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Ripercorrendo l'epopea Napster. Storia di
un mito o ricordo per una meteora?
di Francesco Cisternino
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Quello che segue è un sintetico excursus che riguarda
un fenomeno straordinario che ha contribuito a cambiare in maniera
probabilmente irreversibile la distribuzione, la pubblicizzazione
e forse anche la vendita della musica nell'intero pianeta. Nessuno
era mai riuscito a polverizzare contemporaneamente l'ottocentesca
normativa sul diritto d'autore e le tradizionali filiere distributive
della musica, conferendo oltretutto al mondo la speranza (o forse
l'illusione), seppure per un periodo la cui durata appare misteriosa,
del realizzarsi di un'equazione del tipo "tutta la musica,
tutta gratis". Incredibile ma vero, Napster lo ha fatto.
E lo ha potuto fare grazie alla diffusione di un formato, l'Mp3,
perfettamente compatibile con lo sviluppo odierno di Internet.
In questa sede tenteremo quindi di comprendere come siano bastati
poco più di due anni di iperattività a far tremare
il regime oligarchico delle Big Five, vale a dire le cinque grandi
case discografiche mondiali (Vivendi Universal, Bmg, Emi, Aol
Time Warner, Sony) prima inespugnabili e a far impazzire i giudici
americani, dimostrando come il recentissimo Digital Millennium
Copyright Act sia in realtà una legge tutt'altro che precisa
e aggiornata. Un terremoto giudiziario e commerciale, dunque,
che continua a far discutere artisti, discografici, giuristi,
massmediologi e soprattutto il pubblico dei fruitori di Internet
e della musica in rete il quale, seguendo attivamente e in costante
ascesa numerica l'evoluzione degli accadimenti, ha decretato il
successo planetario e indiscutibile non solo di un software, quale
Napster in effetti è, ma di un vero e proprio sistema di
fruizione dei media, come dimostra la crescente "napsterizzazione"
di un altro settore come quello dei videogames (1).
Il nostro sguardo è quindi rivolto al passato, ma con
il preciso obiettivo di guardare oltre, di percepire cosa accadrà
in quell'immediato futuro che mai come oggi è apparso così
lontano e potenzialmente mutevole di cambiamenti e lo faremo ripercorrendo
le cronache dei più prestigiosi periodici d'informazione
americani ed europei.
Non un sito... ma allora cos'è?
Napster è un software di condivisione di file audio mp3
attraverso la rete ideato da Shawn Fanning, uno studente universitario
diciannovenne poco convinto che abbandona presto le aule della
Northeastern Boston University e nel gennaio del 1999 chiede allo
zio John di aiutarlo nella commercializzazione di un software
inventato assieme ad un amico conosciuto sul web. L'idea è
semplice quanto geniale: quando l'utente che si collega alla rete
attiva il programma, automaticamente avviene una connessione ad
un server centrale (2)
che svolge un ruolo simile ad un centralone, il quale in risposta
lo informa di tutti gli altri utenti attualmente collegati in
quel momento e che insieme formano la comunità Napster.
Il software non fa altro, quindi, che leggere i titoli di ogni
brano in formato mp3 nell'hard disk del computer e inviarli al
server che li mette in archivio; chiunque altro sia collegato
può compiere delle ricerche nello stesso archivio, mettere
a disposizione i suoi mp3 e scaricare il brano che sta cercando
dal computer di un altro utente attraverso un sistema "a
ragnatela" ribattezzato peer to peer (3).
Questo sistema è nato nella prima metà degli anni
sessanta, nel corso del lavoro di un gruppo di ricerca incaricato
dal Dipartimento della Difesa americano avente per obiettivo lo
sviluppo di modelli di reti di telecomunicazioni in grado di "sopravvivere"
ad eventi bellici quali conflitti nucleari o attacchi al territorio
degli Stati Uniti da parte di forze nemiche. Il modello è
così denominato perché risulta essere fortemente
simmetrico e quindi non gerarchico.
Ricapitolando, l'applicazione del modello peer to peer in Napster
avviene attraverso un bypassaggio del server centrale, che abilita
due soggetti locali a scambiarsi direttamente i file Mp3.
La diffusione a macchia d'olio di questo software passa sotto
gli occhi di tutti: nel giro di pochi mesi coloro i quali lo utilizzano
regolarmente diventano milioni e i brani in archivio sono centinaia
di migliaia, di ogni genere, qualità e tipo. E la RIAA,
vale a dire la potente associazione che raggruppa le case discografiche
americane, non tarda a farsi sentire: Napster, a suo dire, viola
apertamente le norme sul diritto d'autore, incentivando l'illegalità.
La citazione ufficiale in giudizio presso la corte di San Francisco
nel dicembre del 1999 apre ufficialmente una guerra davvero memorabile
per i suoi caratteri di attualità e complessità.
