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E lo chiamano Nuovo Mercato
Collocazioni furenti, crescite esponenziali, movimenti di capitale
inediti: a Piazza Affari la febbre internettiana pare non fermarsi.
Sarà il caso di ricorrere ad un antipiretico?
di Francesco Cisternino
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E' stato denominato Nuovo Mercato e parrebbe, almeno in apparenza,
una specie di Nasdaq all'italiana, vale a dire uno spazio dedicato
esclusivamente a titoli più o meno tecnologici. Recentissimo
per costituzione e ancora relativamente piccolo quanto a numero
di società (40) e capitalizzazione, NM non solo ha destinato
agli investitori italiani gioie (poche) e dolori (qualcuno in
più), ma è stato anche protagonista a Piazza Affari
di enormi movimenti di capitali e di un paio di storie davvero
senza precedenti. Qualche cifra innanzitutto. Nell'anno che ci
siamo lasciati alle spalle, NM ha accolto ben 34 società,
perdendo complessivamente circa il 30 per cento, un dato in verità
piuttosto buono se confrontato con il Nasdaq (-39 per cento),
il cui netto calo ha direttamente e indirettamente condizionato
l'andamento di tutti gli altri, e soprattutto con il Neuer Markt
tedesco, da poco protagonista di un crollo pericoloso culminato
a fine dicembre in un -8 per cento netto nel giro di un giorno.
In questo articolo e in altri due che seguiranno proveremo a
dare uno sguardo critico a NM, evidenziandone alcuni punti deboli,
e ci soffermeremo brevemente sui titoli che hanno fatto più
discutere, tentando di comprendere il motivo per cui i mercati
finanziari, e a suo modo il nostro, paiono tutti "incantati
dalla rete", per citare un noto libro di Carlo Formenti.
La prima storia degna di nota è quella di Finmatica, società
bresciana di software per le banche, servizi finanziari e gestione
di documenti con un fatturato di un'ottantina di miliardi. Il
24 novembre del '99, giorno di sbarco al NM, succede qualcosa
di incredibile: per la prima volta nella storia della Borsa italiana
il titolo non riesce neanche a segnare il prezzo e quello virtuale
risulta circa 6 volte il valore di collocamento. Il giorno dopo,
Borsa Spa si vede costretta ad una procedura mai utilizzata prima:
l'allargamento del margine di oscillazione al 999 per cento. Tra
i 930 mila risparmiatori che hanno prenotato le azioni, ne vengono
sorteggiati 7750 ai quali vengono assegnati lotti da cinque milioni
l'uno. In serata, ne valgono 60 e il valore dell'azienda schizza
a 3500 miliardi. Cosa importante, l'azienda non ha niente a che
vedere con Internet al momento della collocazione: gli investitori
sono attirati dal progetto di collocare in network i direttori
degli acquisti di circa 11000 aziende. Nelle strategie della società,
il business dovrebbe portare utili per il 6 per cento dei ricavi
nel 2000 e passare al 15 nel 2001.
Pare ovvio chiedersi il perché di questa impennata furente.
Il progetto non è di per sé eccezionale e in più
l'azienda non appare affatto molto tecnologica. Le ragioni del
successo sono altre. Tanto per cominciare gli investitori italiani,
con un passato legato ai bot e poco avvezzi ai meccanismi della
finanza, vivono la Borsa in chiave esclusivamente speculativa:
capital gain anzichè redditività del titolo a medio-lungo
termine. Si potrebbe obiettare il fatto che le speculazioni di
questo tipo avvengono ovunque, specie negli USA. Ciò è
parzialmente vero, se non fosse per il fatto che le tecnoaziende
a stelle e striscie sin dall'inizio vedevano alternati investimenti
del tipo "faccio i soldi in due giorni" ad altri più
lungimiranti. Un ruolo fondamentale hanno poi giocato i media.
