Conflitto
Alessandro Martin
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1.1 Ordine e disordine
Dopo il boom di diffusione dell'inizio degli anni Novanta, con
l'irrompere delle masse nel cyberspazio, la rilevanza
acquisita da fenomeni come quelli del file
sharing, della sorveglianza elettronica e della tutela dei dati
personali, hanno assunto proporzioni che non li rendono ignorabili
ed hanno scatenato conflitti
che coinvolgono di volta in volta imprese, governi, semplici utenti
e organizzazioni per la tutela dei diritti digitali. In questo
breve saggio cercherò di
ripercorrere, seppur brevemente, le origini della cultura di Internet
cercando nel contempo di svelare quei meccanismi che sono
alla base dei conflitti
odierni.
1.2 Le radici del conflitto
I punti di attrito che possiamo riconoscere fin dalle origini
della “Galassia
Internet” sono sostanzialmente riconducibili a due tipologie: possono essere
di tipo interno ovvero derivare dallo scontro fra due componenti della cultura
di Internet, oppure di tipo esterno, quando cioè un soggetto
estraneo alla cultura della Rete cerca in qualche modo di esercitare
il proprio
potere su di essa. Vediamo alcuni esempi.
La comunità hacker si è da sempre caratterizzata
come soggetto portatore di istanze controculturali e di rivendicazioni
radicali, basti pensare
allo slogan Information wants to be free. Già questa
prima considerazione dovrebbe essere sufficiente per fondare
la necessità di
una visione che integri la dimensione conflittuale nell'analisi
del panorama di Internet. Andando più nello specifico
vediamo come gli hacker siano sempre stati al centro di una serie
di conflitti di tipo interno. Questa componente
culturale, o per meglio dire controculturale, matura in aperta
opposizione allo stile tradizionale di sviluppo del software
ed alle prime avvisaglie della chiusura
del codice da parte delle imprese. A questo proposito la posizione
della comunità hacker è ben
riassunta da Levy.
| |
Il simbolo dell'universo burocratico è incarnato
da quell'enorme società International business machine:
l'Ibm [...].Se l'Ibm avesse avuto mano libera [...] il mondo
sarebbe diventato una macchina ad elaborazione batch, basata
su quelle noiose schede perforate, e soltanto ai più privilegiati
sacerdoti sarebbe stato concesso di interagire effettivamente
col computer.
[Hackers, Steven Levy, 1996] |
Questa affermazione è riconducibile alla forte sfiducia nell'autorità centralizzata
che gli hacker hanno sempre professato (Levy, 1996 pag. 35) e
che li ha portati ad opporsi in modo apertamente conflittuale
a quanti
promuovevano
il monopolio
delle risorse informative.
Dal punto di vista dei conflitti esterni possiamo considerare
i casi esemplari della Cina, di Cuba (dove il regime ha addirittura
proibito
la libera vendita
di componenti informatici [1]) o dell'Iran, nazioni conducono
da diverso
tempo una politica di fortissime limitazioni nell'accesso alla
Rete. Ma questo
tipo di
conflitti non avviene solo in paesi con regimi non democratici.
In Italia, nella seconda metà degli anni Novanta, si sono
abbattute su diversi soggetti che costituivano un punto di riferimento
per la comunità Internet italiana,
una serie di azioni di polizia, come la così detta “operazione crackdown”,
la prima operazione anti pirateria in grande stile messa in atto
dalle forze dell'ordine italiane, che nel maggio del 1994 portò ad
una serie di sequestri indiscriminati di computer ed attrezzature
per la connettività ed alla
condanna del gestore di Peacelink, network pacifista di telematica
sociale oggi ancora attivo. Ma questa è solo la prima
di una serie di azioni repressive condotte dalle forze dell'ordine
che hanno
di volta in
volta usato come motivazione
lo scambio di software pirata o di materiale pedopornografico.
Emerge qui una caratteristica che vale per tutto l'attuale panorama
dei
rapporti fra
il cyberspazio
e le istituzioni. L'apparato burocratico dei governi, per sua
stessa natura lento e macchinoso, stenta a rimanere al passo
delle tecnologie
digitali
di comunicazione,
ma non potendo prescindere dal regolamentarle, tende ad applicare
a nuovi ed inediti scenari vecchie regole rozzamente adattate.