La replica di Napster si esprime attraverso una tesi secondo
la quale l'uso prevalente del software non sarebbe rivolto a materiale
protetto da copyright; cosa che appare in verità abbastanza
improbabile in quanto il grosso successo dipende dalla possibilità
immediata di reperire qualsiasi hit, quando non intere discografie,
degli artisti più conosciuti e di scaricarli gratuitamente
in un tempo che può oscillare fra i tre e i trenta minuti,
secondo la velocità di connessione. Poco tempo ancora ed
ecco una nuova versione della difesa: non dipende da noi, dice
l'azienda, se gli utenti fanno un uso illecito del software. L'avvocato
di grido David Boies, arruolato nel giugno del 2000, cita il precedente
di una causa favorevole alla Sony, passata indenne una decina
d'anni prima dall'accusa dell'industria cinematografica di rendere
praticabile la copia dei film con l'introduzione dei vcr betamax.
Napster è ormai un'azienda dal calibro non comune, con
quaranta dipendenti ma praticamente nessuna entrata economica,
se non fosse per i forti investimenti borsistici che riguardano
il titolo: solo un mese prima, a maggio del 2000, il venture capitalist
Hummer Winblad aveva investito la bellezza di 15 milioni di dollari
uno sull'altro su questo titolo-bomba. Come potrebbe essere possibile
per un'azienda di questo tipo, si chiedono gli analisti, sopravvivere
a certe multe gigantesche che sembrano avvicinarsi in maniera
insistente?
Mp3.com e Gnutella: cos'hanno in comune con Napster?
Contemporaneamente si fanno spazio altri Napster-cloni, due
dei quali cominciano ad essere seguiti con particolare attenzione
sia dai fan della musica gratuita, che ormai si contano attorno
ai trenta milioni, sia dai cronisti tecnologici delle riviste
online americane e del resto del mondo. Uno di questi, Gnutella,
è sviluppato da NullSoft e può vantare un paio di
caratteristiche assolutamente fondamentali e innovative: permette
lo scambio di altri tipi di file oltre mp3 e, sebbene lievemente
più macchinoso nel funzionamento, non è giuridicamente
perseguibile perché la condivisione dei file non passa
attraverso alcun server. Il fatto di essere open source lo rende
inoltre assolutamente incontrollabile tant'è che America
On Line - proprietaria di NullSoft e fresca di joint venture con
il gruppo Time Warner -, resasi presto conto di avere una serpe
in seno di dimensioni potenzialmente gigantesche, non riesce a
bloccarla in alcun modo (4).
Il software diventa popolarissimo, fino a diventare il prosecutore
naturale dell'opera di Napster.
L'altro similNapster, Mp3.com, riscuote un successo altrettanto
imponente, finanziario oltre che di pubblico per via di una brillante
collocazione in borsa avvenuta nel luglio del '99. Ma anche in
questo caso, le maglie delle norme sul diritto d'autore si rivelano
inesorabili. Citata in giudizio da due colossi quali Warner e
Bmg, l'azienda esce dalla prima tornata subendo una pesante sconfitta
e tenta subito di patteggiare. A tal proposito, andiamo a rileggere
le puntuali cronache della rivista americana The Standard
(5):
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Le due label hanno quantificato
le loro richieste per la violazione delle norme sul copyright
in una somma che si aggira complessivamente sui quaranta
milioni di dollari. Esse emettono inoltre una licenza che
consente a MP3.com di continuare a fornire il controverso
servizio "My MP3.com", il quale può conferire
l'accesso illimitato ai navigatori sulle registrazioni caricate
in rete ma dietro pagamento dei diritti per ciascun brano
scaricato o trasmesso in streaming. All'inizio era possibile
inserire un qualsiasi cd nel drive e diffonderne instantaneamente
i brani attraverso il proprio locker (una sorta di armadietto
virtuale, ndt), così come si poteva acquistare online
un cd e trasferirlo direttamente nel locker. Questo ha sconvolto
la RIAA, vale a dire l'associazione che raggruppa le case
discografiche americane: per realizzare il trasferimento
istantaneo MP3.com ha creato un database composto da oltre
45 mila brani, in verità coperti dal diritto d'autore,
e tutto ciò senza alcun permesso dagli aventi diritto.
La RIAA ha per questo intentato un'azione legale contro
MP3.com, ma questa si é appellata al fatto che l'operazione
rientrasse nel cosiddetto "fair use", poiché
permetteva la copia dei brani ma solo per uso personale
dei consumatori.
In un pronunciamento parziale che risaliva all'aprile del
2000, il giudice distrettuale Jed Rakoff aveva smontato
questo e altri argomenti, asserendo che "la violazione
dei diritti del querelante è palese". Il pronunciamento
aveva dato il via ad un giudizio contro MP3 che, nel caso
in cui fosse stata riconosciuta l'intenzionalità
nel reato da parte di questa, poteva quantificarsi in fior
di milioni di dollari. Proprio per evitare questa possibilità
MP3.com è scesa a patti con la Warner e con la BMG.
(...)
