|
Caso Microsoft. Il DoJ come 50 anni fa?
Le sventure di Gates assomigliano molto a quelle accadute all'industria
cinematografica USA nel '48. Dal sito web del Mises Institute
un'analisi "futurologica"
a cura di Francesco
Cisternino
(pdf,
20 Kb)
Che non sia solo Microsoft l'unica azienda ad essere incappata
nelle dell'antitrust americana lo sappiamo certamente tutti; ciò
che ben pochi potrebbero ricordare è che un caso misteriosamente
speculare a quello odierno è accaduto anni e anni fa e
l'imputato, anzi gli imputati, erano le major dell'industria cinematografica.
Ed ebbero la peggio. Mark Thornton, adjunct scholar del prestigioso
Mises Institute e docente di Economia alla Columbus State University,
ripercorre l'inedito parallelo con maestria ed efficacia.
Ma ricapitoliamo brevemente i fatti più recenti. Dopo
il pronunciamento della Corte Distrettuale, che ha chiaramente
indicato lo spaccamento della Microsoft in due tronconi, uno per
i sistemi operativi e l'altro per le applicazioni, si attende
ora il responso della Corte Suprema la quale, a sua volta, potrà
rigettare la sentenza espressa o confermarla, anche parzialmente.
La lentezza con la quale sembra arrivare la decisione fa ben sperare
coloro i quali si dicono contrari alla divisione.
Per comprendere il motivo per cui potremmo considerare questa
come una vittoria per i consumatori, il Prof. Thornton prende
un caso di 50 anni addietro, quando la Corte Suprema giocò
un ruolo chiave nella divisione dell'industria cinematografica.
Quella che segue è un'ampia sintesi di un lungo articolo
pubblicato nel sito web www.mises.org.
Due decenni prima del periodo della "grande depressione"
la competizione nel settore cinematografico era divenuta pesantissima:
solo pochi studios erano riusciti a imporsi, diventando i "dominatori"
del settore. Attraverso di essi, però, milioni di americani
scoprirono il grande cinema e da quel momento in poi, come i corrispondenti
contemporanei hanno scoperto il computer in casa e relativi programmi,
non aspettavano altro che novità.
Negli anni trenta il business cinematografico si stabilizzò
nel più grande mezzo mai creato per fare film: lo "studio
system". I film prodotti in questo periodo sono qualitativamente
molto più elevati rispetto a quelli prodotti dopo le scissioni
causate dal dipartimento di giustizia americano. L'anno 1939 rappresentò
il picco con titoli leggendari come "Via col vento",
"Cime tempestose" e "Il mago di Oz", tutti
in gara per l'Oscar.
Le case principali lottavano le une contro le altre per stringere
accordi con chiunque fosse possibile farne. Ciò venne a
implicare alcune misure di sicurezza finanziaria per tutti i soggetti
coinvolti. Non vi erano comunque barriere all'ingresso nell'industria
cinematografica, così decine di produttori indipendenti
(tipo Walt Disney) lavorarono in competizione e raggiunsero una
quota di mercato.
Lo studio system era in fondo il risultato di un possesso e di
una contrattazione a lungo termine che permise agli imprenditori
di compiere quegli investimenti necessari per lo sviluppo di prodotti
innovativi e qualitativamente superiori. Agli attori, ad esempio,
venivano offerti dei contratti artisticamente liberi che spesso
garantivano una formazione gratuita, lezioni di danza e di impostazione
vocale e certe clausole morali che stavano a proteggere le loro
carriere così come gli investimenti degli studios. Ciascun
cineoperatore era anche valorizzato e incoraggiato attraverso
un sistema di contratti a lungo termine.
Più importanti erano i cinema stessi, che costituivano
più del 95 per cento degli investimenti complessivi; gli
studios ne mantenevano la proprietà al fine di controllare
l'ambiente in cui i loro prodotti venivano poi fruiti. Le società
cinematografiche eseguirono delle raffinate ricerche di mercato
per costruire delle sale che potessero risultare architettonicamente
ed esteticamente piacevoli nelle città. Questi accorgimenti
dettero vita alle sale più belle e più grandi mai
costruite (solo nel 1928 ne furono costruite 2550), con tutte
le particolarità possibili (l'investimento medio per sala
decuplicò fra il 1920 e il '29), includendo bevande e cibi
a basso prezzo.
Nel 1938, su sollecitazione dell'amministrazione Roosevelt e
di certe sale indipendenti particolarmente seccate, la Federal
Trade Commission dette il via ad un'indagine sulle più
grandi case cinematografiche USA. La pubblica amministrazione
americana sfidò le major (Paramount, Loew's, RKO, Warner,
la 20th century fox), imputate nella fattispecie di formare una
sorta di cartello al fine di monopolizzare l'industria cinematografica
(sebbene, in realtà, le case suddette producessero meno
della metà dei film in circolazione).
Sospesa per via della guerra, la causa venne riesumata nel 1944.
