Bios: ars naturans
Nanni Menetti
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“Bios”: in greco “vita”, ma è anche
l’acronimo/acrostico
di B(asic) i(nput) o(utput) s(ystem), cioè sistema operativo
di base per la gestione delle operazioni elementari di avviamento
del computer e allora sistema fondamentale di ingresso e uscita,
si può dire proprio in uno, nella e dalla vita, oggi,
tanto mentale che fisica.
Difficile frenare la spontanea cascata di associazioni a cui
questo termine dà immediatamente la stura. Ecco, il corpo da un
lato e la mente dall’altro, non più l’un contro
l’altro armati, ma in uno, imbracati in un’unica radice.
Il termine ci coglie come un novello Giano bifronte dotato di un
potere polimorfo di evocazione cui è difficile resistere,
sia sul piano della scienza (della filosofia) che della poesia
(dell’arte)! Difficile non resistere al ritorno alla memoria
di tutte le salvifiche utopie d’unificazione generate da
pensatori e poeti e artisti a cauterizzazione del nostro franto
andare per la storia. Scienziati e filosofi? Vogliamo, stando al
moderno, ricordare Cartesio e la sua mitica ghiandola pineale?
O Spinoza e il suo ingegnoso parallelismo? Oppure l’epifenomenismo,
una variante squilibrata di tale parallelismo, propria di tutti
i materialisti? E perché non, su base interazionistica,
la gerachia dei controlli plastici di Popper? E così via.
E così via. Ma poi, Artisti e poeti? Basti pensare a tutta
la poesia e l’arte del Novecento così impegnata a
sanare le mortifere distinzioni crociane! Difficile resistere a
tutte queste evocazioni, ma qui necessario. Necessario al fine
di cagliare da tutta questa divina cascata di senso la nozione
principe che logicamente l’imbriglia e ne sta alla base,
s’intenda la nozione di “programma”, se si vuole
di “codice”. Si sa, la nozione di “ codice” s’è fatta
centrale nella riflessione del Novecento, tanto per il versante
della mente che per quello del corpo. Si pensi a tutta la problematica
semiotico-cognitiva che ha generato, da un lato, e, dall’altro,
al DNA e al suo trionfo nello studio della materia vivente. Penso,
per esempio, al libro di Giorgio Prodi – ma se ne potrebbero
citare infiniti altri – Le basi materiali della significazione edito a suo tempo da Bompiani. Bene, non si vuole qui certo dimenticare
il peso di tutto questo sapere, ma appunto si vuole provare a saperlo,
a saperlo secondo l’etimo più profondo del termine,
cioè si vuole provare ad assaporarlo, a farlo diventare
esperienza concreta. Si vuole insomma provare a sentire il riverbero
della sua novità a livello di vita. Hai voglia, tu, di dire:
la terra è rotonda! Ma, poi, devi viverla questa novità !
Ma poi gli uomini, dall’altra parte della terra, non ti devono
apparire a testa in giù!
Bios allora inteso come “programma” e,
se lo si vuole intendere come “codice”, codice sia,
ma non al modo di forma formata, morta, bensì come forma
formante, come forma vista nel suo potere progettante la materia
al fine di farle
superare questo gap che sempre s’insinua tra la nostra
intelligenza e la vita. E quale, tra le nostre pratiche, può essere
quella più indicata a tentare una simile scommessa, una
simile sintesi, se non l’arte? A quale altra umana pratica
riesce lo stesso miracolo? Il miracolo di prendere dall’assenza,
dal nulla, dal vuoto un programma (un bios atificiale,
appunto da intelligenza, da computer) e trasformarlo in materia
(bios)
vivente. A nessuna! Infinite altre nostre pratiche progettano
cose, ma i loro prodotti vivono appunto come prodotti della vita
e non
invece come la vita stessa. Miracolo, questo, concesso solo alle
opere d’arte. E’ solo nell’arte che i segni
si mettono a funzionare come se non fossero segni, come se al
contrario
fossero enti viventi in carne e ossa. Che l’opera d’arte
sia fatta di segni (o comunque, si pensi alla musica, di materia
segnata) non ci sono dubbi; che essa, in quanto tale rinvii esplicitamente
alla poetica (alla maniera) del suo autore e quindi ne sia segno è pure
certo (è pratica corrente l’individuazione di un
artista a partire dalle sue opere), ma che, nella sua vita pubblica
essa
continui a mantenere tale identità monosemica è,
per fortuna, pura illusione. Nella sua vita tra la gente essa
vive come un corpo che non rinvia ad altro che a se stesso e
alla propria
indecidibile complessità. Succede all’opera ciò che
succede agli esseri viventi in quanto tali. Indefiniti possono
essere i loro livelli di lettura, tanto sul piano della loro
costituzione mentale che fisica. E’ nota la sofferenza
di molti artisti: partiti con l’affidare un ben preciso
significato (messaggio) alla loro opera, si ritrovano poi a vederla
vivere, tra la gente,
in modo del tutto diverso e senza che ad essi siano dati strumenti
per difendere l’idea che ne hanno e in base alla quale
l’hanno
fatta. Vorrei dire: l’hanno generata. Anche il ricorso
ai tribunali sarebbe (ed è stato per alcuni) inutile.