Benché i termini esatti dell'accordo non siano stati
resi noti non é difficile calcolare che anche una
quota minima per ciascun brano caricato o trasmesso in streaming
potrebbe trasformarsi in somme di denaro nell'ordine di
decine di milioni di dollari. Richards sostiene che saranno
la pubblicità e le ulteriori vendite dei cd (il sito,
a differenza di Napster, vende cd e banner pubblicitari,
Ndt) a far recuperare gli enormi costi e non vi saranno
iscrizioni a pagamento. Nell'accordo vi è anche scritto
che le due major in questione venderanno i propri dischi
attraverso MP3.com.
Il patto stilato potrebbe causare uno strappo nelle negoziazioni
in corso tra le major e altre compagnie che si ocupano di
musica in formato digitale. Jonathan Potter, direttore esecutivo
della Digital Media Association, ha portato avanti le trattative
per conto di Launch Media (LAUN), Spinner.com e MyPlay.com,
il diretto concorrente di MyMP3. È lui a dire: "Ci
sono una serie di compagnie che hanno passato molto tempo
aspettando che i loro patti arrivassero ad una conclusione.
Le etichette stanno cercando di affrettare i tempi".
MyPlay, che ha completato recentemente una raccolta fondi
da 18 milioni di dollari, ha avuto in questi mesi una trattativa
con Yahoo che intendeva rilevarlo, allo scopo di fornire
agli utenti del portale un accesso diretto ai brani musicali.
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Ma torniamo alla strana creatura di Shaw Fanning. A luglio del
2000 arriva la sentenza dalla corte di San Francisco, che accoglie
la richiesta di giudizio della RIAA e impone a Napster di far
terminare qualsiasi circolazione non autorizzata di brani musicali
coperti da diritti d'autore. Poche ore prima che il responso del
giudice Marilyn Hall Patel diventi effettivo, una corte d'appello
emette una sospensione che permette in qualche modo la sopravvivenza
dell'azienda più irriverente nei confronti del diritto
d'autore mai apparsa. Il destino sarà ben più pesante
per Mp3.com che poco dopo si ritrova con un'altra somma ingentissima
da pagare, questa volta alla Emi (un patteggiamento da circa 40
miliardi), per poi arrivare a settembre con una nuova sentenza
ed una multa fantascientifica alla Universal che ammonta a ben
118 milioni di dollari.
I cantanti si fanno sentire: favorevoli e contrari
Nel pieno delle polemiche, anche gli artisti fanno sentire la
propria voce: tra i primi a schierarsi in maniera netta contro
Napster vi sono i Metallica e Dr. Dre, scatenando le ire dei fan
che per protesta vendono all'usato i loro dischi. Ma non molto
dopo una lauta serie di artisti si schiera a favore, fra i quali
i Limp Bizkit, Courtney Love e addirittura il genio di Minneapolis.
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Secondo Chuck D dei Public
Enemy, Internet rappresenta un mezzo per far progredire le
arti sottraendone il controllo alle major discografiche, che
da anni agiscono in una sorta di controllo monopolistico del
mercato. Attraverso Napster, Gnutella e la rete stessa in
generale è quindi possibile promuovere artisti che
non hanno la fortuna di essere spinti dalle principali radio
o da Mtv. Le vecchie norme sul diritto d'autore, dice il rapper,
sono ormai superate: l'ASCAP (l'equivalente della SIAE negli
USA) deve dire addio alle royalty sulla rete e pensare invece
alle nuove possibilità di promozione per gli artisti
(6).
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Successivamente anche i Radiohead, il cui disco "Kid A"
era già reperibile su Internet con circa venti giorni di
anticipo rispetto all'uscita prevista nei negozi, non ostentano
un atteggiamento ostile verso la società di Redwood City,
California.
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Non vorrei difendere
quelli che hanno fatto soldi con la nostra musica, ma in ogni
caso la cosa più importante è venire incontro
alle tecnologie e non tapparsi occhi e orecchie come hanno
fatto molte case discografiche", replica il bassista
della band Colin Greenwood al programma della BBC "Newsnight".
"Per quanto ci riguarda, le nuove tecnologie hanno rappresentato
una grossa possibilità di rinnovarci: abbiamo suonato
dal vivo online, abbiamo trasmesso dal nostro studio in diretta
le immagini con una webcam, abbiamo realizzato dei video con
costi bassissimi rispetto a quelli usuali", ha aggiunto
il componente della band. Greenwood ha anche citato l'esempio
del tour che la band ha compiuto in giugno e luglio, le cui
registrazioni audio sono divenute disponibili da subito su
Napster. La band ha suonato alcuni brani in anteprima, e nelle
tappe successive "il pubblico conosceva già i
testi di tutti i brani nuovi. È stato favoloso",
ha detto Greenwood (7). |
I dibattimenti procedono e il due ottobre dello stesso anno una
commissione formata da tre giudici della Nona corte d'appello
degli Stati Uniti ascolta i pareri di entrambe le parti sulle
basi risoluzione precedente (8).