Il grosso degli investimenti non passa più per i broker,
un tempo unici guru del settore e perennemente attaccati a servizi
finanziari tipo Bloomberg e simili: oggi l'investitore italiano
si fida dei quotidiani, anche quelli non specializzati, al massimo
dà un'occhiata a CNN Financial News. E non appena
vede qualcosa che abbia anche lontanamente a che fare con Internet,
acquista a piene mani. Quale migliore società su cui scommettere
se non Finmatica, strombazzata dai quotidiani nostrani come se
rappresentasse la maggiore società del decennio? Paolo
Panerai, uno che di certi argomenti se ne intende, ha azzeccato
in pieno il problema asserendo che "chi compra titoli Internet
in realtà, nella stragrande maggioranza dei casi, investe
in attività alle quali si affiancano solo marginalmente
strategie e tecnologie legate alla rete" (MF, 27 novembre
'99).
E poi, ovviamente, anche le aziende hanno avuto la loro parte.
Ecco cosa dice Pierluigi Crudele, presidente di Finmatica, a Repubblica
qualche giorno dopo l'uragano: "(...) Il prezzo di collocamento
l'ho scelto io, i collocatori suggerivano un prezzo più
alto. Io ho detto no." (26 novembre, intervista a Eugenio
Occorsio) Bella forza: un prezzo di collocamento fissato a vanvera
fa in modo che l'altissima domanda (quasi sempre ampiamente prevista)
faccia innalzare in modo del tutto anomalo il valore dei titoli,
facendo venire fuori dal nulla una quantità di denaro micidiale.
In questo modo si favoriscono soprattutto quella ristretta cerchia
di amici, parenti e squali in generale che acquistano al prezzo
di collocamento. Quello che può accadere è che nei
giorni immediatamente successivi il titolo crolli improvvisamente
per un assestamento, mandando in malora gli ignari, oppure che
il valore rimanga altissimo fino a che non vengono pubblicati
i resoconti trimestrali e lì, se le cose vanno male, scatta
il panico: il titolo va in picchiata, a netto discapito tanto
dei dipendenti dell'azienda quanto di coloro i quali hanno cacciato
i quattrini. In soldoni, il ruolo dell'advisor va rivisto con
attenzione e massima deve essere la severità con cui vengono
selezionate le società da quotarsi. Il rischio di tirare
dentro delle mele marce appare ancora elevatissimo, e questo potrebbe
causare ulteriori situazioni di instabilità del mercato
nonché vere e proprie catastrofi per gli investitori meno
scafati.
Allo scopo di mantenere una forbice accettabile fra valore effettivo
dell'azienda e relative possibilità d'espansione nella
fase successiva al collocamento, arriva dagli USA il GARP (growth
at reasonable price), vale a dire la stima a prezzi ragionevoli
del valore del capitale dei titoli di compagnie con future prospettive
di crescita. Leggiamo alcune righe da un illuminante editoriale
pubblicato sul Foglio dell'11 ottobre scorso, "La
vita difficile dell'high tech europeo": "Prima o poi
anche da noi si comprenderà che vi è un certo contrasto
fra la previsione di aumento del parco clienti, quella del volume
del fatturato e quella dei profitti: anche perchè l'acquisizione
di nuova clientela si accompagna a riduzioni dei prezzi e dunque
si collega alla diminuizione nei margini di profitto (...)".
La notevole concorrenza fra le nuove iniziative dell'economia
elettronica, assieme magari a congiunture internazionali sfavorevoli
e ad una minore velocità dell'espansione di innovazioni
commerciali nel nostro Paese e nel resto d'Europa in generale
si rivelano insidie pesanti per queste aziende, le quali devono
ancora darsi dimensioni adeguate per l'equilibrio fra costi di
struttura e ricavi. Metodi come questi possono essere efficaci
per prevenire crack o effetti domino simili a quelli visti in
questi mesi su varie piazze del mondo.
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