Se ricevo una lettera con, dentro la busta, la frase “voglia
accettare in dono questa cesta di fichi” è sicuro
che tutti, interpretandola, dobbiamo recuperare un concetto solo,
quello a
cui ha pensato il mittente e cioè il concetto del frutto”fico”,
ma se la stessa scritta compare in una mostra d’arte, dentro
un quadro, sentiamo tutti che non vige più l’obbligo
per tutti di andare a pensare unicamente al fico. Sentiamo che
il fico possiamo anche dimenticarlo e che possiamo bearci del
colore delle lettere che compongono la frase, della sua bella
o originale
grafia, della sua forma, della sua geometria, ecc.. Sentiamo
pure che, se vogliamo, possiamo recuperare il pensiero del frutto;
se
vogliamo però, e magari abbandonarci a tutte le piacevolezze
o spiacevolezze dei nostri ricordi legati ad esso o addirittura,
se siamo colti molto, recuperare tutta la sua simbolicità in
culture diverse e così via verticalmente e orizzontalmente
nella storia. Ma chi ci apre a queste indefinite possibilità di
significazioni? La frase? No di certo. Dobbiamo il miracolo al
fatto che essa è esposta nella cornice “arte”.
Come là era la busta da lettere ha imporci un’interpretazione
unica, obbligatoria per tutti, qui è la cornice del quadro, è il
codice “arte”, la langue dell’arte
che fa il miracolo, non altro. Essa genera i figli e, da buona
madre, li
lascia vivere nel mondo secondo se stessi, non secondo un modello
prestabilito al momento della loro nascita. E’ nell’uso
pratico, quotidiano, che gli oggetti non hanno corpo; in tale
uso essi esistono unicamente come segni della funzione con cui
e per
cui sono stati fatti. L’abitudine uccide la moglie, diceva
Sklovskij, ma uccide anche qualsiasi altro corpo o oggetto appiattendoli
sulla loro funzione pratica così da renderli di fatto
invisibili. E’ nell’arte, invece, che i corpi tornano
corpi a tutto tondo e quindi a vivere, se vivere è necessariamente
manifestare tutta la propria complessità. Chi vedeva veramente
uno scola-bottiglie, una pala da neve ecc. prima che qualcuno
li dislocasse nell’arte?
La funzione “arte” ha, come sua particolarità,
proprio quella di ridare agli enti la loro, si potrebbe dire
con gli antichi, identità numerica, aprendoli sincronicamente
a indefinite identità specifiche. Tempo fa, invitato dai
responsabili del Museo Morandi a tenere una pubblica conversazione
sull’arte contemporanea, proposi come titolo un’omologia
tra San Franceso e Piero Manzoni. Piero Manzoni come rappresentante
per antonomasia del rapporto tra l’arte contemporanea e
il mondo: lo stesso rapporto di San Franceso. Con San Francesco
il
mondo torna santo e tutto salvabile senza gerarchia di sorta:
una totalità creaturale interamente ingerarchizzabile
e tutta da recuperare e com-prendere. E non è forse l’arte
il luogo unico dove, oggi, in clima di secolarizzazione trionfante,
il mondo può essere salvato? Non c’è cosa
che essa schifi come indegna di entrare nei suoi luoghi. I Musei
sono
divenuti i luoghi di salvezza del mondo in tutti i suoi aspetti;
ogni cosa vi ritrova la sua dignità d’esistere e
in quanto tale d’essere finalmente a trecentosessanta gradi
vista: dalla Merda d’artista, appunto, alla Gioconda,
dai
Poemi ventrali di Adriano Spatola a Mozart, da scritture
totalmente incolte, da “art brut”, ai Promessi
Sposi. Sulla pietra
d’angolo scartata dai costruttori (dalla vita pratica e
anche, ora come allora, religiosa) l’arte ha costruito
la sua missione redentrice; se si vuole, la sua vera seconda
rivoluzione
alla Giotto,
naturalmente questa volta unicamente laica e (dicendolo
con un appropriato termine opportunamente prelevato dal titolo
di un
vecchio libro di Renato Barilli) mondana.