Il trentuno di ottobre le agenzie di stampa battono una notizia
estremamente interessante: viene reso ufficiale un accordo tra
il gruppo Bertelsmann, proprietario del marchio BMG, e Napster
secondo il quale la casa discografica versa nelle casse della
società la bellezza di 60 milioni di dollari da utilizzare
per la realizzazione di efficaci misure antipirateria nel software.
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(...) L'accordo annunciato fra Napster e Bmg Records alimenta
però più domande di quelle a cui dovrebbe
dare risposta. Tanti sono i dubbi su che cosa cambierà
sulla contesa legale tra il software di scambio di musica
digitale (Napster) e le case discografiche (come Bmg, del
gruppo Bertelsmann), e su che cosa succederà alla
distribuzione tradizionale. Le altre quattro major seguiranno
l'esempio della Bmg? La sterminata comunità di utenti
di Napster dovrà cambiare le sue abitudini? E come?
Queste domande sono per ora senza risposta, legate alla
definizione dei dettagli dell'accordo e alla verifica del
suo funzionamento sul campo, che in Internet è sempre
un'incognita.
Quali sono le cose chiare, allora? La prima è che
il fronte "retrogrado" della discografia ha ceduto,
cosciente che il muro contro muro, con la capacità
internettiana di ridurre i muri a colabrodo, era perdente.
Dunque una vasta area di tolleranza dell'uso gratuito della
musica resterà. La seconda cosa chiara è che
al tempo stesso l'avanguardia rivoluzionaria della nuova
tecnologia ha ceduto, perché tutte le idee di questo
mondo e di quello che verrà non possono ribaltare
la realtà industriale organizzata e la forza delle
sue regole. Le major discografiche sono più forti
di un software spartito da trenta milioni di utenti, per
quanto rivoluzionario (...). E hanno leggi, norme sul diritto
d'autore e giudici che le fanno forti.
Un'altra cosa chiara è che l'accordo Napster-Bmg
porta ossigeno ai due contraenti. In forma di accesso a
una comunità oceanica per Bmg, in ritardo rispetto
alle altre etichette che avevano già trovato dei
partner per la distribuzione della musica online. Bmg ora
le sorpassa alla guida della macchina più veloce
di tutte. E in forma di soldoni sonanti per Napster, che
riceve un investimento sinora non reso pubblico ma senz'altro
cospicuo, e una promessa di abbandono della causa legale
da parte di Bmg, una volta che la collaborazione si sia
concretizzata. Con la ciliegina in più di una dichiarazione
dei vertici di Bertelsmann, proprietaria di Bmg, che nega
che Napster danneggi le vendite tradizionali, uno dei noccioli
della questione in tribunale.
E da questo particolare si comprende come Bertelsmann abbia
scavato Bmg (alla conferenza stampa c'erano solo i rappresentanti
della società maggiore) e il suo oltranzismo processuale
contro Napster. Bertelsmann possiede già quote di
Cdnow, Barnes & Noble e Getmusic e crede nel rapporto
con le grosse comunità di utenti registrati. Bmg
era allineata con il fronte schiaccia-Napster della Riaa
(l'associazione dei discografici americani), ma era rimasta
la più indietro nell'indagare soluzioni alternative
per l'accesso alla musica digitale.
Quanto alla domanda su che cosa succederà, si deve
pazientare. Il giudizio legale sulla chiusura di Napster
può arrivare da un giorno all'altro. Le modalità
di collaborazione fra le due società sono misteriose:
Bmg potrebbe fornire il proprio catalogo (il quarto nel
mondo) in una zona extra a pagamento (i cinque dollari mensili
di cui si parla sono una vecchia proposta dell'avvocato
Boies, di Napster). Ma senza l'adesione al progetto da parte
delle altre case discografiche, le chance di riuscita sono
assai dubbie.
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An indecent proposal
La paventata alleanza di due partner così inconsueti suscita
degli effetti da interpretare con attenzione. Le altre quattro
major reagiscono in maniera piuttosto fredda ad un'offerta proposta
da parte di Napster, consistente in un miliardo di dollari in
royalty da distribuirsi per cinque anni oltre al proposito di
far pagare ai fruitori del software una cifra da stabilire, che
dovrebbe in ogni caso oscillare fra i 3 e i 10 dollari al mese.
