Tecnologie del vivente (3)
Pier Luigi Capucci
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[Testo originariamente pubblicato in Mario Morcellini, Michele Sorice (a cura
di), Futuri immaginari, Roma, Logica University Press, 1998]
d.
Note
sul tramonto
dellanalogico:
il
caso
della
fotografia
digitale Di pari passo con la rapida evoluzione dellinformatica, il digitale sta
velocemente sostituendo lanalogico nella gestione, nel trattamento e
nellarchiviazione delle informazioni, nella produzione di immagini. Alcuni
settori sono ancora al di là delle sue capacità ma è solo
questione di tempo. Anche la fotografia tradizionale sta per essere investita
da questa trasformazione: nellarco di un paio danni i maggiori
produttori del mondo, non solo nel settore ottico, stanno investendo risorse
nel mercato della fotografia digitale.
Interessanti sono i costi e il tipo di pubblico a cui questa
nuova produzione è destinata.
Non si tratta più di macchine da studio o da campo per professionisti
dellimmagine, il cui costo è di decine di milioni di lire, bensì di
macchine amatoriali il cui costo inizia ad essere paragonabile a quello dei
comuni apparecchi fotografici. In poco più di un anno sono entrati nel
mercato, spesso con più di un modello, marche blasonate e altre del
tutto sconosciute: Nikon, Kodak, Apple (che aveva già messo in commercio
un modello qualche anno fa), Polaroid, Sony, Canon, Minolta, Casio, Olympus,
Fuji, Epson, Ricoh, Toshiba, Agfa, Logitech, Dycom, Sound Vision e Chinon (e
altri produttori sono in procinto di farlo). Si noti che circa un terzo di
queste case, anche molto famose, non ha tradizioni nel settore fotografico.
Dunque cosa cè dietro a questa mobilitazione? Cosa spinge delle
aziende a entrare in un settore in cui non hanno esperienza? Il fatto che non
si tratta solo di fotografia.
Anche se qualche modello ha un design originale, la forma di
una fotocamera digitale è del tutto simile a quella di una macchina fotografica tradizionale.
Automatica o non, con o senza flash, cè un dispositivo ottico,
un mirino (che in alcune è un piccolo schermo a cristalli liquidi) in
cui inquadrare lobiettivo e un pulsante da premere. La novità sta
nel fatto che a registrare le immagini non è il solito rullino, da portare
a sviluppare e stampare per avere foto su carta o diapositive, ma un sensore
elettronico (CCD) che converte i fotoni in bit. Quando si preme
il pulsante lotturatore si apre, la luce investe i minuscoli elementi fotosensibili
del sensore, che producono correnti elettriche di intensità proporzionale
alla quantità di luce che li colpisce. Questi segnali sono quindi convertiti
in formato digitale e immagazzinati nella memoria della fotocamera (di tipo flash
memory o schedina PCMCIA). Le immagini vanno trasferite in un computer
e viste sul monitor, possono essere modificate con programmi di grafica
in dotazione alla fotocamera e stampate normalmente. I modelli più interessanti,
tuttavia, consentono di collegare la fotocamera direttamente a una stampante
o al televisore, oppure di aggiungere commenti vocali alle immagini.
Che cosa cambia rispetto alla fotografia tradizionale? In primo
luogo, evidentemente, i costi: quelli del rullino, di sviluppo
e di stampa, delle
copie, sono eliminati.
Una volta acquistata la fotocamera le foto sono gratuite, è possibile
farne quante si vuole. In alcuni modelli si può vedere il risultato
subito dopo lo scatto direttamente dalla macchina e, premendo un pulsante,
cancellare le immagini che non piacciono. Di quella foto, inoltre, senza alcun
costo aggiuntivo, si possono fare un numero infinito di copie tutte esattamente
identiche alloriginale, mentre nella foto analogica le copie non sono
mai del tutto identiche, alloriginale e tra loro. Nel digitale la differenza
tra copia e originale è priva di senso: al più può essere
usata in senso strumentale, per indicare una cronologia: unimmagine che è venuta prima di
unaltra.
Produrre immagini fotografiche diviene quindi molto più semplice ed
economico. Dato che non è più necessario il laboratorio del fotografo,
i tempi e i costi di sviluppo e stampa si annullano, avvantaggiando la fotografia
digitale in ambiti che vanno dal giornalismo (in cui tra laltro si risparmia
anche il tempo di digitalizzazione delle immagini per la pubblicazione) alleditoria
digitale, dalluso documentario a quello amatoriale. Poiché la
fotocamera può essere collegata al video o al televisore è possibile,
anche per il professionista, realizzare velocemente presentazioni dove inserire,
accanto alle foto, immagini prodotte col computer, riversate nella memoria
della fotocamera, magari con laggiunta di commenti sonori (alcuni modelli
consentono già queste possibilità). Grazie al digitale, il campo
della fotografia conosce nuove e inaudite possibilità.