1.3 Chi si contende il cyberspazio?
Ci chiediamo quindi, chi si contende il cyberspazio? Alla fine
dell'Ottocento gli europei iniziarono la corsa alla colonizzazione
dell'Africa pensando
al continente come ad uno spazio selvaggio abitato da razze
inferiori che non
conoscevano la
civiltà e non erano in grado di sfruttare a pieno
le ricchezze che la natura offriva. Ora non esiste più nulla
sul nostro pianeta che possa considerarsi selvaggio o inesplorato,
l'uomo ha frugato in ogni angolo della
Terra, la nuova frontiera è stabilita nello spazio
interplanetario o, più vicino a noi, nel cyberspazio.
La Rete è un mondo dove si praticano
abitudini nuove e si risponde a percezioni e regole differenti,
uno spazio autoregolamentato dove l'unico motore è il
progresso tecnologico e la volontà degli
individui, guidata da valori fondanti che L. Lessing [2]
definisce come il consenso riconosciuto su basi strettamente
meritocratiche
(Universal
Standing) e la continua
condivisione di quanto realizzato secondo il principio dell'Open
Source (Open
Evolution). Possiamo pensare che questo mondo possa
apparire ai componenti dell'ordine costituito un po' come
l'Africa appariva agli Europei della fine del XIX secolo:
selvaggia, incontrollabile, incomprensibile, ma allo stesso
tempo preziosa fonte
di risorse. Da qui l'esigenza di riportare all'ordine, come
se si trattasse di comportamenti devianti, ciò che
si è costituito secondo modalità diverse
ed innovative.
1.3.1 Governi
E' questo il caso dei governi, intendendo con questo
termine l'insieme delle autorità politiche istituzionalizzate
che presiedono alla regolamentazione delle società. Essi
sono per loro natura, quanto di più distante
dalla struttura flessibile e modulare dei “network
di network”. Anche
quando si tratta di Stati dotati di un ordinamento democratico,
utilizzano meccanismi di delega e rappresentanza che
le comunità virtuali hanno rifiutato e
sostituito con logiche che promuovono il decentramento
e la democrazia diretta. Gli “stanchi giganti di
carne ed acciaio” [3], come li definisce J.
P. Barlow, sembrano non avere nessuna ragione per interagire
con il cyberspazio, se non fosse che le strutture di
collegamento, parte inscindibile della grande
rete, risiedono in territori che sono inequivocabilmente
sotto il controllo delle autorità locali o nazionali.
Non solo. Ai governi ed ai loro rappresentati si rifanno
i soggetti, consumatori, imprese o gruppi di pressione,
che sostengono
di aver subito un danno: le associazioni di genitori
denunciano la presenza di contenuti pedopornografici,
le software house lamentano il danno economico
per la circolazione di software pirata, il cittadino
comune vuole essere difeso dalle
truffe praticate con il commercio online. Tutti rivendicano
la necessità di
essere tutelati nel cyberspazio e per questi ed altri
motivi i governi non possono fare a meno di considerare
la Rete
come uno spazio da
regolamentare, da inglobare
nella sfera del controllo legislativo.
1.3.2 Corporation
In generale possiamo dire con Castells (2002) che la
cultura imprenditoriale ha il merito di aver visto
le potenzialità del business nella tecnologia
di Internet e di aver scommesso su di essa consentendone
uno sviluppo altrimenti impossibile. Ciò è sicuramente
vero, ma dalla seconda metà degli
anni Novanta è innegabile che il panorama
dell'imprenditoria in Internet sia radicalmente cambiato.
Dopo l'esplosione della bolla speculativa della new
economy i protagonisti dell'economia della Rete
non sono più i
piccoli “artigiani delle idee” che vendevano
il futuro perché sicuri
di poterlo costruire e modellare in prima persona.