Questa condizione è propria oggi, s’è visto,
solo dell’arte e quindi di qualsiasi opera d’arte,
indipendentemente dalla materia che la costituisce e dalle sue
modalità di confezione. E’ chiaro poi che, rispetto
a questa base inevitabile per tutti, tanto che potrebbe essere
detta, in linguaggio strettamente filosofico, trascendentale, ogni
poetica (ogni artista) deciderà come comportarsi. Se remare
contro, non rassegnandosi a perdere epistemicamente l’opera
a favore di una sua evoluzione a, come dire, cartina di tornasole
per esperienze multiple e differenziate di autocoscienza, non rassegnandosi
insomma a possederne la materia ma non il suo significato unico,
o se, invece, seguirne e favorirne l’onda, godendo dell’autonomia
vitale dell’opera e delle sue impreviste realizzazioni critiche.
Il primo pare il caso per esempio di Joseph Kosuth che, avendo
come problema il controllo di ciò che l’opera comunica
e volendole, quindi, mantenere uno statuto di segno monosemico
anche nella sua circolazione pubblica (si veda quanto scriveva
in occasione della sua mostra “Condizioni di assenza” a
Villa Medici – Roma), arriva a fare dell’opera la semplice
replica ossessiva, in codici diversi, del messaggio che vuole che
il pubblico colga. Per la seconda linea basti, invece, citare Duchamp
che, azzerando il significato d’uso di un ready-made, di
fatto lo riapre a un orizzonte aurorale e indefinito di nuove
significazioni.
Bene. Come nella natura anche nell’arte la vita può raggiungere
la propria effettualità in vari modi e in varie forme: qui,
con questa mostra a quattro mani, se ne presentano alcune su due
linee naturalmente diverse, naturalmente anche, a volte, molto
lontane, ma sicuramente entrambe tese, anche se per materie e maniere
e ascendenti culturali loro propri, come bene dice Martani, al
fine unico indicato. In entrambe lo sguardo non è rivolto
al passato, non è memoria, ma è, questo sì,
memoria (vuoto) che aspira di nuovo al pieno del corpo, che ritenta
con tutta la sua intelligenza la vita e le sue meraviglie, riprendendone
coscienza. Così, se si ritorna (e tale ritorno è qui
auspicabile) al vuoto, sarà però un vuoto, come dire,
scientifico cioè a dire un pieno insomma di consapevolezze,
che non intralciano affatto la produzione dell’opera, ma
ne potenziano semmai il DNA (la poetica) che la genera.
Nel mio caso, potenziando la base corporeizzante dell’arte
con il ricorso, da un lato, alla corporalità della scrittura,
alla concretezza insomma del suo cosiddetto significante e dall’altro,
nelle crio-grafie, all’utilizzo in diretta della forza
costruttrice, generatrice, del gelo.
Esempi della prima via sono la serie di opere-collage fatte con
i concreti materiali di scarto della scrittura stessa (carta
carbone, carta assorbente ecc.). Concretezza che nella serie
dei ritratti-scaramazza è ulteriormente
potenziata dal suo coniugarsi con il residuo d’immagine che
la lettura dei testi degli autori ritratti lascia nella mia mente
a lettura finita. Lettura che sarà sempre imperfetta. Anche
la lettura è una costruzione come ogni gesto di vita e la
perla scaramazza, si sa, è la perla imperfetta. Spesso veniva,
nel passato, utilizzata per costruirvi attorno, a partire dalle
sue deformazioni, ciondoli e pendagli vari, spesso volti di personaggi
più o meno fantastici. E’ anche la perla che, passando
per culture diverse, pare aver dato nome al Barocco, appunto il
movimento dove la perfezione e la linearità non sono più un
valore. Bene. Questi ritratti raffigurano ciò che dell’autore
letto è rimasto prevalentemente nella mente dell’artista
(nella mia mente) e quindi sono ritratti imperfetti, appunto “ritratti
scaramazza”. Che poi il loro portato di vita coincida con
questa loro imperfezione è evidente: se fossero ritratti
perfetti sarebbero semplicemente la duplicazione del vivente e
non invece il vivente vero e proprio in prima istanza. L’imperfezione,
essendo la cifra della loro autonomia dal modello, è anche
la cifra della loro impregiudicata originarietà.