I lati negativi risiedono in primo luogo nella qualità delle immagini,
che nelle fotocamere a scopo amatoriale è ancora inferiore a quella
degli apparecchi tradizionali. Tuttavia, nonostante sia tecnologicamente arduo
ridurre le dimensioni degli elementi fotosensibili del sensore a quelle dei
granuli dei sali dargento delle pellicole tradizionali, il miglioramento
dei sensori appare questione di tempo. In secondo luogo, molti modelli devono
essere collegati a un computer per vedere o stampare le immagini, anche se
lorientamento dei produttori è quello rendere la fotocamera autosufficiente.
Quelli più recenti, infatti, oltre a poter essere collegati a monitor
televisivi, possono pilotare direttamente, senza bisogno di cavi (mediante
infrarossi), stampanti ad hoc, le Personal Digital Photo Printers,
capaci di produrre immagini di elevata qualità e dal costo dellordine
di qualche centinaio di dollari.
Lobiettivo dei produttori di fotocamere digitali amatoriali non è il
mercato degli utenti di computer ma quello, ben più ampio, consumer,
in uno scenario di autonomia operativa, di fai da te generalizzato
e di personalizzazione della domanda più o meno assecondato da tutti
i media (video, informatica, telefonia, telematica, televisione, Internet
).
Le fotocamere digitali della prossima generazione, quindi, saranno poco costose,
facili e divertenti da usare, ma in grado di produrre immagini di qualità.
Aumenteranno la capacità di memorizzazione, anche utilizzando algoritmi
di compressione più efficienti, miglioreranno il consumo di energia
e la capacità delle batterie, il software di gestione e la possibilità di
collegarsi ad altri dispositivi (come stampanti e monitor televisivi). Infine
occorrerà prevedere dispositivi di archiviazione delle foto digitali
capienti e semplici da usare, con la possibilità di visualizzare le
immagini e di stamparle senza bisogno del computer. Saranno più autonome,
più pratiche da usare persino degli apparecchi automatici tradizionali.
Così lutente, volendo, potrà portare la sua personal
camera sempre con sé.
Lavvento della fotografia digitale consente di compiere alcune considerazioni
di ordine generale. Per almeno un secolo e mezzo la fotografia analogica ha
rappresentato il modo più facile, economico e popolare di produrre immagini.
Ora, per la prima volta, questo dominio è seriamente minacciato dalla
foto digitale. Parlando il linguaggio digitale la nuova fotografia si inserisce
perfettamente nel principio di codifica che sta ormai alla base della produzione
di documenti, artefatti, comunicazioni, dei modi di gestione delle informazioni.
La dimensione simbolica audiovisuale è già in gran parte digitale
o sta per essere digitalizzata. Dal punto di vista del trattamento delle informazioni
il digitale ha colonizzato la produzione sonora, sta per colonizzare le varie
forme di televisione, gli audiovisivi e il cinema, deve solo superare qualche
limite tecnico per macinare la grande quantità di dati coinvolta in
queste forme di comunicazione.
La fotografia digitale fa parte dellormai numerosa popolazione degli
strumenti digitali di cattura delle immagini (il termine è tecnico),
che vanno dagli scanner alle videocamere, dai dispositivi di riconoscimento
alle telecamere per uso amatoriale, professionale e industriale, tutti basati
sullo stesso principio di funzionamento a sensori, con caratteristiche spesso
simili, che stanno facendo tendere a zero il costo delle immagini. Col digitale
sfumano le peculiarità della fotografia analogica, il suo essere documento,
il suo valore residuo di monumento che, nonostante la caducità del supporto
e della figurazione, la distingueva dallimpermanenza delle altre immagini.
In linea di principio la fotografia digitale mantiene la referenzialità dellimmagine
(senza un oggetto o un evento reale non si ha fotografia), ma rende questo
carattere più incerto, perché, come tutte le immagini digitali, è facilmente
modificabile (questo è, appunto, il genio del digitale).
Limmagine
fotografica digitale non è, come quella analogica, definitiva,
realizzata una volta per tutte e immodificabile. Al contrario, è stata
pensata proprio per essere elaborata, per produrre divertimento grazie alla
sua elaborazione mediante il software in dotazione alla fotocamera.
Alla foto analogica resta ancora il vantaggio di produrre immagini
di maggiore qualità, per impieghi più sofisticati, immagini che richiedono
più perizia e rigore, più costose ma anche più durature,
resistenti al processo di numerizzazione, di semplificazione. In questo cambiamento
di paradigma la fotografia analogica ritrova un legame con la sua antica rivale,
la pittura. Forse un giorno, così come i nostri padri cercavano nel
dipinto una nobilitazione, lapparizione unica di una lontananza [6],
i nostri figli ricercheranno nella foto analogica leco di unirriducibilità,
di una permanenza o di unestetica che non potranno trovare nelle nuove
immagini.
