Reale, materiale e virtuale
Alessandro Martin
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Dalla metà degli anni Novanta Internet è diventato
rapidamente un componente di peso non solo nell'ambito della
vita quotidiana, ma anche nei discorsi dei media e di quei soggetti
come ricercatori ed intellettuali che a vari livelli contribuiscono
ad ampliare la conoscenza delle nostre società. Con poche
doverose eccezioni è possibile sostenere che, le riflessioni
sulla “Galassia Internet” si basano spesso su un
assunto la cui fondatezza non è mai stata provata a sufficienza.
Esso consta essenzialmente in una separazione netta fra lo spazio
reale, spazio virtuale [1]. Chiediamoci innanzitutto cosa si
vuole intendere per spazio reale. Si può dire che esso
sia costituito da tutto ciò che non fa parte del cyberspazio
inteso come l’insieme degli “ambienti” (chat
room,
siti web,
newsgroup, ecc...) creati dai vari strumenti di comunicazione
legati ad Internet. Si tenga conto però, che gli strumenti
di comunicazione non avrebbero nessun senso di esistere senza
i contenuti scambiati,
assomiglierebbero dunque ad autostrade deserte o ad acquedotti
asciutti, privi quindi della possibilità di svolgere la
funzione per cui sono stati creati. Questa inscindibilità fra
strutture e contenuti ci porterebbe ad escludere dallo spazio
reale tutto ciò che non è parte delle nuove tecnologie
della comunicazione digitale (quindi anche ipertesti, software
come dizionari ed enciclopedie multimediali e tutto ciò che è digitale
anche se non è direttamente in rete). È evidente
come uno schema simile risulti essere alquanto rozzo in quanto
tenderebbe a confinare in un “a parte” non ben definito
tutto l'universo dei prodotti culturali digitali e delle tecnologie
ad essi legate trascurando i profondi cambiamenti che esse hanno
provocato sul significato di concetti solidamente cristallizzati.
In questo breve saggio vorrei, sulla scorta fra l’altro
della riflessione che in altro ambito disciplinare ha elaborato
Cristiano
Giorda, sostenere l'utilità di una prospettiva d'analisi
dei fenomeni sociali e culturali legati alle nuove tecnologie che
includa lo spazio virtuale fra le entità del reale in
quanto parte integrante della cultura umana. La cultura
viene in questa sede intesa, sulla scorta della riflessione di
Clifford Geertz,
come un insieme complesso di simboli, una rete di significati
fra loro interconnessi. Per l'antropologo, che può essere
considerato come il virtuale caposcuola dell'antropologia interpretativa
(Fabietti,
2001), l'accesso al mondo concettuale dei soggetti studiati può essere
guadagnato “sfogliando” i significati stratificati
la cui trama costituisce il testo della cultura. Siamo di fronte
dunque all'idea di una cultura come testo, o forse, visto il
tema trattato in questa sede, sarebbe meglio parlare di ipertesto:
in quest'ultimo caso infatti il lettore è di fronte ad
un oggetto multidimensionale, ad un intreccio più o meno
fitto di rimandi che collegano concetti e termini. Allo stesso
modo lo scienziato
sociale che si appresta allo studio di una cultura si immerge
in una ragnatela di significati [2], che si configura
come un testo o un insieme di testi che egli tenta di leggere “sopra
le spalle di quelli a cui appartengono di diritto” (Geertz,
1987 pag. 447). Tale operazione di lettura è possibile
poiché il
significato non è un fatto privato, ma bensì intersoggettivo
e pubblico.
Secondo la posizione che vorrei adottare, la distinzione fra
spazio reale e spazio virtuale lascia il posto ad una distinzione
fra
spazio materiale e spazio virtuale dove il primo termine indica
l’insieme degli oggetti e delle strutture intese nella loro
mera presenza fisica, mentre il secondo non fa più riferimento
a “tutto ciò che non è reale” o che si
contrappone ad esso ma si riferisce piuttosto ad una dimensione
specifica di quella produzione culturale complessa che è il
reale. Si veda a questo proposito quanto affermano Berger e Luckmann:
| |
Paragonate alla realtà della
vita quotidiana, altre realtà appaiono come sfere di
significato circoscritte,
situate inevitabilmente, all'interno della realtà dominante,
contrassegnate da significati e modi di esperienza limitati.
La realtà dominante li avvolge, per così dire,
da tutti i lati e la coscienza fa sempre ritorno ad essa come
da una escursione. [...] Si fa la “spola” in questo
modo tra il mondo della vita quotidiana ed il ondo del gioco,
sia il gioco dei bambini sia, ancor più nettamente,
quello degli adulti. Il teatro fornisce un'illustrazione eccellente
di questo modo di giocare da parte degli adulti. La transizione
fra le due diverse realtà è segnata dall'alzarsi
e dal riabbassarsi del sipario. Quando il sipario si solleva,
lo spettatore “viene trasportato in un altro mondo”,
con i suoi propri significati ed un ordine che può avere
molto o poco da spartire con quello della vita quotidiana
.
[Berger, Luckmann, La realtà come costruzione sociale] |
La realtà del teatro e quella della vita quotidiana sono
distinte e dotate di proprie regole e di propri sistemi di significato
che possono fare più o meno riferimento all'una o all'altra
sfera. Possono essere dunque poste sullo stesso piano, sono entrambe
costruzioni sociali e nulla ci può far dire che l'una sia
più “reale” dell'altra. La differenza sta nel
nel fatto che la realtà della vita quotidiana è più estesa
e si sottopone all'esperienza umana con continuità e nel
momento in cui l'attenzione è più vigile:
| |
Io faccio esperienza della vita quotidiana mentre
sono completamente sveglio. Il fatto di esistere in questa
realtà della vita quotidiana e di percepirla nello stato
di più intensa vigilanza è assunto da me come
normale e autoevidente, costituisce cioè il mio atteggiamento
normale.