Quello che sostanzialmente non convince le case discografiche
è l'idea di lasciare i diritti dei cataloghi ad un servizio
che non possono controllare in maniera diretta e che soprattutto
risulta ancora impantanato in un'illegalità conclamata,
sebbene sia possibile ravvisare da qualche tempo una inversione
di rotta. Napster ha cominciato infatti a sviluppare dei filtri
testuali, sviluppati dalla Gracenote, che escludono i brani dal
proprio catalogo controllando i titoli completi che vengono indicati
dalle case discografiche. E così, dalle 22:40 di domenica
quattro marzo 2001, diventa impossibile scaricare un numero di
file audio non precisato ma sicuramente consistente. I riscontri
sono evidenti: inserendo il titolo "Fade to black" dei
Metallica vengono fuori solo quattro tracce, per "I'm the
walrus" dei Beatles a malapena diciassette. Calano drasticamente
anche i titoli di Jimi Hendrix, di Dr. Dre mentre rimangono ben
salde le hit di Britney Spears e Eminem, ma anche i pezzi di Replacements
e Broadcast. Plaude ovviamente la Riaa, pur mantenendosi su di
una posizione abbastanza guardinga. "Ci aspettiamo che sapranno
onorare quanto hanno dichiarato davanti alla corte", dice
la presidentessa Hilary Rosen riferendosi agli impegni assunti
pochi giorni prima dalla società difesa da Boies per dimostrare
la propria buona volontà ai giudici (9).
Nell'occasione, il legale aveva puntualizzato che Napster si sarebbe
dichiarata disponibile ad escludere tutti i brani indicati uno
per uno dalle varie label, ma solo dopo che queste ne avessero
verificato l'avvenuta circolazione illegale online. I filtri,
però, fanno ancora acqua da molte parti, visto che gli
utenti approfittano di titoli comprendenti caratteri non ortodossi
per svicolare ai controlli: il brano già citato in precedenza
dei Metallica, ad esempio, riesce a circolare senza problemi se
indicato in catalogo con il nome "Fade 2 black". Altri
utenti ricorrono a criptaggi più raffinati, utilizzando
in particolare il servizio offerto da www.timwilson.org.
Da San Francisco il giudice Patel dimostra implicitamente di
aver ritenuto adatta la soluzione approntata, visto che il martedì
seguente ordina a Napster di rimuovere i brani coperti dai diritti
d'autore entro tre giorni, chiedendo prima però alle case
discografiche di indicare testualmente tutti i titoli da eliminare,
gli autori e il nome del file associato con la violazione dei
diritti d'autore compiuta dai fruitori del servizio. Inoltre,
va anche certificato ufficialmente per ogni titolo la proprietà
dei diritti. Così facendo, il giudice ha accettato in pieno
quella soluzione "soft" proposta dalla società
sotto accusa, considerando che un'interpretazione restrittiva
ne avrebbe implicato la chiusura automatica; allo stesso tempo,
introduce una grossa concessione alle case discografiche permettendo
loro di proteggere anche i brani non ancora usciti e "trafficati"
sul network.
Si è finalmente arrivati ad una soluzione che pare soddisfare
tutti: da un lato il CEO di Napster Hank Barry, che approfitta
per rinfrancare il nuovo corso dell'azienda e l'impegno per rispettare
i patti; dall'altro la RIAA, che a nome dell'oligopolio mondiale
della musica accetta con sufficiente convinzione il pronunciamento
del giudice. Ma la causa in corso, non scordiamolo, non è
affatto finita. Napster continua a tentarle tutte per raggiungere
dei solidi accordi con tutte le major, ben consapevole del fatto
che il rischio di pronunciamenti negativi è ancora potenzialmente
molto elevato e ancora di più lo è il rischio di
multe pesantissime. L'accordo con il nemico si profila da tempo
come l'unica via di salvezza esistente.
Le Big Five pubblicano subito una lista comprendente 135 mila
brani, che scompaiono regolarmente dalla rete entro i tempi prestabiliti
(10).
Gli scenari si ridefiniscono
Le major discografiche, dal canto loro, cercano di perseguire
delle alleanze interne per la distribuzione online autonoma della
loro musica e ci riescono con MusicNet e Duet, due streaming media
provider creati rispettivamente da Emi e Time Warner da una parte
e da Sony Music Entertainment e Universal Music Group dall'altra.
Inaspettatamente, il cinque giugno di quest'anno circola con insistenza
la notizia secondo la quale Napster avrebbe raggiunto un accordo
commerciale con MusicNet per l'utilizzo di un nuovo servizio sviluppato
da RealNetworks assieme a AOL Time Warner, Emi e Bmg, attraverso
il quale vendere i brani di www.musicnet.com. Ma questo, dice
una nota emessa dalla Warner, potrà avvenire solo quando
Napster avrà dato prova di operare in maniera assolutamente
legale e soprattutto di aver sviluppato un sistema capace di seguire
accuratamente l'identità dei singoli file sul servizio.
Secondo l'accordo, confermato ufficialmente il giorno dopo durante
una conferenza stampa, gli utenti di Napster potranno prima sottoscrivere
il servizio "basic" offerto loro dalla società,
che permette di scambiare dei file di label indipendenti e di
brani autoprodotti; poi, dietro pagamento di una quota ulteriore
(nessuna delle due ancora specificata), potranno anche scaricare
un numero limitato di brani tra quelli a disposizione su MusicNet.
