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Storia dell'arte in codice binario
Intervista ad Antonella Sbrilli
Ida Gerosa
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Con l'utilizzo del computer si aprono, oggi, nuove prospettive
anche per la parte relativa allo studio e all'analisi delle opere
d'arte sia antiche che contemporanee e all'interazione dell'utente
con le stesse.
Si apre e si amplifica, così, un settore impossibile da
immaginare solo qualche anno fa, nel quale sono cresciuti alcuni
studiosi interessati a questo nuovo territorio artistico. Uno
di questi è Antonella Sbrilli, docente di Arte Contemporanea,
che con molto entusiasmo e capacità si è incuneata
nell'approfondimento degli aspetti più diversi dell'analisi
e dell'interazione con l'opera d'arte, attraverso il computer.
La conosco per la sua attività di insegnante e per il
recente, appassionante libro che ha scritto: Storia dell'arte
in codice binario (edizioni Angelo Guerini e Associati, Milano).
Vorrei però che parlasse lei stessa più diffusamente
del suo lavoro, dei suoi interessi specifici e delle sue intuizioni.
Antonella Sbrilli (A. S.) Sono una ricercatrice
di Storia dell'Arte Contemporanea, che insegno all'Università
La Sapienza di Roma. Negli ultimi due anni ho scelto di offrire
agli studenti una panoramica dei nuovi media digitali, intesi
anche come metodo di ricerca nella Storia dell'Arte e nella creatività
contemporanea. Lavorando mi sono accorta che questi strumenti
non sono "innocui": ho notato che nel momento in cui
sono entrati nel nostro panorama, anche la storia dell'arte consolidata
ha subito una modifica. Il nostro punto di vista è cambiato.
E' iniziata così la sfida di raccontare alcuni episodi
artistici attraverso questi "nuovi occhi" che ci hanno
offerto delle possibilità inaspettate, grazie a un atteggiamento
più immediato, ma anche più profondo, più
sintattico.
Ida Gerosa (I. G.) - Ma come hai iniziato ad occuparti
di questo?
A. S. - Nel '95 mi sono trovata nell'avventura del Cd'Art
della collana di CD-ROM de La Repubblica, che adesso escono
di nuovo con L'Espresso. Ne sono felice, perché
è un'opera fatta sei anni fa, che dimostra di essere ancora
valida. Allora mi era stato chiesto di collaborare e ho potuto
mettere a frutto quegli esperimenti di interazione che già
facevo nell'insegnamento della Storia dell'arte all'Università.
Ad esempio, per mostrare un'affinità tra artisti, invece
di descriverla, visualizzavo con i mezzi analogici, in maniera
diretta, l'intervento dentro l'immagine. Il passaggio al "digitale"
permette di fare tutto ciò in maniera eccezionale.
Ho lavorato nella parte del Cd'Art in cui le interazioni vengono
chiamate "Esercizi di stile": sono dei "giochi",
termine che indica un apprendimento non passivo, in cui lo studente,
o meglio l'utente del CD, può prendere l'iniziativa e intervenire
attivamente. In questa interazione si stabilisce un nesso molto
forte con la conoscenza. E questo è estremamente interessante!
Dicevo, mi sono trovata nella situazione di poter realizzare
gli "Esercizi di stile" e lo ho fatto seguendo varie
tipologie di interazione sulla riproduzione delle opere d'arte:
la riproduzione digitale consente infatti un margine di manovra
che la riproduzione fotografica non consente. Ad esempio, la possibilità
di modificare un colore e di ritrovare poi il colore originale,
oppure la possibilità di inserire dei particolari con il
sistema dello scontorno A volte i risultati sono lampanti: ad
esempio, c'è un quadro di Goya che raffigura la famiglia
reale spagnola, in cui è stata inserita, in primo piano,
una dama di corte presa da un quadro di Velazquez: è impressionante
l'affinità di stile, la similitudine di queste immagini,
per cui l'innesto non sembra un "corpo estraneo".
Naturalmente qui rientriamo in un ambito storicistico, ma ci
sono esperimenti che si possono fare all'interno delle immagini
soprattutto con la pittura contemporanea. Penso a Kandinsky quando
studia le forme scientifiche inserendo leggere modifiche, per
cui è facile fare analogie molto pertinenti.
I. G. Dopo l'esperienza del 1995 come hai proseguito?
A che cosa ti sei dedicata con più interesse ed entusiasmo?
A. S. Dopo la realizzazione degli "Esercizi
di stile" del Cd'Art ho visto dischiudersi nuovi orizzonti
sui quali ho cominciato a riflettere. Ad esempio, che cosa succede
alla nostra percezione, alla nostra conoscenza, al nostro godimento
di un'opera d'arte visiva del passato e del presente, ma anche
del presente prossimo, quando la vediamo riprodotta in digitale
su uno schermo? Sembra un'osservazione semplice, ma è cruciale
per il momento che stiamo vivendo.
