Economie dei corpi nella virtualizzazione tecnomediale
Monica Baroni
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Nel film Matrix vengono mostrati milioni di umani
collegati alla matrice da una sorta di cordone ombelicale e chiusi
in bacelli-incubatrici piene d’acqua, la cui vita serve
a generare l’energia elettrica necessaria per il funzionamento
di Matrix. La matrice come utero universale, un mega computer
che controlla ognuno di noi, nutrendosi della nostra stessa vita,
con-tenendo tutti quanti nello status di feto immerso nel liquido
amniotico. Questa immagine di Matrix va a toccare un punto nevralgico,
mostra qualcosa di estremamente suggestivo della biopolitica
nel capitalismo contemporaneo. Lo ha detto bene Zizek chiedendosi
perché Matrix abbia bisogno dell’energia umana: “la
soluzione puramente energetica è, naturalmente, insignificante:
Matrix avrebbe potuto facilmente trovare un’altra più affidabile
fonte di energia che non richiedesse la forma estremamente complessa
della realtà virtuale coordinata per milioni di unità umane.
La sola risposta congrua è: Matrix si nutre della jouissance umana” (Zizek 2003).
Zizek spiega la dinamica capitalista a partire dalla riappropriazione
lacaniana del concetto marxista di plusvalore legato a quello
psicanalitico di plusgodere, prendendo come esempio la Coca-cola,
tipica merce
del capitalismo. Afferma Zizek “proprio perché trascende
ogni immediato valore d’uso (come l’acqua, la birra
o il vino, che estinguono la sete o producono l’effetto di
appagamento desiderato), la Coca-cola rappresenta l’incarnazione
diretta dell’“IT”, del puro plusgodere al di
là di ogni soddisfazione tradizionale, della misteriosa
e sfuggente X che noi tutti ricerchiamo nel nostro incontrollato
consumo di merci” (Zizek 2000, p. 118). La chiave di questa
dinamica è il lacaniano “oggetto piccolo a” “che
esiste (o piuttosto insiste) in una specie di spazio curvo nel
quale più ti avvicini ad esso, più esso elude la
tua presa (o, più lo possiedi, più si accresce la
mancanza)” (ib. p. 121). Plusgodere e “oggetto
piccolo a” darebbero il senso del rapporto tra soggetto e merce come
di uno stato di sollecitazione permanente, continuamente in-appagato,
rivelando anche la necessaria dinamica di obsolescenza cui sono
destinate le merci e i desideri stessi, poiché solo tale
dinamica garantisce la possibilità di ri-produzione del
capitale. Obsolescenza e novità sono, dunque, i due aspetti
intrinseci della produzione capitalistica.
In questa stessa dinamica è coinvolto anche il corpo, considerato
non tanto come il corpo che consuma, ma in quanto esso stesso preso
in un processo di feticizzazione e monetarizzazione delle sue parti.
Il corpo, cioè, come ciò che ha assunto sempre di
più la trasformazione e la trasformabilità come sue
ragioni d’essere. Nella logica della novità il corpo
stesso diviene obsoleto e dunque aperto a continue trasformazioni.
Spostandoci dalla nozione psicanalitica di jouissance e
andando oltre la lettura marxista del feticismo delle merci [1]
si può dunque
considerare l’immagine di Matrix come figura dello stadio
avanzato del capitalismo, dove Matrix si nutre della jouissance umana intesa qui come la turbolenza del vivente e dove il capitalismo,
come sottolineano Parisi e Terranova, assume la forma di un “capitalismo
bio-cibernetico” (Parisi e Terranova 2000). Utilizzando una
lettura deleuziana della fase attuale del capitalismo Parisi e
Terranova si soffermano su quello che risulta essere il salto paradigmatico
dalla società disciplinare –esaminata da Foucault– alla
società del controllo. Nella società disciplinare “il
corpo sociale era solidificato intorno all’individuo e ai
suoi recinti istituzionali (prigioni, fabbriche, cliniche). La
scienza disciplinare era interessata al movimento dei solidi, oggetti
che si muovono nello spazio, ma anche alla costanza dell’energia
e al suo processo irreversibile di accumulazione e scarico. Il
corpo disciplinato è l’organismo termodinamico, l’organizzazione
gerarchica degli organi, tenuti insieme in un self, attraversato
da correnti di energia che tendono verso l’entropia e la
morte” (ib.). Dove le formazioni disciplinari cercano di
inserire le energie umane e sociali nel ciclo riproduttivo finalizzato
all’equilibrio del sistema, fallendo proprio in questo l’aspettativa
di una totale trasformazione dell’energia in lavoro, la società del
controllo riformula la questione dell’entropia insistendo
non sul versante della minaccia dell’inevitabile morte dell’universo,
ma sul vitalismo della sua turbolenza. Dopo la scoperta del DNA,
infatti, e con la nascita della cyberscienza, l’approccio
scientifico alla questione dell’entropia e delle forze del
vivente, si riconfigura sulla durata e persistenza della vita a
dispetto dell’entropia e della morte individuale e cosmologica. È in
questo cambiamento di percezione che si realizza, come sottolineano
Parisi e Terranova, il passaggio da una concezione del corpo come
sottoposto alle leggi della termodinamica, e dunque teso all’equilibrio
che equivale alla morte, a una concezione del corpo come proteso
alla durata, alla vita, dove la vita è turbolenza. È solo
modulandosi sulla turbolenza, attraverso un “management dei
flussi” (ib.), che il sistema capitalista può dare
corso al proprio desiderio di produzione infinita. Le formazioni
disciplinari non scompaiono semplicemente, piuttosto si allargano
e diffondono in modo da non lasciare nulla fuori dalla produzione.