[Ibidem] |
Se ciò è vero possiamo far rientrare anche il cyberspazio
nella sfera della realtà della vita quotidiana. Anche il
cyberspazio infatti è percepito
nello stato di più intensa vigilanza e si presenta all'esperienza
degli individui come un'entità oggettivata. Anche in questo caso come
nel caso del teatro l'ingresso in questa realtà è definito
da una atto ben preciso, ovvero dall'accesso alla rete attraverso un PC o
un terminale.
Un supporto
a questa prospettiva giunge da Alfred Schutz a cui si deve, fra l'altro,
l'elaborazione di un approccio fenomenologico alla sociologia.
Egli infatti
sostiene:
| |
[...] vi sono diversi e vari ordini di realtà,
probabilmente un numero infinito, ognuno con il suo specifico
e distinto modo di esistenza. [...] La mente comune concepisce
tutti questi sottomondi in modo più o meno sconnesso,
e quando considera uno tra essi dimentica momentaneamente i
sui rapporti con il resto. Ma, in ogni caso, tutti gli
oggetti che possiamo pensare si riferiscono in ultima analisi
ad uno
di questi sottomondi.
[Schutz, 1945, trad. it. 1979, pag. 181 (corsivi miei)] |
La realtà virtuale esperita nel cyberpazio può essere
dunque considerata come uno dei sottomondi, solo uno dei molteplici
ordini di realtà, o per
usare l'espressione coniata dallo stesso Schutz, una delle province
autonome di significato entro le quali gli individui si muovono
e attraverso cui attribuiscono senso alle proprie esperienze. Secondo
l'autore la realtà per eccellenza
sarebbe quella “dei sensi o delle cose fisiche”, in altre
parole la vita quotidiana, il tessuto di abitudini familiari all'interno
delle quali
noi agiamo e alle quali pensiamo per la maggior parte del tempo (Jedlowski,
1998), la sfera all'interno della quale sospendiamo il dubbio che le
cose possano essere
diverse da come ci appaiono. Se guardiamo all'etimologia del termine “virtuale” vediamo che esso
deriva dal latino virtus con il significato di “virtù”, “facoltà”, “potenza”,
quindi la realtà virtuale è una entità che esiste in potenza
e che risponde in un certo modo ad un progetto, è una realtà immaginata,desiderata,
voluta e costruita, prodotta dagli individui e vissuta dagli individui stessi.
La prospettiva che distingue unicamente fra reale e virtuale
oltre a mostrare tutti i limiti di un rigido modello dicotomico,
che per
sua
natura implica
una semplificazione spesso eccessiva, contiene in se stessa un rischio
piuttosto insidioso. Porsi il compito di analizzare gli eventi ed
i conflitti che si
dispiegano
nell’arena Internet indossando un paio di “occhiali teorici” così rozzi
porterebbe a considerare tali accadimenti come non facenti parte
dell’ambito
del reale ed a liquidarli come poco rilevanti in quanto relegati
in un “a
parte” non ben definito. Ancor più grave è il
fatto che di questo passo verrebbero a perdersi le implicazioni su
larga scala di fenomeni
che nascono e prosperano nella dimensione virtuale, come ad esempio
il file sharing. Se si pensa poi che ogni area
di condotta istituzionalizzata implica necessariamente l'esistenza
di un mondo sociale definito e di un qualche tipo
di cultura (riprendendo l'esempio di Berger e Luckmann: “nessuna
parte dell'istituzionalizzazione della caccia può esistere
senza la particolare conoscenza che è stata socialmente prodotta
e oggettivata in rapporto a questa attività”, ibidem),
negare l'esistenza del cyberspazio come dimensione del reale, significherebbe
negare l'esistenza di una cultura di Internet
e dunque delle comunità e delle condotte che attorno ad esso
si sono sviluppate.
Riassumendo dunque due sono i fondamentali vantaggi
che la prospettiva d’analisi
che si è deciso di sostenere può fornire: da un
lato valorizza la dimensione del virtuale dandole dignità in
quanto dimensione del reale, dall’altro permette di cogliere
con maggiore pienezza i caratteri di quei fenomeni multidimensionali,
come i conflitti digitali,
che interessano
differenti
sfere del reale.
Note
1) Alla diffusione di un simile schema ha contribuito
fra gli altri un autore di successo come N. Negroponte che nel
suo best
seller Essere digitali (1995) sostiene addirittura
che il termine “realtà virtuale” costituisca
un ossimoro, ovvero l'associazione di termini con significati opposti.
[back]
2) Si noti che l'espressione “ragnatela
di significati” adottata
dallo stesso Geertz richiama involontariamente il World Wide Web
ovvero la “ragnatela” che
collega le pagine ipertestuali pubblicate nella Rete. [back]
Bibliografia
Berger
P., Luckmann T. (1969), La realtà come costruzione sociale,
Il Mulino, Bologna. Castells M. (2002), Galassia
Internet, Feltrinelli, Milano.
Fabietti U. (2001), Storia
dell'antropologia, Zanichelli, Bologna.
Geertz C. (1973), Interpretazione
di culture, Il Mulino, Bologna.
Giorda C. (2000), Cybergeografia, Tirrenia Stampatori, Torino.
Jedlowki P. (1998), Il
mondo in questione, Carocci, Roma.
Negroponte N. (1995), Essere
digitali, Sperling & Kupfer, Milano.
Schutz A. (1979), Saggi
sociologici, UTET, Torino
|