Esattamente come ottanta anni fa, anche noi ci poniamo oggi le
stesse domande che si pose Walter Benjamin, il filosofo e studioso
tedesco, che si chiedeva cosa sarebbe successo della tradizione
delle opere d'arte con l'uso della fotografia e del cinema.
Ecco noi, oggi, alla stessa maniera, ci chiediamo che cosa succederà
con la riproduzione digitale che, bada bene, non è soltanto
una riproduzione fotografica che può rappresentare in maniera
eccellente l'originale, ma presenta l'originale in codice numerico
binario. Questo significa che lo consegna a una manipolabilità
che consente di intervenire in tante maniere, sia di tipo informativo,
sia critico che di indagine, di approfondimento e soprattutto,
come dicevo, di interazione. Queste sono alcune delle novità
dei nuovi media per questo indirizzo, insieme alla manipolabilità
delle informazioni da registrare e all'intervento personalizzato
e personale dell'utente.
Anche se naturalmente questa attività è determinata
da percorsi prestabiliti. Numerosi ma prestabiliti.
I. G. Sono dei mezzi sicuramente innovativi che
permettono soluzioni e interazioni straordinarie, come ad esempio
le macchine fotografiche digitali che danno tali e tante opportunità
e vantaggi da pensare di non poter tornare all'uso delle macchine
fotografiche usate fino a ieri. Sono mezzi "utili".
Che ne pensi?
A. S. - Ecco questo è forse l'aspetto più
dirompente. Come hai detto tu: l'utilità di questi strumenti,
ai quali non possiamo più rinunciare, come non possiamo
rinunciare all'elettricità. Penso, però, che questo
porti ad alcune riflessioni su un cambiamento più interno,
più sintattico, di cui le tue opere possiamo dire che siano
la riprova di quanto stiamo dicendo, oltre al dibattito che suscitano,
perché c'è un aspetto di percezione di quello che
vediamo, che corrisponde al modo in cui noi le percepiamo, come
immagine, come composizione di forme, di colori e di un'atmosfera.
E percepiamo ciò in modo tradizionale perché siamo
abituati alla lettura tradizionale di un'immagine.
Ma noi sappiamo che l'immagine digitale ha dentro si sé
un codice e quel codice non ci è del tutto estraneo, neanche
all'apparenza. Quindi è necessario interrogarsi sia dal
punto di vista estetico che dal punto di vista filosofico sulla
doppia natura dell'immagine digitale. Sia per quella creativa
che non riproduce niente altro che "l'idea" e quindi
viene dalla creatività di un'artista, che per quella che
riproduce un'opera già esistente.
I. G. Vorrei fermarmi a fare una piccola osservazione.
Riferito a tutto quello che dici, il termine "digitale"
è giusto e pertinente. Quando, invece, tanti si riferiscono
alla computer art chiamandola "arte digitale", sono
convinta che il termine non sia pertinente. Mi spiego. Noi ogni
giorno mettiamo in moto i più diversi, piccoli computer
che compongono gli oggetti che adoperiamo. Se ad esempio andiamo
a fare un "doppler" o una "tac" o un'altra
visita medica che necessita di macchinari, sappiamo che il dottore
usa macchine che sono piene di piccoli o grandi computer. Tutto
questo per dire che li usiamo o li subiamo anche senza saperlo
o senza soffermarci con il pensiero. Questo uso è in qualche
modo "inconscio". Ecco, la mia impressione è
che chiamare la computer art, "arte digitale", sia come
dire che l'arte che facciamo con il computer sia inconscia, cioè
significa che non sappiamo esattamente quello che stiamo facendo.
E' come dichiarare che sia un'arte non guidata dal pensiero, dalla
creatività dell'artista.
A. S. Il problema che poni è molto importante
e rientra nella più vasta questione di nominare i nuovi
media e le esperienze che ne scaturiscono. E' come all'inizio
del cinema, della radio, allora non si sapeva come chiamare i
prodotti che venivano da questi mezzi. Siamo nella stessa situazione,
per cui posso concordare che l'utilizzo troppo pervasivo del termine
"digitale" possa far scadere la distinzione fra un'intenzionalità
linguistica nei confronti del mezzo, rispetto invece al termine
"computer art" che invece indica un genere in maniera
più precisa.
Mentre per quanto riguarda la riproduzione digitale delle opere
d'arte penso che il termine si possa utilizzare.
Anche questa è una sfida che si apre insieme a quelle
che abbiamo nominato all'inizio, cioè che nomi dare al
nuovo scenario, alle nuove esperienze che ci aspettano e che sono
in corso, e soprattutto quali saranno le nuove esperienze che
riusciranno a sintetizzare in maniera efficace la sfera dei contenuti,
delle emozioni, della riflessione dell'uomo su se stesso, sul
mondo in rapporto ai nuovi mezzi.