Al pessimismo entropico della società disciplinare – dove
i corpi e il vivente possono in quanto tali essere contenuti
e solidificati in un sistema di rappresentazione atomizzante, attraverso
l’organizzazione e la chiusura delle forze del vivente
e delle forze sociali dentro gli spazi e nelle formazioni discorsive
disciplinari –, si affianca, dunque, per sostituirlo l’ottimismo
turbolento del capitalismo bio-cibernetico in cui “il potere
post-disciplinare opera in uno spazio dei flussi, uno spazio
liquido e turbolento che governa attraverso modulazione e ottimizzazione” (ib.).
Il passaggio dal corpo disciplinare al corpo turbolento, segnato
dall’emergere della cyberscienza e delle bioscienze come
riscrittura della materialità corporea attraverso l’informatizzazione
del vivente, avviene anche grazie a precise dinamiche di mercato.
Ne vediamo i risvolti nell’applicazione del marchio di proprietà sulla
materia vivente (esemplarmente con la brevettazione del genoma),
e nella complessiva mediatizzazione delle “preoccupazioni” riguardanti
la vita e il corpo, che prendono la forma di nuove mitologie del
corpo nell’eterno presente dei consumi: come possibilità,
concreta o sognata, di riprogrammare il proprio codice genetico,
di modificare i segni del tempo sulla superficie corporea, di mantenere
un corpo sano e duraturo, in un continuo differimento della morte.
Accanto alla tipica immagine da pubblicità del corpo sano,
alla tonicità dei suoi muscoli, alla lucentezza dei suoi
capelli, al sodo dei suoi glutei, alla bianchezza del suo sorriso,
all’elasticità e giovinezza della sua pelle, si costruisce,
così, simultaneamente, un’ideale discarica di rifiuti
organici fatta di grasso, rughe, peli. Corpo, dunque, come materia
corpuscolare di una poetica economia ed estetica dei rifiuti, un’estetica
del superfluo, che diventa un’etica dell’effimero,
del transitorio, del modificabile, e del sostituibile, che si tratti
di una parte del corpo o di un cellulare.
A caratterizzare l’economia bio-capitalista dei corpi è,
infatti, quella che l’antropologa Nancy Scheper-Hughes descrive
come “la percezione che il nostro corpo diventa divisibile,
che cominciamo a guardarlo con l’occhio di individuare i
doppioni, le parti di ricambio... Non si sa mai, potrei sempre
avere bisogno di venderne una, un occhio, un rene, qualunque “ridondanza”” (Scheper-Hughes
2001).
Pensando in particolare al fenomeno del traffico e del trapianto
d’organi, che può essere ritenuto un fenomeno emblematico
del capitalismo globale, Scheper-Hughes commenta:
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il
capitalismo globale e la tecnologia avanzata hanno insieme
generato nuovi “gusti” medicalmente
stimolati per i corpi umani, per il vivo e il morto, per pelle
e ossa, carne e sangue, tessuti, midollo e materiale genetico “dell’altro” (ib.). |
Il trapianto d’organi negli ultimi 30 anni è passato
dall’essere una procedura sperimentale attuata in centri
medici molto avanzati, all’essere una procedura terapeutica
abbastanza comune realizzata in cliniche ed ospedali in tutto il
mondo. Un fenomeno che sembra corrispondere a quello che Scheper-Hughes
descrive come un bisogno creato artificialmente, inventato da esperti
di trapianti davanti a quella che appare come una sempre più estesa
popolazione che invecchia, si ammala e muore (cfr. Scheper-Hughes
2001).
A cosa si deve questa percezione di un corpo “divisibile”,
modificabile, perfettibile? Forse a un diffuso desiderio
di vita,
incuneato nelle speranze tecnoscientifiche ed economiche che
dal secondo dopoguerra in poi hanno fatto sognare un mondo della
ricchezza,
della salute e del benessere, regalando, almeno all’occidente
ricco, mediamente una decina di anni in più di aspettativa
di vita? [2] In parte credo sia così. Ma la risposta potrebbere
contenere altre più interessanti diramazioni se la spingiamo
verso la comprensione dell’intersezione cruciale tra sviluppo
capitalistico postfordista, cultura mediatica del Novecento e tecnoscienza.
I media, nel corso del Novecento, hanno costituito lo spazio dell’esposizione
dei corpi, della messa in forma performativa della realtà.
Il dislocamento della realtà operato dall’immagine,
soprattutto con la televisione e con il cinema, dalla comunicazione
a distanza, prima telefonica poi mediata dal computer, insieme
alla capacità dei media di incunearsi come spazio e strumento
di narrazione direttamente nel locus mitologico della società postmoderna,
oltre all’informatizzazione dei corpi e del vivente nella
tecnoscienza, hanno creato le condizioni per un generale processo
di virtualizzazione, e di virtualizzazione del corpo. Il corpo
mediato si moltiplica, non solo può essere visto, e guardarsi,
ad un ritmo di esposizione impressionante attraverso schermi di
tv o di cinema, ma anche le stesse categorie di spazio e tempo
vengono radicalmente ristabilite mentre la realtà prende
continamente forma al ritmo vorticoso della circolazione di informazioni.