Al loro posto si sono affermati gli agglomerati imprenditoriali,
le corporation
dell'industria
culturale in grado
di riunirsi in lobby e di esercitare forti pressioni
sui
governi statali. Come sostiene Edgar Morin:
| |
La stampa, la radio, la
televisione, il cinema sono industrie ultra-leggere. Leggere
negli strumenti di produzione, ultra leggere nella merce prodotta:
la quale è contenuta sul foglio del giornale, sulla
pellicola cinematografica, s'invola sulle onde e all'atto del
consumo diviene impalpabile poiché il consumo è psichico.
Ma questa industria ultra-leggera è organizzata sul
modello dell'industria più concentrata tecnicamente
ed economicamente. Nel campo privato, pochi grandi gruppi di
stampa, poche grandi catene radio e televisive , poche società cinematografiche
concentrano gli strumenti (rotative, studi) e dominano le comunicazioni
di massa.
[L'industria culturale, E. Morin, 1963 ] |
Il testo risale all'inizio degli anni Sessanta ed
ovviamente non prende in considerazione Internet
che era allora
nulla più che un progetto sperimentale, ma il
concetto di concentrazione dell'industria culturale può essere felicemente
applicato anche a quelle imprese che forniscono strumenti e servizi per la connettività e
a quelle che si occupano dei prodotti culturali digitali. Emblematico è il
caso della fusione fra il gigante dell'intrattenimento multimediale Time Warner
e il colosso della connettività America On Line (AOL). Questa enorme impresa
multinazionale comprende in se non solo le attività di produzione di informazione
ed intrattenimento (infotainment), ma è anche fornitrice di tutti quei
servizi che consentono ad utenti privati o imprese di accedere al cyberspazio.
Dal punto di vista strategico sono molti gli elementi che emergono e che sono
destinati a cambiare la visione di questi business: innanzitutto andrà completamente
ripensato il sistema di distribuzione. AOL con la larga banda è in grado
di proporre qualsiasi prodotto di entertainment direttamente nelle case di sessanta
milioni di abbonati semplicemente con un download. Senza contare che poiché una
simile fusione sembra essere una ricetta vincente
si potrebbe assistere ad una progressiva diffusione
di questo
modello
societario: i grandi
fornitori di accesso
alla rete andranno a cercare partner in grado di
produrre i contenuti e viceversa.
La capacità delle corporation, riunite in lobby come la Motion Picture
Association o la Recording Industry Association of America, di fare pressione
sui governi richiedendo ad esempio controlli più severi su quanto gli
utenti scambiano nei sistemi di files sharing, è più alta nei paesi
come gli Stati Uniti dove le imprese partecipano in fortemente in termini economici
all'elezione dei candidati politici. Per definire la collusione fra aziende private
e potere pubblico R. Deibert, professore all'Università di Toronto, propone
il termine Covernement, nato dalla fusione di corporate e government, una entità vicina
al Grande Fratello di Orwell ma anche al Leviatano
di hobbesiana memoria.
Le corporations non si rassegnano a comprendere che
con la digitalizzazione dei prodotti culturali se
da un lato
si
ha l'azzeramento dei
costi marginali di produzione [4],
dall'altro sia ha una più facile trasferibilità e
riproducibilità delle
opere, che rende molto semplice lo scambio fra gli
utenti finali. Opporsi a questo stato di cose con
operazioni miopi ed al limite del terrorismo (come
la pioggia
di denunce che ha colpito gli utenti dei sistemi
di file sharing alla fine del 2003, ad opera
della RIAA e della MPAA) significa ancora opporre
vecchie
regole
e vecchi schemi ad un panorama che è radicalmente
cambiato. È questa
una forma mentis molto diffusa fra i vertici
dell'infotainment,
i quali vedono la tecnologia come un'opportunità in
sede di produzione dell'opera, ma non come uno strumento
per modificare il rapporto di fruizione dell'utente
con
l'opera e men che meno il modello di business ad
esso sottostante. Questa visione miope del ruolo
e delle potenzialità della tecnologia ha portato
J. Valenti, presidente della MPAA, a paragonare,
in un intervista rilasciata nel gennaio
del 2002 al New York Times, la guerra di
Hollywood contro il peer to peer ad una “guerra
contro il terrorismo” (Gulmanelli,
2003). Di fronte ad un simile quadro tornano alla
mente le parole di
M. Planck,
padre della
fisica
quantistica, pronunciate in una conferenza a New
York nel 1949:
| |
“un'importante
innovazione scientifica raramente riesce a farsi strada vincendo
gradualmente la resistenza e la diffidenza dei suoi oppositori: è molto
raro che Saulo diventi Paolo. Quello che succede è che
i suoi oppositori gradualmente escono di scena e che la generazione
che ne prende il posto ha familiarizzato già dall'inizio
con le nuove idee”
[M. Planck, citato in PopWar, Gulmanelli, 2003] |
Secondo questa chiave di lettura diventa comprensibile
l'escalation di misure repressive messe in atto dal
Covernment. Si comincia
con la costruzione
di
una disciplina legislativa sul copyright e sulla
riproducibilità dell'informazione
che favorisce enormemente le grandi imprese del settore.