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"MusicNet sta progettando
una piattaforma che aiuterà i consumatori che hanno
già avuto esperienze con Napster a trovare, acquistare
e fruire di musica in maniera lecita, sicura e non lesiva
per gli artisti e per i detentori dei diritti d'autore",
spiega il CEO di RealNetworks e di MusicNet Rob Glaser. |
Napster sembra poter quindi ritornare alla ribalta utilizzando
l'arma che ancora gli è rimasta, vale a dire l'enorme popolarità
conseguita in questo periodo di (iper)attività per mantenere
una certa posizione di forza nel corso della negoziazione con
il regime oligarchico consolidato del disco. Il tutto, non dimentichiamolo,
dopo le pesanti ripercussioni di una battaglia legale estenuante
che stava proseguendo con la cancellazione dal servizio di moltissimi
brani coperti dai diritti d'autore e, di conseguenza, con la fuga
generale di una buona parte degli utenti. Nei mesi passati, infatti,
Napster aveva aggiunto progressivamente dei filtri più
potenti per bloccare il commercio illegale di brani musicali.
Alle prime versioni facilmente aggirabili ne è seguita
una più raffinata, che ha reso molto difficile il reperimento
dei brani indicati dalle major.
Un po' di numeri: secondo i dati resi noti in questi giorni da
Webnoize, il numero medio di file condivisi per persona è
sceso drasticamente dai 220 del febbraio scorso ai 21 di maggio.
Nello stesso periodo il numero complessivo di file musicali trafficati
sul sito è passato da due miliardi e settecentonovanta
milioni a trecentosessanta milioni. Alla drastica diminuizione
dei file è conseguito un decremento imponente nell'utilizzo
del servizio. Sempre secondo Webnoize la media degli utenti in
simultanea è scesa da un milione cinquecentosettantamila
a circa ottocentoquarantamila. In più, l'87 per cento di
un campione di 3000 intervistati ha dichiarato che se avrà
luogo l'introduzione da parte di Napster di una quota per l'utilizzo
del sistema farà utilizzo di altri servizi di condivisione
di file audio. Questo atteggiamento dei consumatori potrebbe rivelarsi
pericoloso per il servizio appena delineato dall'accordo con MusicNet.
Una versione di Napster a due livelli potrebbe esporre i consumatori
a due sistemi di sicurezza separati, visto che sia Napster sia
MusicNet lavorano con differenti tecnologie antipirateria di loro
proprietà (11).
E l'intesa con Bmg di cui si accennava in precedenza? Al di là
dell'intesa con il sito web CdNow, di proprietà Bertelsmann,
che risale al febbraio scorso, fonti non confermate asseriscono
che nel caso in cui Napster riuscisse a realizzare un servizio
legale e sicuro, Bertelsmann sarebbe disponibile a rilevare la
maggioranza della proprietà della compagnia e a far cadere
definitivamente la causa in tribunale.
Dall'ira dei giudici verso i ripari tecnologici
I filtri per titoli, come abbiamo visto, si sono rivelati decisamente
inefficaci ma pare finalmente profilarsi una nuova soluzione per
merito della Loudeye Technologies. Il meccanismo di funzionamento
del sistema, denominato "digital fingerprints", appare
relativamente semplice: ai brani da tutelare vengono apposte delle
"impronte digitali" che ne permettono l'identificazione
attraverso il confronto delle frequenze d'onda con i brani in
circolazione. Se dal confronto si evince che il pezzo scelto risulta
protetto dai diritti, questo viene immediatamente cancellato.
Il meccanismo non farebbe una grinza, ma bisogna considerare il
fatto che i differenti fattori di compressione possono cambiare
leggermente il suono e quindi rendere il sistema inefficace. Cominciano
i test che si profilano lunghi e complicati, viene data notizia
di una collaborazione in corso (12).
Intanto l'emorragia di utenti che Napster subisce continua ad
aumentare, a favore della concorrenza: i più accreditati
sembrano essere Aimster, AudioGalaxy, l'israeliano iMesh, il già
citato Gnutella, con i suoi due software BearShare e l'acclamato
LimeWire che risulta anche essere il primo client (13)
per lo scambio di file sviluppato completamente in Java (14),
Open Nap Network e infine Kazaa - Music City Morpheus. Nessuno
di questi utilizza dei filtri per la tutela dei diritti d'autore.
I primi tre sono decisamente simili a Napster per meccanismo di
funzionamento, nel senso che si avvalgono di un server centrale;
oltre ad avere un'interfaccia molto indovinata, sono facili da
usare e hanno mediamente circa due/trecentomila utenti. Qualcuno,
come AudioGalaxy, comincia ad avere problemi di sovraffollamento
e quindi si riscontra una certa lentezza nell'utilizzo; secondo
i dati forniti da Nielsen/Net Ratings, il numero di visitatori
del sito è cresciuto dai 477 mila circa di aprile al milione
scarso del mese successivo; l'aumento imprevisto ha causato problemi
al server, rallentando i servizi (15).