Virtualizzazione è, infatti, come spiega Lévy, un
processo di deterritorializzazione:
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ogni nuovo mezzo di comunicazione e di trasporto,
per esempio, modifica il sistema di prossimità concreta,
e cioè lo spazio pertinente per le comunità umane.
[…] Analogalmente i sistemi di registrazione e di trasmissione
di vario tipo (tradizione orale, scrittura, registrazione audovisiva,
reti digitali) costruiscono ritmi, velocità e qualità di
storia differenti. […] Il moltiplicarsi degli spazi fa
di noi un nuovo genere di nomadi: anziché seguire delle
linee di erranza e di migrazione nell’ambito di una certa
estensione, noi saltiamo da una rete all’altra, da un
sistema di prossimità al successivo. Gli spazi subiscono
metamorfosi, si biforcano sotto i nostri piedi, costringendoci
all’eterogenesi (Lévy 1995, pp. 12-13). |
Parlando di virtualizzazione si ha a che fare
con un terreno insidioso, con un termine dagli usi e dai significati
spesso divergenti. Con “corpo virtuale” ci si riferisce
in molti casi all’insinuazione della tecnologia a tutti i
livelli del vivente grazie ai processi di informatizzazione, agli
esperimenti di realtà virtuale, alle possibilità create
da genetica molecolare e bioscienze di vere e proprie ri-produzioni
del corpo, dalle terapie genetiche, alla sostituzione di parti
organiche con organi artificiali, alla clonazione.
Lévy spiega invece il concetto di virtuale a partire dalle
riflessioni di Gilles Deleuze (1968) su virtualità e attualità come
due diversi modi dell’essere. Virtuale viene dal latino virtualis che deriva da virtus, forza, usato nella filosofia scolastica per
intendere ciò che è in potenza ma non in atto (l’albero è virtualmente
presente nel seme). Il virtuale, afferma Lévy, è come
il complesso problematico, il nodo di tendenze e di forze che accompagna
una situazione, un evento, un oggetto o un’entità qualsiasi
e che richiede un processo di trasformazione: l’attualizzazione.
L’attualizzazione appare dunque come la soluzione di un problema,
una soluzione che non era già presupposta nell’enunciato.
Attualizzazione è creazione e invenzione di una forma di
qualità nuove, una trasformazione delle idee, un divenire
che di rimando alimenta il virtuale stesso. Il processo di virtualizzazione
come dinamica è dunque il passaggio dall’attuale al
virtuale cioè la trasformazione o l’elevazione a potenza
di un’entità a un campo problematico. In questo senso,
l’idea di un corpo virtuale riprende l’accezione filosofica
di virtuale come ciò che tende ad attualizzarsi, ed è dunque
distinto dall’idea del possibile come ciò che si realizza.
La differenza qualitativa tra attuale e reale consiste nel fatto
che se l’attualizzazione è una risposta creativa alla
virtualizzazione, che a sua volta è elevazione di un’entità allo
stato generale di un problema, il reale è già inscritto
nel possibile come accadimento di un possibile predefinito. Come
suggerisce Lévy “il reale assomiglia al possibile;
l’attuale, invece, non è affatto simile al virtuale:
gli risponde” (Lévy 1995, p. 7).
In questa ottica il processo di virtualizzazione non corrisponde
a una derealizzazione ma a un cambiamento di identità, che
produrrà nuove risposte, nuove identità nell’attualizzazione.
La virtualizzazione è, nell’accezione di Lévy
(e di Deleuze) un vettore di creazione di realtà.
L’accezione di virtuale legata allo sviluppo dei tecnomedia è giunta,
al contrario, a suggerire che corpi e realtà sarebbero soggetti
a disincarnazione, dematerializzazione, derealizzazione. In questa
prospettiva, media, computer, bio-tecnologie, andrebbero a modificare
il nostro rapporto con la materialità, producendo una sostanziale
perdita di realtà e l’ingresso in quell’universo
dei simulacri e della simulazione ampiamente descritto, evocato
o invocato esemplarmente da Baudrillard nella maggior parte dei
suoi lavori.
Mettendo in chiaro il passaggio da un modello della rappresentazione
a quello della simulazione, è lo stesso Baudrillard a fornire
alcune preziose indicazioni di lettura del processo di virtualizzazione
così inteso. In Simulacres et simulation Baudrillard scrive
che:
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l’astrazione oggi non è più quella
della mappa, del doppio, dello specchio o del concetto. La
simulazione non è più quella di un territorio,
di un essere referenziale o una sostanza. È piuttosto
la generazione di modelli di un reale senza origine o realtà:
un iperreale. Il territorio non precede più la mappa,
né vi sopravvive. […] È la mappa che precede
il territorio - precessione dei simulacri - è la mappa
che genera il territorio […]. L’età della
simulazione comincia con l’eliminazione di tutti i referenti
- peggio: con la loro resurrezione artificiale in un sistema
di segni, che sono una materia più duttile dei significati
perché si prestano a qualsiasi sistema di equilvalenza,
a ogni opposizione binaria, e a qualsiasi algebra combinatoria.