4. Verso un pensiero globale
a. Il modello biologico
Le trasformazioni in atto ci trovano spesso impreparati. Nuovi strumenti di
conoscenza e di espressione emergono rapidamente e si affiancano a quelli
tradizionali. Accanto alle culture del libro, nuovi media, come per esempio
quelli ipertestuali e della realtà virtuale, creano ulteriori
possibilità di conoscenza e di comunicazione. Questi strumenti,
denominati genericamente tecnologie cognitive, chiamano in
causa modalità cognitive legate a facoltà percettive e
sensoriali trascurate eppure fondamentali. Attraverso i nuovi strumenti
ritornano in gioco le possibilità cognitive del corpo, così lontane
dallapproccio, mentale e razionale del libro. Le tecnologie imperniate
sulla multimedialità, sulla polisensorialità, sullinterattività,
sullimpiego di capacità sensomotorie e cinestetiche, stanno
integrando vaste facoltà del corpo legate alla dimensione percettivo-motoria allinterno
della dimensione simbolica. Recuperano lintelligenza del
corpo, dimensioni cognitive fisico-corporee più complesse
e globali.
Oggi, tuttavia, è qualcosa di più delle semplici abitudini che
sta cambiando, è un modo più generale di sentire e interpretare
il mondo. Levoluzione tecnologica è giunta a un livello tale di
complessità che il comportamento di un numero crescente di artefatti,
anche di uso comune, appare sempre più simile a quello degli organismi
viventi. Pensiamo agli agenti intelligenti, che possono evolversi,
imparare, riprodursi, ai virus informatici, agli algoritmi derivati dalla vita
artificiale, ma soprattutto alle capacità gestionali e autoregolative
di uninfinità di dispositivi e sistemi intelligenti che
ormai pervadono la nostra quotidianità (computer, elettrodomestici,
autovetture, videogiochi
). Vi è attenzione e sensibilità verso
i fenomeni naturali, verso lambiente e le altre specie animali.
Si è sviluppato un interesse diffuso intorno alle discipline biologiche,
si sono aperte discussioni intorno alle questioni della clonazione. Il Progetto
Genoma sta proseguendo la mappatura del patrimonio genetico umano, dando per
la prima volta a una specie la capacità e il potere di riprogrammarsi agendo
direttamente sulla sua memoria a lunghissimo termine.
A un modello meccaniscistico e ai suoi ibridi si sostituisce
un modello a base biologica. Il primo si fonda su macroprocessi
interamente fondati sullesperienza
umana del reale, quindi con unautopoiesi e unautodeterminazione
limitate, con modeste capacità di apprendimento. Il modello biologico,
invece, si fonda su esperienze, conoscenze e potenzialità molto più generali,
tipiche di tutti gli organismi viventi, non è basato sullesperienza
del reale ma sulla sua essenza. È impensabile replicare tutta la conoscenza
e la memoria di una cellula in dispositivi di altro tipo.
Macchine intelligenti, materiali intelligenti, ambienti intelligenti, intelligenza
artificiale, agenti intelligenti, vita artificiale,
robotica, bionica
, enfatizzano negli artefatti la dimensione della vita,
dellessere. Naturalmente ciò non significa affatto che si produca
qualcosa di intelligente. Bisogna infatti diffidare delluso
di questo aggettivo, sia perché è stato spesso e presuntuosamente
associato a capacità soltanto umane, come quelle simboliche, escludendo
quindi tutto ciò che umano non era, sia perché noi non conosciamo
in assoluto cosa sia lintelligenza. Sappiamo, tuttavia, che
la capacità simbolica non può costituire il metro dellintelligenza,
se non in maniera del tutto relativa alluomo (analogamente a come, per
esempio, lagilità è lintelligenza del
ghepardo, o lolfatto è quella del piccione). E che, nella sventura
di un inquinamento nucleare, lo scarafaggio potrebbe rivelarsi lanimale
più intelligente, perché è una delle rare
specie in grado di sopravvivere e adattarsi a quellambiente. Lintelligenza
come peculiarità antropica è ormai unimmagine oleografica.