Gli altri hanno la caratteristica di essere peer to peer perfetti,
il che li rende decisamente inespugnabili da un punto di vista
legale. Senza un server centrale identificabile da cui passano
tutti i brani, qualunque utente diventa effettivamente un server.
Il fatto che comunque nessuno di questi spicchi davvero il volo
in termini di utenti indica che dal punto di vista di costoro
vi è una certa uniformità delle tipologie di servizi
offerti; le differenze riguardano semplicemente i tempi utilizzati
per lo scaricamento dei brani. Una eccezione importante è
l'Open Nap Network che, supportando un software denominato Napigator,
frammenta l'utenza in una rete interna estremamente veloce ed
efficace (16).
In buona sostanza, dunque, sembra non essere ancora arrivato l'erede
di Napster.
È ufficiale, Napster cambia corso
Arriva finalmente l'annuncio ufficiale: è finito il periodo
della musica gratuita, Napster diventa un servizio a pagamento.
Il prezzo indicato oscillerebbe fra i 7 e i 14 dollari (ma qualche
tempo dopo verrà indicato attorno ai cinque). In una conferenza
stampa tenuta a Londra, i dirigenti della società annunciano
le nuove intenzioni in concomitanza con l'ufficializzazione di
un accordo commerciale, negoziato grazie all'Associazione dei
musicisti indipendenti (AIM), secondo il quale i brani in catalogo
di circa 150 etichette indipendenti europee, tra le quali le scuderie
di artisti del calibro di Moby, Belle and Sebastian e gli irlandesi
Ash, diventeranno disponibili per gli utenti di Napster dietro
abbonamento, fermo restando però che non potranno masterizzare
le tracce su cd e la qualità audio dei brani sarà
ridotta. Ci vorranno almeno quattro mesi perché l'intesa
riesca a concretizzarsi, ma entrambe le parti si dicono molto
soddisfatte (17).
Purtroppo la gioia dura poco, arrivano altri guai: all'udienza
di mercoledì 11 luglio il giudice Patel ordina alla creatura
di Shawn Fanning l'interruzione del servizio. Sebbene l'azienda
avesse garantito che con il nuovo sistema approntato si potesse
garantire un'efficienza vicina alla perfezione, con soli 174 brani
scoperti fuori legge su oltre 950 mila, il giudice impone una
tolleranza zero quantomai letterale: un solo brano è sufficiente
per interrompere il servizio. In più la Patel invia dalle
parti di Redwood City un tecnico da lei nominato, A. J. "Nick"
Nichols, il cui compito sarà quello di controllare il lavoro
realizzato da Napster assieme allo staff tecnico di Loudeye e
consigliare eventuali miglioramenti. In un documento di novantasei
pagine consegnato qualche tempo dopo alla corte federale in cui
l'azienda dimostra i suoi buoni propositi e le ingenti risorse
utilizzate per garantire la legalità (uno staff di 40 ingegneri,
investimenti per due milioni abbondanti di dollari), Nichols verrà
pesantemente accusato di compiere il suo lavoro in maniera sin
troppo zelante, ben al di là di quanto prescriva il suo
ruolo di technical advisor (18).
Il "black-out" del sito erà già cominciato
dai primi di luglio, ufficialmente per via di miglioramenti tecnici
in corso. In più da qualche tempo i problemi di utilizzo
erano diventati enormi: verso la fine di giugno Napster aveva
rilasciato la versione 10.3 del software che, tentando di integrare
i nuovi filtri, rendeva assolutamente inutilizzabile le versioni
precedenti, cancellando anche brani non registrati negli elenchi
pubblicati dalle case discografiche. I numeri di Webnoize parlavano
chiaro ancora una volta: i ventuno file condivisi per persona
nello scorso maggio erano scesi ad uno, quasi tutti i brani sono
scomparsi nel nulla, gli utenti sono scesi da ottocentoquarantamila
ad un massimo di centocinquantamila. È un disastro epocale
per l'inservibile Napster, i tempi dei milioni di utenti sembrano
sideralmente lontani. Non ci scordiamo che, secondo uno studio
pubblicato dalla PC Data, circa il 25 per cento degli utenti internettiani
dell'intero pianeta ha scaricato in vita sua almeno un brano da
Napster (19).
La vendetta delle case discografiche si è concretizzata
nella maniera più rigida; ma può finire così
rovinosamente quello che sembrava un gigante inespugnabile?
Certo, si registra pochi giorni dopo una sentenza della 9th Circuit
Court of Appeals di San Francisco che blocca quella del giudice
Patel, ridando un po' di fiato alla società. I giudici
argomentano l'intervento asserendo che riconoscono il fatto che
non ci si trovi davanti ad una scienza esatta, per cui è
pensabile che un minimo di tolleranza sia mantenuta. Ma la sostanza
non cambia, l'unico elemento rilevante è la ripetuta difformità
di vedute fra due segmenti diversi della giustizia americana,
l'uno più rigido, l'altro lievemente più accomodante:
per la seconda volta una sentenza del giudice viene bloccata pochissimo
tempo dopo la sua esecuzione. Forse si tratta di questioni di
lobby e amicizie influenti, forse di prassi differenti nell'applicazione
delle norme. Non sta a noi scoprirne le ragioni, quello che ci
interessa è che l'azienda naviga davvero in brutte acque.