Valga da esempio il “Mickey
Mouse Act” [5] ovvero la legge statunitense
che ha esteso di venti anni la durata del copyright
portandolo
da cinquanta a settanta anni, proprio pochi giorni
prima che decadessero i diritti della Disney sul
personaggio che è ormai
entrato a fare parte della cultura americana. A questo
si aggiungono il Digital Millennium Copyright Act
americano e l'Europian Union Copyright Directive
europeo,
in cui fra le altre cose sono contemplati il divieto
di elusione delle misure tecnologiche che limitano
l'accesso e la copia di materiali coperti dal diritto
d'autore, ma anche la stessa diffusione di informazioni,
servizi e programmi
che possano agevolare tale elusione. La versione
europea del provvedimento inoltre prevede che possano
essere vietate la cessione o la rivendita di opere
digitali
(software o e-book), anche se regolarmente acquistate
su Internet il che determina una forte limitazione
dell'uso legittimo (fair
use) e del diritto di proprietà di
una merce acquistata oltre all'impossibilità di
far nascere un mercato dell'usato per queste merci.
1.3.3 L'uomo comune
Dalla fine degli anni Novanta, come abbiamo più volte
ripetuto, Internet diventa un fenomeno di massa. Il livello di know-how tecnologico
e la quantità risorse
economiche necessarie per utilizzare la rete
si abbassa notevolmente. Il web, inteso come enorme ipertesto composto
da tutti i siti visitabili con un browser in
grado di interpretare il codice HTML, si diffonde rapidamente e
propone una veste grafica molto più accattivante e facilmente
fruibile rispetto alle BBS, chat, o newsgroup basati
sul solo testo. I contenuti presenti in rete non devono essere
più necessariamente letti, ma possono essere guardati, con
un dispendio minore di risorse intellettuali.
La navigazione si fa sempre più piacevole
grazie ad una cura crescente per il design dei
siti (nasce un ruolo professionale specifico: il web designer),
gli strumenti per la gestione della posta, delle
chat e dei newsgroup diventano sempre più user
friendly consentendo un approccio intuitivo basato
sulla grafica. Tutto ciò contribuisce
a fare di Internet un mass medium interpersonale
(Rosengren, 2001).
Sostanzialmente quanto accade alla fine degli
anni Novanta è l'irruzione
delle masse nella Rete. Ma ciò che si vuole intendere quando si parla
di “massa” non ha a che fare con le elaborazioni teoriche dei francofortesi.
L'espressione non sta qui ad indicare un insieme omogeneo ed indifferenziato
di soggetti, quanto piuttosto la somma di una moltitudine di individualità,
che attraverso il loro comportamento possono incidere sul futuro del futuro del
cyberspazio. Il protagonista non è qui uno scienziato dotato di un vasto
bagaglio di conoscenze tecniche, né un hacker con tutta la sua carica
ideologica, ma semplicemente un individuo fra i tanti, che usa la Rete come un
nuovo e sofisticato elettrodomestico. Non ne conosce la struttura, la storia,
le dinamiche, e non è nemmeno interessato a conoscerli come non è interessato
ai meccanismi che gli permettono ogni giorno di telefonare o di guardare la televisione.