I. G. Infatti sono nati e stanno crescendo nuovi
filosofi, nuove strategie di visione. Tutto è cambiato
e sta continuando a cambiare.
A. S. Il termine "strategia" è
molto corretto, come il termine "costellazione di competenze"
e questo cambiamento va verso la complessità, non verso
la linearità. Anche grazie all'interazione, ovvero alla
chiamata in causa diretta di quello che prima era il pubblico
solo spettatore; e quindi alla complessità delle proposte
e dei percorsi che si devono fare per arrivare alla percezione
completa. Al contrario della "vecchia" linearità
a senso unico.
I. G. Per quanto ho notato che gli spettatori,
i non "addetti ai lavori", sono pronti in maniera spontanea,
semplice ad accettare e a lasciarsi trasportare da quello che
vedono, da qualunque "proposta" a cui assistono. Invece,
mi sembra che le persone acculturate dal punto di vista artistico
sono quelle che maggiormente hanno delle remore, delle censure.
Tu come ti poni davanti a queste opere?
A. S. Quello che tu noti sulla ricezione delle
opere di computer art, negli ultimi anni, è significativo
della mutazione culturale in cui siamo immersi e del fatto che
alcuni anni fa si percepiva la computer art come qualcosa di freddo,
di meccanico, di automatico. Mentre invece stiamo diventando consapevoli
che l'immagine, chiamiamola digitale, è un velo, una superficie,
una pellicola che copre il vasto lavoro immateriale che c'è
dietro. E' un lavoro sul codice, è come spiegare algoritmicamente
alla macchina l'immagine che dovrà venire. E' un lavoro
assolutamente non innocuo. E' un nucleo invisibile di lavoro che
ha il suo peso anche nell'output, nell'immagine di superficie
che vediamo come risultato. Nella computer art l'antica tecnica
che gli artisti sviluppavano nella bottega si è trasferita
nel lavoro sul codice, che però poi nell'immagine finale
rimane nascosto. L'immagine numerica mette dunque in contatto
una sfera logico-matematica con l'esperienza percettiva dell'arte
e in questo senso rappresenta un confine fra due mondi ritenuti
molto lontani.
I. G. Vorrei passare a parlare più specificatamente
del tuo libro Storia dell'arte in codice binario, che è
uscito da non molto. Ce ne vuoi parlare?
A. S. Il libro è uscito all'inizio del 2001
edito da Guerini di Milano, inserito nella collana Alfanet, collana
che cerca di indagare sull'impatto dei nuovi media, sull'uso del
computer, degli elaboratori nella cultura contemporanea.
Cerco di fare il punto su come la storia dell'arte può
cambiare, su come la percezione e la conoscenza e la diffusione
del patrimonio artistico italiano possano cambiare con l'uso delle
nuove tecnologie. A partire da un loro utilizzo molto strumentale
fino a uno più interno, spinto all'indagine delle opere
d'arte stesse.
I campi che si aprono in questo rapporto sono molto vasti perché
coprono il restauro, il restauro virtuale, la tutela del patrimonio
artistico e la didattica della storia dell'arte. Nel libro mi
sono occupata della loro diffusione attraverso i CD-ROM e la rete
web.
I. G. Quali nuovi lavori si possono avere, secondo
te, da tutte queste possibilità che si stanno presentando
e in particolare quelli a cui ti sei riferita nel libro?
A. S. Uno dei cambiamenti che si sono avuti con
l'arrivo di queste tecnologie è proprio nelle nuove figure
professionali.
Gli stessi storici dell'arte devono aggiornarsi sulle opportunità,
sulle potenzialità che questi mezzi sanno dare per la conoscenza
e la diffusione della loro disciplina. Tra l'altro c'è
la possibilità per gli storici dell'arte di collaborare
in maniera molto attiva con tecnici, ingegneri, informatici, matematici
per lo sviluppo di software per l'indagine oppure di nuovi linguaggi
per il web, attraverso i quali la storia dell'arte può
essere comunicata in maniera efficace e veloce; sempre tenendo
conto delle possibilità di interazione con il pubblico
sia di amatori che di studiosi, e soprattutto di giovani che "navigano"
e utilizzano questi strumenti con grande facilità.
Quindi l'aspetto educativo, formativo è veramente esaltato.
I. G. Continuiamo a parlare del libro.
A. S. Vorrei brevemente illustrare le varie parti
per darne un profilo più chiaro.