La nuova udienza è fissata per il 9 Agosto (20),
Napster intanto sceglie di rimanere "spenta".
Non pochi si sono chiesti se il fenomeno Napster e affini abbia
influito sul volume di vendite dei cd: le cifre sono assolutamente
discordanti, con fonti che parlano di una diminuizione del giro
d'affari attorno al 5 per cento (21)
e altre che addirittura parlano di un lieve aumento del volume
complessivo delle vendite: nell'estate del 2000, la Wharton Business
School of Administration ha pubblicato una ricerca che ha fatto
scalpore, dove si sosteneva che lo scambio di mp3 non danneggia
le case discografiche e anzi incrementa la vendita di cd. Con
precise statistiche dimostravano che chi scarica musica dal web
continua ad acquistare i dischi o addirittura ne compra di più
(22).
Probabilmente per avere dati più affidabili dovremo attendere
all'inizio dell'anno prossimo. Le variabili da considerare sono
veramente tante, non ultime il fenomeno dilagante dei masterizzatori,
per mezzo dei quali è possibile creare copie dei cd a prezzi
irrisori e il fatto che la condivisione di file audio riguarda
in particolare la Popular Music, molto meno la musica "culta"
europea e afroamericana: per questa ragione sarebbe importante
comparare i singoli settori per poter avere un'idea più
ampia e attendibile.
Il nuovo amministratore delegato di Napster, Konrad Hillbers,
già ad AOL e a Netscape Communications, ha sostanzialmente
confermato le strategie approntate in questi mesi dalla società:
il corso ormai legale di cui sopra, l'accordo con MusicNet, uno
nuovo con l'etichetta indipendente Zomba, per la quale hanno inciso
Britney Spears, R. Kelly, Jazzy Jeff & The Fresh Prince e
molti altri. Davvero poche le novità, vale a dire un certo
interessamento per i brani messi fuori catalogo dalle etichette
e l'inedito riconoscimento dei diritti delle case discografiche
(23).
Hillbers sa bene che Napster si deve ancora guadagnare la salvezza,
vale a dire la pioggia di miliardi che arriverà da Bertelsmann
se le controversie si risolveranno.
Un elemento del tutto nuovo, questo sì davvero interessante,
è la messa in cantiere di un nuovo formato audio, il NAP
che a dire dell'azienda diventerà il sostituto di Mp3.
Tuttavia le notizie rilasciate al proposito sono scarse, bisognerà
attendere del tempo per capire di che cosa si tratti precisamente
(24).
Musica in rete, cosa succederà?
E giungiamo all'oggi. La società americana sta portando
avanti un patteggiamento con le case discografiche, riconoscendo
cifre ammontanti a circa 26 milioni di dollari per avvenute violazioni
di diritti. in più, è tuttora in corso una trattativa
con la National Music Publishers Association per l'uso futuro
di circa 700 mila brani coperti da copyright. Si tratta di un
affare da circa dieci milioni di dollari.
La domanda che ora tutti si pongono è questa: Napster
è inattiva da mesi, i suoi fruitori sono tutti emigrati
altrove per scambiarsi i brani in santa pace senza alcun filtro.
Perché mai dovrebbero ritornare, perdipiù pagando
un abbonamento? Mistero. Eppure i dirigenti dell'azienda credono
molto in questo progetto, dicono di essere certi del fatto che
sarà un grande successo trainato dall'indiscutibile e popolarissimo
marchio di fabbrica. Grazie al finanziamento di Bertelsmann ormai
sbloccato, l'azienda di Redwood City sta spendendo fino all'ultimo
cent in ricerca e sviluppo, anticipi alla AIM (quattro milioni
di dollari per conferire una certa sicurezza agli autori) e risoluzione
di contenziosi (25).
Eppure, le possibilità di riuscita sono minime perché
i vecchi fan hanno ormai ormeggiato in porti franchi a prova di
bomba, che nessuno è ancora riuscito a scalfire. Concludendo,
le case discografiche avranno sì costretto Napster ad una
resa, ma i suoi nipotini sembrano veramente imbattibili. Sarà
meglio per loro che si inventino nuovi servizi, perché
il diritto d'autore sembra essere finalmente morto. Nothing
lasts forever...
Note finali
Ringrazio per la cortese collaborazione e assistenza Pier Luigi
Capucci, direttore di Noema e Massimiliano Neri, preziosissimo
dispensatore di consigli e suggerimenti ormai da lungo tempo.
Le fonti:
www.thestandard.com
www.hotwired.com
www.cnet.com
www.redherring.com
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