Certo, la Rete è uno strumento nuovo, una tecnologia che ha il sapore
del futuro, ma ben presto perderà anche questo fascino essendo in ogni
caso alla portata di (quasi) tutti. Gli esseri umani possono passeggiare nel
cyberspazio tracciando un numero infinito di rotte diverse, ciò che le
caratterizza non è l'omologazione e la standardizzazione della “semicultura” descritta
da Adorno bensì una diffusa frammentazione, una estrema libertà di
personalizzare la propria esperienza di navigazione seguendo i più vari
link ipertestuali.
A causa delle caratteristiche intrinseche del
medium-Internet, ciò non
poteva che portare ad una serie di cambiamenti, poiché la Rete costituisce
uno spazio in divenire, è modellata dai suoi frequentatori ed i suoi tratti
si modellano ogni volta che qualcuno accede ad essa. Ecco dunque che un nuovo
soggetto deve essere considerato se si vuole elaborare un modello che consenta
di cogliere la dimensione conflittuale del cyberspazio. Un esempio è dato
dal fenomeno del file-sharing: persone comuni, prive di una particolare alfabetizzazione
tecnologica o di una spinta politico ideologica, attraverso le proprie pratiche
di condivisione scuotono il cyberspazio e spingono governi e corporation a muoversi
per imporre regolamenti ad uno spazio che storicamente è sempre sopravvissuto
senza la necessità di leggi provenienti
dall'esterno.
1.3.4 Net Attivismo
Con il termine “Net Attivismo” si vuole indicare una “nebulosa” di
soggetti individuali e collettivi che si muovono, dentro e fuori il cyberspazio,
per la difesa di quelli che vengono chiamati i diritti digitali. Nella dichiarazione
dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789 si afferma che i diritti “naturali
ed imprescrittibili” dell'uomo sono: la libertà, la proprietà,
la sicurezza e la resistenza all'oppressione. Duecento anni dopo l'avvento delle
nuove tecnologie ha portato con se una serie di nuovi diritti di cui gli individui
possono e devono godere. Nella società dell'informazione e dell'intrattenimento
digitale, l'accesso ai mezzi di informazione, la tutela della privacy, la libertà di
espressione, la tutela dei diritti dei consumatori e la condivisione dei saperi
diventano agli occhi dei net attivisti issue fondamentali per garantire che il
cyberspazio non venga schiacciato dalle pressioni dei nuovi “colonialisti”.
È difficile disegnare un ritratto fedele del fenomeno
del net attivismo in primo luogo per eterogeneità dei soggetti
coinvolti. Un caso emblematico è quello
della Electronic Frontiers Foundation che
conta fra i suoi collaboratori avvocati,
esperti di
diritto,
hacker,
programmatori
ed ha fra
i suoi fondatori un personaggio
come J. P. Barlow che fu, fra l'altro, paroliere
dei Grateful Dead.
Ciò che definisce il net attivista e lo distingue dall'universo di tutti
gli altri attivisti politici o culturali è la centralità rappresentata
dalla Rete intesa sia come territorio di
azione, sia come strumento di coordinamento
e propaganda,
sia come
canale
di comunicazione
ed informazione.
In altre
parole il net attivista usa la Rete per occuparsi
della Rete stessa e delle questioni
che ruotano intorno ad essa.
Note
1) http://punto-informatico.it/p.asp?i=46487 2)
Professore alla Standard Law School, fondatore dello Stanford Center
for Internet and Society e del progetto Creative
Commons.
3) J.P. Barlow “Una dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio” Davos,
Svizzera 1996. Si tratta di uno scritto entrato nella storia della
Rete soprattutto per la sua retorica visionaria e utopistica. È reperibile,
tradotto in diverse
lingue, in moltissimi siti web. Per una versione in lingua italiana
si veda: http://www.olografix.org/loris/open/manifesto_it.htm.
Per la versione in lingua originale si veda: http://www.olografix.org/loris/open/manifesto.htm
4) Il concetto di costo marginale di produzione è riassumibile
come il costo che il produttore deve sostenere per produrre una
unità in più di un determinato prodotto.
5) Si tratta del Sonny Bono Copyright Extension Act, firmato il
27 ottobre del 1998 dal presidente Clinton. Per la precisione ha
esteso la copertura a settanta anni dopo la morte dell'autore (novantacinque
nel caso di work for hire, come è il caso
di Topolino).
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