Esempi della seconda sono appunto le opere che ho nominate crio-grafie,
scritture del freddo, del gelo. Quando la temperatura scende
sotto zero parto da Bologna e torno a Bicorgnola di Monzuno,
una borgata
dove sono nato, posta a 761,184 m. di altezza sull’Appennino
tosco-emiliano, e, in un vecchio granaio non riscaldato, do origine
a questi lavori. Tutto ciò che accade accade nel giro di
circa 10 minuti o mai più. In questo periodo di tempo il
gelo, se tutto è stato fatto a dovere, increspa i pigmenti
che stendo sui supporti di faesite o di legno preparati in anticipo,
a volte facilitato dal mio stesso dito che, in una sorta di scrittura
automatica, interrompe la campitura uniforme del pigmento, incidendovi
segni di varia natura. Antropologicamente legati, a volte, alla
vita e alle usanze del luogo o alle sue leggende, come nella serie “nei
giorni della merla”, dove la nota leggenda diviene il motivo
conduttore di ogni figurazione, o, altre volte, alla mia cultura
più strettamente professionale di professore di estetica.
O, ancora, all’esperienza diretta del freddo, fatta in quelle
campagne nella mia infanzia, come nella serie dei “geloni”.
Geloni che sono però cifra immediatamente d’altro,
per esempio della nostra utopia d’eternità. Utopia
insieme della vita (chi non ha pensato all’ibernazione come
mezzo e modo di valicare il tempo?) e del sangue (non si dimentichi
il ripetersi tendezialmente invariante del DNA. Le singole galline
muoiono ma l’uovo resta) e anche, per analogia, delle opere
d’arte. Di tutte le opere d’arte, anche di quelle volute
effimere, se è vero che di esse si vuole anche documentazione
e memoria. Come si vede, il vivente (il bios) torna, ancora una
volta, a unire l’arte alla vita.
Quanto a Martani e al suo modo di potenziare l’odierna struttura
corporeizzante dell’arte non ci sarebbe bisogno che io me
ne occupassi. L’ha già fatto lui stesso nello scritto
che, con questo mio, accompagna questa nostra mostra. E l’ha
fatto con l’intelligenza, la precisione e l’entusiasmo
trascinante che gli sono propri e di cui, se è vero come è vero
che ad esso devo questa felice occasione di incontro, anch’io
fraternamente molto lo ringrazio. E’ vero, le nostre vie
artistiche sono diverse, ma molto, anzi moltissimo condivido con
lui del terreno in cui tali vie si muovono e sono anch’io
veramente contento che all’interno di tale terreno si sia
potuto, in questo caso, viaggiare un poco insieme. Mi auguro felicemente
anche per gli altri, come di sicuro lo è stato per noi.
Del suo modo di potenziare l’odierna struttura corporeizzante
dell’arte non ci sarebbe bisogno che io me ne occupassi ho
detto, ma a una suggestione, a una immagine, non voglio rinunciare.
Non vi voglio rinunciare giacché, guardando il lavoro di
Martani nel suo complesso, di tale immagine non sono riuscito a
liberarmi. Si tratta di una, per me suggestiva, analogia con quanto,
a partire da Darvin, s’è scientificamente pensato
succeda alla vita. Togliete alla teoria dell’evoluzione il
momento feroce della selezione, dell’adattamento, insomma
della lotta tra gli esseri per la vita e che cosa resta? Resta
la vita allo stato puro, la vita nel suo momento aurorale e più creativo,
nel suo momento inventivo più libero, incondizionato e totale,
il momento in cui il possibile vitale, frequentato a trecentosessanta
gradi, si fenomenizza a meraviglia negli esseri più diversi
e impensati. Ecco, a me pare questo il momento che incanta Martani,
il momento in cui tutte le sue forme si riconducono a unità.
Ma altri, con parole diverse, l’hanno riconosciuto: “la
spazialità fluida” di cui dice Caramel, la “schiettezza
della creazione” indicataci da Dorfles, “le vocazioni
fondative” evocate da Gualdoni o, anche, ” le simmetrie
plurime” sottolineate da Celli, o, ancora, “ il magma
di segni trascoloranti” di Trini, per non dire di annotazioni
simili di tanti altri suoi critici, voglion forse dire cosa diversa?
Penso di no. Un felice momento allora di Natura naturans, che Argan,
sulle orme di Pierre Restany, così descrive: “Suppongo
che l’esperienza artistica abbia preceduto, nell’iter
di Martani, la scienza e fare arte significa, per lui, dare vita
reale, mediante operazioni tecniche, agli impulsi dell’immaginazione.
Martani è profondamente persuaso che l’immaginazione
non è evasione, ma concreto modo di essere e pensare”,
che è come dire un modo di aderire dall’interno al
farsi delle meraviglie, le più anche formalmente diverse,
della vita stessa. Del resto, nomina sun numina: anche Martani
si chiama Francesco!
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