Non è più una questione di imitazione, né di
duplicazione o di parodia. È piuttosto una questione
di sostituzione del reale con segni del reale; cioè un’operazione
di cancellazione di ogni processo reale attraverso il suo doppio
operazionale. […] sarà un iperreale, al riparo
da ogni distinzione tra reale e immaginario, che lascia spazio
solo per la ricorrenza di modelli e per la generazione simulata
di differenze (Baudrillard 1980, pp. 166-167). |
Una concezione del simulacro come “sostituzione
del reale con i segni del reale”, può generare confusione
in merito ai concetti di reale e non reale – anche se simulacro
non è sinomimo di non reale – che poi si traduce,
in alcuni casi, in una mitologia del virtuale elettronico che finisce
per alimentare tale confusione [3]. Ed è interessante capire
questa confusione perché in una società dell’immagine,
come quella in cui viviamo, si crea il contesto per la dissociazione
tra corpo e immagini a favore di queste ultime, immagini di cui
Baudrillard rivela la “capacità omicida”, immagini
che possono uccidere la realtà e il loro stesso modello,
come le icone sacre, in cui Dio stesso viene simulato e ridotto
ai segni che ne attestano l’esistenza (ib). La simulazione,
ovvero la sostituzione del reale con segni del reale, darebbe,
così, vita a un iperreale in cui i segni non
rappresentano più, e non si riferiscono più a,
un modello esterno ma solo a se stessi e ad altri segni.
A tale proposito, Baudrillard ha parlato di “chirurgia dell’alterità” come
uno degli esiti più catastrofici della società dei
simulacri. Secondo Baudrillard
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con la modernità si entra nell’era
della produzione dell’altro. Non si tratta più di
ucciderlo, di divorarlo, di sedurlo, di rivaleggiare con lui,
di amarlo o di odiarlo – si tratta innanzi tutto di produrlo.
Esso non è più un oggetto di passione, è un
oggetto di produzione. […] È per sfuggire al mondo
come destino, al corpo come destino, al sesso (e all’altro
sesso) come destino, che si inventa la produzione dell’altro
come differenza (Baudrillard 1995, p. 119). |
In questa accezione, dell’alterità radicale non
rimarrebbe che la differenza come sua espressione annacquata, in
una sorta di conciliazione degli opposti. Con questa lente Baudrillard
osserva anche i corpi, corpi sottoposti a una totale “chirurgia
estetica”: “se il corpo non è più luogo
di alterità ma d’identificazione, allora bisogna con
la massima urgenza riconciliarsi con esso, ripararlo, rifinirlo,
farne un oggetto ideale. Ciascuno si comporta con esso come l’uomo
con la donna nell’identificazione proiettiva: lo investe
come feticcio, facendone l’oggetto di culto autistico, di
una manipolazione quasi incestuosa” (ib., p. 129).
Baudrillard coglie nel segno nell’insistere sull’aspetto
di produzione dell’alterità come caratteristica della
società dei simulacri. Vi è infatti un legame molto
forte, potremmo dire intrinseco, tra produzione capitalista e mercificazione
delle differenze come risorsa per la produttività stessa.
Qui risiede la qualità di proliferazione del bio-potere,
come capace di entrare in ogni ambito del vivente, e del capitalismo
stesso che con esso si muove rendendo marketizzabile l’idea
stessa di alterità.
Ad alimentare questa visione simulacrale della nostra società,
contribuiscono i processi di virtualizzazione del corpo nella
tecnoscienza. La trasformazione e trasformabilità dei corpi
che dai laboratori scientifici si installa come leit motiv nelle
narrazioni medicalizzanti della perfettibilità del corpo,
che vediamo esprimersi nell’enorme
corpus di pubblicità che invocano, appunto, tali
modificazioni (tutta l’estetica del corpo giovane e magro), è anche
assunta come pratica quotidiana di relazione col corpo (dalla
palestra, ai piccoli e grandi interventi di chirurgia estetica,
dalle diete,
alla cura del proprio aspetto). Questa ibridazione generalizzata
dei corpi con tecnologie biomediche ed estetiche della mutazione
si configura dunque insieme come causa ed effetto della sempre
più diffusa concezione simulacrale dei corpi, ma la conclusione
non può essere solo il decretare la sparizione dell’altro
dentro la logica della sua mercificazione. Piuttosto occorre
rilevare i mutamenti e il riaffermarsi dell’alterità forse
proprio in virtù della sua “costruzione chirurgica”,
un’alterità sempre più fluida, dove i due
o molteplici poli dell’alterità sono sempre meno
opposti e sempre più fusi, ibridi e si assiste allo sfocarsi
delle distinzioni categoriche o dei confini costitutivi, prima,
fra tutte,
la distinzione tra umano, animale, altro organico, altro inorganico,
tecnologico” (Braidotti 2002, p. 255). Si potrebbe legittimamente
sostenere, a tale proposito, che la virtualizzazione sia un processo
di continuo sfuocamento di confini, nel quale i corpi si trovano
sempre coinvolti in nuove connessioni. In questo modo, la virtualizzazione
mette i corpi in uno stato di sollecitazione permanente verso
nuove ibridazioni e, quindi, ha a che fare con la produzione
costante
di alterità. In termini bio-politici una riflessione sull’alterità deve
dunque guardare ai modi in cui questa viene prodotta e consumata
in un’economia che presenta una fascinazione fortissima
nei confronti del mostruoso, di quella serie di “altri” situati
su quello che Braidotti definisce come l’asse “mostro-nativo-robot-donna” di
cui il cinema, come altre pratiche culturali, ne ha fatto degli
oggetti di consumo, “commerciabili proprio nella loro abiezione” (ib.