Ogni specie ha delle caratteristiche particolari e una storia
evolutiva che le hanno consentito di giungere fino ad oggi, sviluppando
quelle
abilità che
lhanno avvantaggiata nei confronti dellambiente. La nostra cultura
inizia a provare rispetto, persino ammirazione, verso questa alterità,
al punto di tutelarla. Si comincia a percepire lestinzione di una specie
non più solo, in maniera romantica, affettivamente, come la fine della
vita di un individuo o di un gruppo di individui, ma sempre più come
la fine di un sapere, maturato nel volgere di milioni di anni,
di cui quellindividuo e quella specie sono gli unici depositari. Un sapere perduto
per sempre, un patrimonio esclusivo di informazioni che avrebbe potuto essere
prezioso, se non fondamentale, per la nostra conoscenza. Noi coltiviamo questa
attenzione persino nei confronti dei virus più letali, di cui manteniamo
in vita gli ultimi ceppi isolati in laboratori blindati.
Dunque, in linea generale, intelligente applicato agli artefatti
umani significa che questi artefatti, sotto certe condizioni, possono esprimere
comportamenti analoghi a quelli degli organismi viventi. Ma perché questa
ammirazione per le abilità del vivente?
b. Lammirazione
del vivente e la perdita del centro
Grazie alla capacità simbolica abbiamo cercato di carpire il sapere
del mondo. Da sempre, dalla natura, abbiamo tratto insegnamenti. Gli oggetti,
gli artefatti, le conoscenze, gli universi che abbiamo immaginato e creato,
imitano forme, funzioni, dinamiche, fenomeni e contenuti della natura. La natura è stato
il nostro (unico) modello, ci ha fatto ciò che siamo e ci ha ispirato.
Con la crescita della complessità degli artefatti i modelli sono divenuti
i meccanismi stessi del vivente. Rispetto a quelli teorizzati, questi modelli
sono migliori, più efficienti: hanno superato prove fin dalle origini
della vita. Hanno esperienza del mondo. Nel ricostruire il vivente il
miglior modello è il vivente stesso. Oggi siamo in grado di realizzare
macchine e sistemi complessi, autonomi, capaci di svolgere molte funzioni,
in grado di auto-organizzarsi e autoregolarsi, di imparare. Ma abbiamo capito
che se le nostre ipotesi coincidono teoricamente con questi modelli, essi tuttavia
superano ancora largamente i risultati delle nostre conoscenze se manca loro
lesperienza del reale, la vita. Deep Blue ha per la prima volta sconfitto
il campione mondiale umano di scacchi, ma i migliori robot sono di gran lunga
meno efficienti degli insetti.
Anche nellevoluzione delle macchine e della loro intelligenza,
dunque, la natura ha il riconoscimento di primità. I nostri
limiti, di cui siamo sempre più consapevoli, ci spingono a rispettare la natura,
ci fanno sentire deboli rispetto alla globalità delle sue dinamiche.
Comprendiamo che la natura non risiede nella sua apparenza contemplativa, né nella
sua sostanza materiale, ma nella sua operatività. Non facciamo
parte di un Regno Naturale a sé stante autonomo e privilegiato, la nostra
specie non è diversa e indipendente dalle altre ma relativa.
La nostra sopravvivenza è inestricabile da quella delle altre specie,
bisogna quindi stabilizzare e conservare lintero ecosistema. E infine
dobbiamo assumerci la responsabilità di questa conoscenza, che ci costringe
a prenderci cura dellesistente.
Lapporto tecnoscientifico e linteresse per il biologico, dunque,
da un lato segnano un nuovo stadio nellespansione delle nostre conoscenze
e capacità, sembrano porci sempre più al centro della natura
e nel cuore dei suoi processi. Dallaltro minano profondamente la centralità della
cultura umana, restituiscono la consapevolezza della necessità dellabbandono,
probabilmente definitivo, di una dimensione antropocentrica che limita la visione
del mondo a una piccola particolarità, nonostante ne faccia lunico
universale. Si tratta di un salto cognitivo e insieme evolutivo.
Con tutte le tecnologie la nostra cultura non fa altro che
interpretare, produrre, riprodurre e trasmettere la Natura. Noi
siamo natura e non possiamo
che generare
natura, anche gli oggetti e gli artefatti a cui conferiamo intelligenza, vita,
lo sono. Lesistente genera lesistente, e questo esistente è sempre
natura. Non cè che natura. A questa natura noi apparteniamo e
insieme sfuggiamo, essa ci rispecchia e nel contempo si sottrae. Siamo parte
di unavventura a cui è impossibile rubare il nostro destino o
non partecipare. In questa prospettiva lartificiale diviene
un pretesto, una dimensione strumentale che la cultura umana ha inventato per
indicare (e nobilitare) ciò che ha costruito. Ma anche lartificiale è naturale, è il
naturale peculiare della nostra specie. Se la nostra cultura non può più sostenere
la convinzione della sua estraneità e superiorità, può guardarsi
intorno con uno sguardo più lungo. Dunque, allalba del terzo millennio,
ci attendiamo un pensiero più articolato e globale.
Note
6) Walter Benjamin, Lopera darte
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