Oltre a una riflessione su cosa vuol dire riprodurre le opere
del passato e del presente nel digitale, c'è anche un capitolo
sul ruolo del web. C'è un'analisi dei siti web più
importanti a cui si può accedere per avere informazioni,
ma anche con i quali si può collaborare per la costruzione
di un organismo di studi cooperativo, anche questa una caratteristica
del tutto inedita. Ad esempio la "Victorian web" è
un portale molto articolato per lo studio dell'arte dell'800 ed
è un esempio di come la storia dell'arte può sfruttare
queste potenzialità.
Inoltre ci sono accenni all'utilizzo del digitale per la ricostruzione
non solo degli spazi architettonici, ma anche degli spazi virtuali
che sono rappresentati nelle opere. C'è poi la presentazione
di una serie di dispositivi che potrebbero essere utilizzati nel
Museo per interfacciarsi con le opere d'arte, utilizzando la riproduzione
digitale come interfaccia attiva per esplorare l'opera d'arte
stessa. In particolare descrivo il prototipo di GAV (Galleria
d'Arte Virtuale) realizzata nel 1998 da Mediamed Interactive con
il Palazzo delle Esposizioni di Roma.
I. G. Ho letto nell'introduzione del tuo libro
il riferimento al Museo Immaginario auspicato da André
Malraux. Parlamene più diffusamente perché mi sembra
un'idea molto attuale. Ti confesso che è una delle cose
a cui penso più spesso: il museo immateriale, il museo
che c'è, ma "non esiste".
A. S. Lo scrittore francese alla fine degli anni
'40, inizi anni '50, fece questa riflessione molto personale e
creativa che ha lasciato un segno nella cultura.
Aveva capito le caratteristiche e l'importanza della riproduzione,
come Benjamin lo aveva capito all'inizio del '900. Malraux, alla
metà del secolo scorso, si è interrogato sull'impatto
che possono avere i documenti della civiltà figurativa
di tutto il mondo; ha capito che potevano essere presentati in
maniera istantanea e contigua, cioè uno accanto all'altro
attraverso la fotografia in bianco e nero o a colori.
Quindi ciascun curatore, studioso, appassionato poteva costruirsi
un museo personale immaginario, appunto virtuale, anche se allora
non si usava questo termine. Un museo lontano dagli originali
fisici, ma che costruiva un percorso della storia delle civiltà
visive del mondo, catturando le immagini e mettendole una accanto
all'altra.
Queste sono riflessioni che si stanno riscoprendo e si stanno
legando al momento attuale.
Infatti attraverso Internet possiamo istantaneamente scaricare
le riproduzioni delle opere che ci interessano e metterle in memoria
nel nostro computer. Quindi possiamo stamparle o creare un percorso
di associazione, avendo così il nostro "Museo Personale".
Dal mio punto di vista di storica, è vero che tutto questo
può portare con sé il rischio di un'arbitrarietà,
ma è anche vero che offre una grande libertà di
personalizzazione con un approccio diretto e veloce.
Oggi Malraux lo chiamerebbe "museo virtuale" e sono
convinta che questa sia la direzione in cui si dovrebbero muovere
tutti i musei: porgere sì al visitatore la collezione fisica,
ma anche la possibilità di vedere e interagire (in un apposito
spazio) con quelle opere che nel trasporto si possono rovinare
o con le opere che non esistono più.
Inoltre, si potrebbero costruire spazi in cui proporre immagini
suggestive e affini, in qualche modo legate tra loro, spazi in
cui il visitatore possa ricostruire il "suo" museo.
I. G. Sono totalmente d'accordo, e trovo tutto
questo affascinante!
Aggiungerei che la stessa cosa si dovrebbe fare con il teatro,
perché quello che presentano oggi è superato e ha
un sapore di antico. Penso che si potrebbero invece adoperare
scene e scenografie virtuali aiutate da immagini che possano supportare
e ampliare la parola dell'attore. Tu che ne pensi?
A. S. Penso che quello che auspichi sia una direzione
che verrà seguita.
Di nuovo ci troviamo di fronte a nuovi spazi espressivi da riempire,
esattamente come pochi anni prima del 1890, quando è nato
il cinema e non si sapeva ancora che sarebbe diventata quell'arte
che poi è diventata. Esattamente come per la convergenza
della computer art con gli scenari immersivi, con l'interazione
tra pubblico e opera.
Non sappiamo ancora che cosa effettivamente potrà venire
fuori da tutto questo, quale linguaggio completo, efficace, semplice,
diretto. Ma sicuramente non manca molto ad assistere all'uscita
di un'opera "totale" nata dalle ricerche convergenti
sia degli artisti che degli ingegneri, degli informatici, dei
letterati, dei drammaturghi, un po' come si diceva nel Romanticismo.
Ma questa volta sarà un'opera che avrà anche la
dimensione dell'interattività e della cooperazione.
I. G. Concordo pienamente con te. Avrei voluto
dire le stesse cose.
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