p. 236), in molti casi, come nei fanta-horror, proprio con un’inesausta
insistenza feticistica sul corpo della donna come mostruoso o
come generatore di mostruosità [4]. Ne è un esempio
la figura del cyborg rispetto alla quale, come rileva
la stessa Braidotti,
non possiamo ritenerci al riparo dalle molteplici implicazioni
biopolitiche del rapporto dei corpi con le tecnologie e con i
processi di virtualizzazione in corso.
L’icona culturale
del cyborg emerge infatti da una cultura
del feticismo tecnologico, da quella generale erotizzazione
della macchina (dall’automobile, al computer, al cellulare) che,
se in un certo senso ristabilisce una sorta di democrazia tra l’umano
e l’oggetto tecnologico attraverso il desiderio (e quindi
sostanzia il processo di contaminazione del postumano), di fatto
contribuisce anche a risessualizzare tale relazione, spesso in
un’ottica sessista o, nella migliore delle ipotesi, transgender.
Secondo la lettura di Braidotti
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da un lato l’immaginario delle nostre società è pervaso
da un’erotizzata feticizzazione del tecnologico, dall’altro
il tecnologico non viene associato ad un sesso, tanto meno
a quello femminile, bensì a una posizione transessuale
o sessualmente indeterminata. Coincide con una specie di fuga
dal corpo, che a mio avviso conferma l’aspetto più classico
e pernicioso del fallocentrismo occidentale. Ne è prova
quanto i confini e le differenze di genere/gender si facciano
esagerati sia nel cyberpunk sia nel genere/genre cinematografico
cyborg. In tale ambito, il corpo femminile si costruisce come
sito del naturale, di bios e zoe, e dunque anche della procreazione.
Ecco perché il discorso estremamente sofisticato della
postmodernità high tech lascia il soggetto femminile
esattamente dov’era prima della modernità, cioè assimilato
alla natura, identificato con la riproduzione e ostile al progresso
civilizzato (ib. p. 277). |
Non sembrerebbe incompatibile con questa analisi, quindi, leggere
anche la rappresentazione di Matrix come emergente dal feticismo
estremo della cultura high tech, come un mostruoso corpo materno
in cui l’altro femminile e l’altro tecnologico si fondono
in un’unica soluzione maligna. Questa raffigurazione rivela
la persistenza di un immaginario culturale che ripropone le ansie
insuperate del rapporto con la nascita e con il corpo materno come
origine stessa di quelle ansie e si traduce in una visione spettrale
i cui elementi centrali sono l’universo tecnologico alla
sua massima potenza e il destino/origine dell’umanità come
simulazione di una macchina. Una visione pessimistica, e per certi
versi sessista, della grande vagina, qui del grande utero, che
risucchia e inghiotte laddove nutriva e partoriva, dimostrando
come l’oscenità del corpo erotico materno, lontano
dall’essere stata sedata, funzioni ancora come una vera e
propria alterità radicale.
Letta in senso diacronico la virtualizzazione può dunque
essere considerata come un processo complesso, che nell’intersecarsi
con nuove tecnologie e nuove forme dei consumi, tende ad aumentare,
potremmo dire a moltiplicarsi in senso rizomatico, e a velocizzarsi.
In questo senso anche i corpi vivono nel divenire e nella trasformazione,
tra virtualizzazione e attualizzazione, modulandosi su, e, a volte,
dando essi stessi, tale velocità. La dinamica di obsolescenza
di cui abbiamo parlato riferendoci al mercato, ha quindi in qualche
modo a che fare anche con la caratteristica stessa dei corpi. Come
dice Brian Massumi “l’obsolescenza del corpo è la
condizione del cambiamento. La sua vitalità è l’obsolescenza” (Massumi
2002, p. 109).
Il rapporto dei corpi con le merci, nel ciclo continuo dei consumi,
rapporto che per Baudrillard si configura come produzione di
simulacri, chirurgia dell’alterità e quindi cancellazione dell’alterità stessa,
può dunque invece essere guardato come espressione del rapporto
tra virtualizzazione e attualizzazione, e come il prendere forma
dei corpi all’interno di questa dinamica. Non sparizione
della corporeità, né dematerializzazione tecnomediale,
ma continua produzione e produttività dei corpi.
In termini bio-politici gli elementi critici della virtualizzzione
tecnomediale riguardano i modi in cui si configura la velocizzazione
dei processi di virtualizzazione rispetto a ciò che regola
il rapporto tra virtuale e attuale, la temporalità, e come
la dinamica produttiva di alterità ridisegni continuamente
confini dell’umano secondo una logica di umanizzazione/de-umanizzazione
e di creazione/mercificazione di differenze e alterità.
