985). È l'accesso
alle informazioni, e non la materialità degli spazi, che
determina la frattura fra scena e retroscena.
D'altra parte però si può tramutare un rischio
in un'opportunità. Un modello di comunicazione trasparente,
senza distinzione fra scena e retroscena, potrebbe partire proprio
dal sito aziendale. Abbiamo definito questo modello ipertestuale
perché comporta il progetto del sito in funzione di un
lettore modello che possa costruire autonomamente i propri percorsi
di senso, cercando l'informazione che lo interessa, ma senza limitazioni.
I vantaggi di questo tipo di comunicazione sono molteplici. In
primo luogo, si lascia al soggetto la libertà di sfruttare
la logica ipertestuale del sito per costruire un percorso personale.
In questo modo, a seconda dei momenti, lo stesso lettore empirico
può scegliere percorsi diversi e farsi di volta in volta
cliente, socio, interno. Si tratta di un'opportunità da
non sottovalutare perché ormai lo stesso processo di segmentazione
diventa sempre più difficile e meno efficace. In secondo
luogo, a partire dall'identità dell'impresa iscritta nel
progetto del sito è il lettore che può contrattare
personalmente l'immagine che risponde meglio al suo sistema di
valori, mentre nell'altro modello doveva subire per lo meno i
testi che venivano scelti per lui, prima di poter produrre senso
autonomamente. Infine, è chiaro che questo modello non
prevede la costituzione di una sola immagine passe-partout,
ma la compresenza di più immagini, che hanno in più
la possibilità di interagire agli occhi dello stesso lettore,
che si trova così a disposizione maggiori informazioni
per interpretare i comportamenti dell'impresa e costruirsi un
sistema di attese. In questo modo è legittimata e resa
coerente quella che invece può costituire una contraddizione,
ossia l'inevitabile sovrapporsi di più immagini della stessa
impresa dovute al fatto che chi fa parte di un pubblico può
anche ricoprire un ruolo in un altro segmento di riferimento.
Le conclusioni del nostro breve articolo ci portano a trarre
due implicazioni di livello più generale sulla comunicazione
in rete. La prima riguarda il fatto che la versatilità
e la flessibilità delle tecnologie digitali ci offrono
sempre una pluralità di soluzioni fra cui scegliere ai
problemi che poniamo e questo mette in primo piano l'importanza
di un'ottica progettuale nell'affrontarne l'uso. Quanto alla seconda
implicazione, essa verte sul fatto che il quadro che abbiamo tratteggiato
dovrà essere allargato a tutte le altre attività
comunicative dell'impresa. Infatti Internet non è, o non
dovrebbe essere, uno strumento isolato di comunicazione. Emerge
dunque l'importanza di piani di comunicazione totale (cfr. Grandi
1994), capaci di concepire ogni comportamento dell'impresa come
portatore di senso.
Riferimenti Bibliografici
Bernstein, D. (1984) Company Image and Reality. A Critique
of Corporate Communication, London, Holt, Rinehart and Winston
(tr. it., Company image. La comunicazione d'impresa tra immagine
e realtà, Milano, Guerini e associati, 1988)
Bettetini, G. (1992) Semiotica della comunicazione d'impresa,
Milano, Bompiani
Goffman, E. (1959) The Presentation of Self in Everyday Life,
Garden City (NY), Doubleday (trad. it., La vita quotidiana
come rappresentazione, Bologna, Il Mulino, 1969)
Grandi, R. (1994) "La corporate image come oggetto semiotico"
in Grandi, R. (a cura di) Semiotica al marketing, Milano,
Angeli, 1994, pp. 135-154
Marion, G. (1989) Les images de l'enterprise, Paris, Les
Editions d'Organisation
Meyrowitz, J. (1985) No Sense of Place. The Impact of Electronic
Media on Social Behavior, New York, Oxford University Press
(tr. it. Oltre il senso e il luogo. Come i media elettronici
influenzano il comportamento sociale, Bologna, Baskerville,
1993)
Semprini, A. (1992) Le marketing de la marque Approche sémiotique,
Paris, Editions Liaisons (tr. it., Marche e mondi possibili.
Un approccio semiotico al marketing della marca, Milano, Angeli,
1993)
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