Dopo una fase investigativa massiccia ed un folle tentativo da
parte dell'industria di provare la falsità delle accuse
attraverso una ristrutturazione veramente discutibile, una corte
distrettuale newyorkese affondò la mannaia. La sentenza,
datata 1948, ritenne illegittimo il fatto che le case fossero
proprietarie anche delle sale perchè attraverso di esse
avevano monopolizzato le prime visioni dei film più importanti;
per mezzo di contratti a lungo termine con attori e operatori
di vario tipo avevano raggiunto l'esclusiva dei migliori talenti;
con la vendita "a scatola chiusa" di film mai visti
prima stavano evidentemente compiendo una pressione indebita sulle
sale e mettevano in difficoltà gli altri soggetti minori
presenti sul mercato. Venne proposta una partizione molto simile
a quella invocata dal giudice Thomas Penfield Johnson contro Microsoft.
La produzione cinematografica (paragonabile al sistema operativo)
dovette dividersi dalla proiezione (paragonabile alle applicazioni).
La Corte Suprema sostenne la decisione pedissequamente e costrinse
la bellezza di sette studios a privarsi delle proprie sale.
L'ultima cessione è stata effettuata diversi anni dopo,
nel 1957. L'amministrazione a stelle e strisce, togliendo la proprietà
agli studios, aveva divelto un modello industriale rinomato nel
mondo.
I sospetti di accordi irregolari per licenze denunciati all'epoca
sono molto simili alle accuse poste nei confronti di Microsoft.
Come nel caso dell'industria del software, il business di cui
sopra era nato su di una superiorità tecnologica. Entrambe
le industrie avanzavano speditamente con uno spirito imprenditoriale
ampiamente libero da interferenze. In entrambi i casi, sono stati
i competitori dei soggetti maggiormente in auge che hanno causato
o incoraggiato l'intervento governativo.
All'epoca della decisione della Corte, ognuno prevedeva che in
questo modo la qualità, la consistenza e la reperibilità
dei film non potessero che aumentare e i prezzi sarebbero certamente
scesi. E' avvenuto l'esatto contrario: dal 1955 il numero dei
film prodotti era diminuito del 25 per cento. Più di 4200
sale (il 23 per cento del totale) avevano chiuso la saracinesca.
Per un quarto di secolo o più la qualità dei film
e della recitazione è andata scemando mentre i più
imponenti cinema sono andati in rovina sostituiti dalla televisione,
deprimente e piatta.
Al posto delle gloriose sale sono arrivati i drive-in, protagonisti
di un boom vero e proprio, i quali però sono noti soprattutto
per la scarsa qualità video e audio. La ragione appariva
chiara: in essi si riuscivano a stipare fino a 2500 persone in
un'unica proiezione, rendendola particolarmente redditizia. Ci
furono delle eccezioni al malessere dei 50 e dei 60. Alfred Hitchcock
tentò di ridar vita allo studio system e i suoi film hanno
dato prova di essere dei classici senza alcuna ombra di dubbio.
Ma la sua impresa dall'enorme successo venne distrutta e la causa
fu, guarda caso, l'antitrust che nel 1962 lo mise al muro.
Oggi l'industria cinematografica si è reinventata attraverso
un fondamento costituito da grossi studios indipendenti e teatri
multisala che supportano tecnologie avanzate e poltrone ultracomode.
Ciò farebbe pensare ad una nuova età dell'oro per
Hollywood, ma cinquant'anni di attesa per coniugare qualità
dei film a condizioni di fruizione ottime sono stati decisamente
troppi.
Una separazione di Microsoft come quella che si sta venendo a
profilare porterebbe ad una spinta imprenditoriale molto più
blanda sia da parte dell'azienda stessa, sia dalle società
che da essa deriveranno e da eventuali altre aziende leader. La
velocità d'innovazione rallenterebbe e la qualità
dei prodotti andrebbe a diminuire. Ci si potrebbe trovare ad esempio
di fronte a maggiori problemi di compatibilità fra i differenti
standard e non pare improbabile che si gettino con imponenza sul
mercato parecchi competitori con prodotti scarsamente affidabili.
Gli sviluppatori di software affronterebbero rischi ben peggiori
e sarebbero meno abili nel prevedere le configurazioni dei nuovi
prodotti e i tempi d'introduzione degli stessi. In più,
diventa legittimo aspettarsi un aumento dei prezzi, così
come era accaduto per i film.
Anche se la Corte Suprema disattendesse il responso del giudice
Jackson, quest'ultimo e il Dipartimento di Giustizia hanno già
creato un danno incalcolabile. Molti prodotti importanti e scelte
di mercato sono ora eseguite (o vietate) dagli uffici legali delle
grosse aziende piuttosto che dagli imprenditori. Forse con la
scelta da parte della Corte Suprema di non dare un'accelerata
al caso Microsoft, la tragedia di ciò che avvenne nel settore
cinematografico non si ripeterà nell'industria del software.
(La traduzione e l'editing sono stati curati da Francesco Cisternino
per Noema)
|