Per quanto riguarda il tema della temporalità il capitalismo
bio-cibernetico inaugura un paradosso sostanziale: mette la storia
e il tempo in uno stato di congelamento dove però tutto
si muove a velocità pazzesca con la conseguente impressione
di stabilità. Come rileva Virilio, “con la rapida
ma discreta “dilatazione del presente”, di un presente
mondializzato dalle tecnologie, il tempo presente occupa un posto
centrale” (Virilio 1995, p. 166).
Il mondo delle simulazioni, come si sta definendo in questi anni,
rende sempre più veloce la dinamica di attualizzazione, cioè annulla la distanza
temporale (storica e psichica) tra virtuale e attuale. Quello che ne emerge è un
equilibrio precarissimo, che si gioca contemporaneamente a livello psichico individuale
e su scala planetaria, nelle economie e negli scambi di mercato. Tutte le modificazioni
del corpo, il ritmo dei consumi, la ricerca della novità, la politica
del just do it, del “puoi essere ciò che vuoi”, tipici della
società postfordista, si realizzano nel, e realizzano il, cortocircuito
della temporalità, la quale si dilata in un eterno presente e mette in
discussione lo sguardo retrospettivo, la memoria, il desiderio, il rapporto tra
soggetto e oggetto, quello tra realtà e fantasia (la realtà di
un corpo che invecchia e la fantasia di un corpo eternamente giovane) e, in ultima
analisi, la categoria stessa della temporalità. Nella dinamica di accelerazione,
infatti, i corpi agiscono e patiscono la trasformazione, in rapporto al potere
(potestas) – che è sfruttamento, stress, negazione della vita, e
messa al lavoro della vita –, e alle possibilità, al poter fare
(potentia) (Braidotti 2002), che presuppone trasformazioni sostenibili. In questa
ottica il tema della trasformazione dei corpi, cui la tecnoscienza e mercato
hanno dato un’accelerazione fortissima fa emergere, come sottolinea Braidotti,
la questione della sostenibilità di tale processo, e dunque richiede di
ripensare le possibili e sostenibili soggettività in termini psichici,
sociali e storici. La sostenibilità ha a che fare con ciò che un
corpo può fare o non può fare, con cosa può sopportare,
con la libertà e il potere, con le norme, le dinamiche di mercato, i desideri
e le costrizioni. Tra potestas e potentia (ib., p. 163). La sostenibilità diventa
in qualche modo una categoria che attraversa tutte le dimensioni dallo psichico
al sociale, e include tanto le soggettività quanto le istituzioni, le
formazioni culturali, le tecnologie e le scienze, come parte dei processi biopolitici
di trasformazione del vivente nel capitalismo bio-cibernetico.
Il rapporto tra mutazione e sostenibilità ci porta così a
toccare i modi in cui media, mercato, tecnoscienza e corpi si stanno
intrecciando aprendo
a possibili nuove forme dell’umano e della specie stessa. Infatti,
l’insieme
poco etichettabile di bio-tecno-media, dalla tv al cinema, dai computer ai
videogiochi, alle biotecnologie, ha definito, nel corso del Novecento, il
contesto per un
salto antropologico, sociale e cognitivo, verso nuovi modelli di esistenza
bio-tecnologica, all’insegna della mutazione o della metamorfosi. In
questo contesto si insinua il paradosso dei corpi in relazione alla tecnologia,
all’universo
tecnomediale, all’iperstimolazione informatica e di informazione, e
dei consumi: virtualizzazione e tecnologie del quotidiano ci preparano ad
un incessante
incontro con l’alterità e contemporaneamente, virtualizzando
quest’incontro,
lo rendono sempre più traumatico. In questo senso si potrebbe dire
che gli altri non sono affatto scomparsi, né in virtù della
loro mercificazione, né grazie alla virtualizzazione elettronica degli
spazi di socializzazione. Gli altri sono sempre lì, nella loro traumatizzante
presenza.
A tale proposito ciò che mi sembra interessante capire è il
tipo di relazione che si crea col mondo e che cosa cambia nella
nostra relazione con l’alterità, soprattutto a partire
dalla consapevolezza che sempre più si tratta di relazioni
mediate, mediali. Decretare semplicemente la sparizione dei corpi
e dell’alterità nella proliferazione di simulacri
non aiuta a capire le implicazioni biopolitiche della mediatizzazione
del corpo e della vita.
A partire da queste considerazioni trovo più fruttuoso
pensare alla realtà dei media non già come ad una
pura e semplice “precessione di simulacri” ma piuttosto
come a una vera e propria realtà degli eventi. L’accezione
di evento per quanto riguarda i media indica che segni
immagini e linguaggi non si limitano a rappresentare una realtà ma
sono invece costitutivi della realtà, la rendono possibile
(cfr. Lazzarato 2004). Quella dell’evento-media è una
qualità che si caratterizza proprio per la capacità non
già di significare o di determinare i
corpi e le soggettività,
ma di “toccarli” (to affect) [5]. Come spiega il
teorico della comunicazione canadese Brian Massumi il semio-capitalismo è basato
sull’immagine e al fine di riprodursi non si limita a produrre
una specifica ideologia o un sistema di significazione, bensì significanti
vuoti sui quali possono essere costruiti soggettivamente significati
affettivi e identità (Massumi 2002).
Seguendo la parabola del media event nel corso del Novecento
possiamo dire che sicuramente esso si è accaparrato la
gestione della sfera emotiva, passionale, desiderante degli umani,
nonché il controllo della paura e dunque delle
sfere del dolore e della felicità. A tale proposito si può parlare
di una vera e propria “economia politica della paura” (Massumi
1992). L’economia politica della paura è, potremmo dire, il contesto
psico-economico che ha caratterizzato la storia dell’occidente in particolare
dalla guerra fredda ad oggi. È il collante simbolico dei processi tecnoscientifici,
delle relazioni internazionali tra gli stati, delle stesse relazioni sociali,
delle trasformazioni dei corpi, ed ha a che fare con il consumismo tardocapitalisa
e con una cultura della paura che si esprime nella forma dell’incidente
e del disastro imminenti. Braidotti sintetizza l’idea di economia politica
della paura, scrivendo:
| |
[…] si spiega la
logica della paura e dell’angoscia
sullo sfondo del declino delle ideologie […]. Il nemico
non è più esterno; donna o uomo che sia, oggi è tra
noi, e quella che usavamo chiamare guerra si è spostata
sul fronte interno: il terrorismo è la forma del dominio
contemporaneo. […] È lo sparo a caso, l’incidente
come catastrofe, a definire l’economia politica della
paura, cioè la minaccia di disastro imminente che può colpire
ovunque e in ogni momento […]. L’incidente è imminente,
ma come dice acutamente Massumi, è anche immanente, è qui
e ora, confuso con ciò che vi è di più familiare
e di più intimo: nel momento della castrofe micro e
macro coincidono. Un diffuso senso di disastro accompagna il
collasso dei modelli classici di identità e parentela.
Non è più un solo nemico, ma un’infinita
possibilità di nemici ovunque. Nell’economia della
paura, il nemico si è fatto virtuale e come tale aspetta
di materializzarsi. Potrebbe essere un bambino, una donna,
il virus dell’AIDS, il surriscaldamento globale o il
prossimo blocco dei computer. Non è specificato perché è diventato
una categoria generica, un prototipo che può funzionare
altrettanto bene in molte situazioni; l’incidente ci
sarà, è solo questione di tempo (Braidotti 2002,
pp. 224-225). |
L’informazione mainstream si pone in questi termini
come uno straordinario agente di modulazione delle percezioni collettive
poiché agisce sul registro
binario rassicurazione/minaccia e contribuisce alla precarizzazione, dunque
controllabilità,
del nostro sentire. L’interesse di questo tipo di riflessione consiste
soprattutto nella sua capacità di farci entrare in quella logica
(bio)politica tipica del tardo capitalismo che potremmo definire come la
sistematica costruzione
della vulnerabilità della specie umana. In quella che a tutti gli
effetti sembra delinearsi come una politica transnazionale giocata in prima
istanza sulla
costruzione mediatica della sfera pubblica, di una sfera pubblica mondializzata
dai processi di globalizzazione del mercato, dei media e della politica
stessa, interrogarsi sui correnti processi di modulazione del sentire che
agiscono attraverso
la costruzione di un’alterità minacciosa e di sempre nuovi
nemici dell’umanità – come è eccaduto esemplarmente
nella campagna di guerra statunitense dopo l’11 settembre – significa
cercare di rintracciare i modi in cui si stanno ri-disegnando i confini
dell’umano – del
degno di vita, in sostanza – su scala globale, a partire dall’intersezione,
probababilmente mai forte come ora, tra politica, guerra e media. La percezione
collettiva della vita è, infatti, ormai diffusamente quella di una
dipendenza estrema da qualcosa di esterno a noi rispetto al quale nulla
in fondo possiamo
(Butler 2004) – percezione in cui media giocano un ruolo centrale
e ambiguo in quanto contribuiscono a creare forme di prossimità con
la realtà anche
più lontana che diventa una distanza virtualmente in-colmabile – che
convive paradossalmente con una mitologia dell’umano legato al potere
della tecnica.
I media, le tecnologie, le scoperte in campo scientifico, hanno
creato una sorta di mitologia dell’onnipotenza umana, ma
contemporaneamente hanno, di fatto, messo l’umano in scacco.
Quella che stiamo attraversando è l’epoca
della sostituibilità: di parti del corpo, di oggetti
di consumo, di lavori e lavoratori, di ruoli sociali, di status,
di identità, di genere, di
specie. Davanti a quella che si profila come una serie infinita di possibilità di
trasformazione, si para lo spettro dell’obbligo alla trasformazione.
Davanti alla potenza protesica bio-tecnologica, per il corpo e la mente
umani, si profila
il decentramento del corpo e della mente verso uno stato ambientale di
contaminazione continua e dunque di perdita del senso proprio di umano.
Davanti alla preziosità della
vita di alcuni, che scienza e governi non tralasciano di evidenziare,
assicurandoci una tutela fin dallo stadio embrionale, si profila l’inutilità della
vita di altri. Welfare, warfare. La vita umana è,
essenzialmente, sostituibile. Anche in questo diventa postumana, tende
a deantropomorfizzarsi, si animalizza,
si oggettifica. L’altro tecnologico è incorporato. Lo dice
bene Esposito parlando di immunità:
| |
che venga pensato come un testo in codice di
cui va ritrovata la chiave genomica oppure come il terminale
di una rete informatica di estensione planetaria, o ancora
come un oggetto modificabile attraverso la chirurgia plastica
e, prima ancora, l’ingegneria genetica – in ogni
caso esso è in relazione diretta, e anzi simbiotica,
con l’altro da sé: nel senso specifico e letterale
che porta dentro di sé il proprio altro […] il
corpo si sospende – si interrompe e si raddoppia – in
vista della propria durata. Si espone a ciò che gli
sta fuori per salvare ciò che ancora porta dentro. Entra
in rapporto problematico con l’altro per proteggersi
da se stesso – dalla sua naturale tendenza alla consumazione. È in
questo senso, e da questo lato, che nel cuore della biopolitica
riemerge il profilo del sistema immunitario. Situandosi nel
punto cruciale in cui il corpo incontra ciò che è altro
da sé – un altro corpo o qualcosa che non è corpo – esso
costituisce la giuntura di raccordo tra entità, specie,
generi diversi e interrelati come sono l’individuale
e il collettivo, il maschio e la femmina, l’uomo e la
macchina. Proprio per questa potenza compositiva il dispositivo
dell’immunità è diventato il punto di tangenza – di
raccordo e di tensione – di tutti linguaggi della contemporaneità (Esposito
2002, p. 178). |
È la biopolitica stessa che deve quindi essere ripensata
di fronte a queste nuove morfologie biotecnologiche che abitano
il capitalismo bio-cibernetico: la nuova spazialità tropica
dei corpi emerge con una biopolitica dell’immunità in
cui l’umano rinasce continuamente insieme al mostruoso, all’altro,
allo straniero, al nemico. Il campo semantico del sistema immunitario
si offre come unico specchio possibile per l’altro termine
chiave della biopolitica contemporanea: la globalizzazione. Il
concetto di organismo, lontano dall’essere superato, è proiettato
su scala globale, organismo e mondo ridotti a un campo di battaglia,
la guerra è chirurgica e la degenerazione cancerosa invasiva,
il nemico è epidemico – come l’AIDS e la SARS – ,
o si annida, come il cancro, dentro il nostro corpo sociale – le
cellule terroristiche di Al Qaeda; è la vita stessa,
e non la morte, a insidiare la vita, è il/la kamikaze, l’attacco
batteriologico, o l’ingombrante massa di carne umana, boat-people,
che giunge sulle coste italiane in attesa di divenire corpo.
Nel cuore del capitalismo bio-cibernetico si sta così delineando
un campo di forze che suggerisce l’emergere di una nuova
economia del mostruoso laddove stanno esplodendo e si ricostruiscono
i confini dell’umano tra contaminazione e immunitas.
Ogni epoca ha prodotto i propri mostri, incarnazione di volta
in volta
di paure, ansie, narrazioni del divenire e della sua imprevedibilità.
Ciò che appare con una certa evidenza oggi è che
l’ambito del mostruoso è tanto più affascinante
e pericoloso quanto più lo si vede prossimo al, o forse
già innervato nel, quotidiano, negli stessi tremolanti
parametri collettivi della cosiddetta normalità.
Note 1) Per Marx (1970) il feticismo delle merci emerge
come caratteristica dell’economia monetaria quando al valore
d’uso delle
merci subentra il puro valore di scambio, cioè un valore
quantativo in denaro in cui la merce emerge, nascondendoli, come
un “feticcio” dei rapporti sociali di produzione. Per
Baudrillard, che radicalizza la teoria marxiana, il consumo è “lo
stadio in cui la merce è immediatamente prodotta come segno,
come valore/segno, e i segni (la cultura) come merce” (Baudrillard
1972, p. 156), in uno “scambio simbolico” in cui i
segni si scambierebbero tra di loro e non con qualcosa di reale
(cfr. Baudrillard, 1976). Il feticismo, nell’accezione di
Baudrillard, ha a che fare dunque con il valore segno delle merci,
con il loro essere un “simulacro funzionale”, segno
di distinzione e discriminazione sociale. [back]
2) Dati sull’aspettativa
di vita in Europa tratti da: europa.eu.int/comm/employment_social/soc
prot/ageing/com99 221/com221_it.pdf [back]
3) Ad esempio le culture o sottoculture elettroniche, letterarie
e filosofiche, hanno contribuito a creare le basi per quella sorta
di tecnotrascendenza che vede il corpo come zavorra e pesantezza
rispetto al desiderio di liberazione dai vincoli della carne attraverso
la tecnologia. Gli immaginari di molta letteratura cyberpunk hanno
messo in evidenza l’obsolescenza del corpo e la possibilità di
essere pura mente disseminata nelle reti informatiche. [back]
4) Data la complessità e vastità dei riferimenti
cinematografici e letterari del mostruoso nell’immaginario
novecentesco rimando a Braidotti, R., (1995 e 2002) e Giovannini,
F., (1999). [back]
5) To affect, dall’inglese, può essere tradotto
come toccare, influenzare, ma questi sinonimi non ne esauriscono
il
significato che implica una vera e propria affettività corporea.
[back]
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Nota biografica
Monica Baroni ha ottenuto il dottorato di ricerca in Sociologia
della comunicazione e scienze dello spettaccolo all’Università di
Urbino, dove collabora con le cattedre di Sociologia della comunicazione
e Sociologia della cultura. Si occupa di immaginari tecnologici,
media, corpo, genere e sessualità. Ha curato il volume
Streghe madonne e sante postmoderne, Meltemi 2002.
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