Tribù della memoria
Alberto Abruzzese
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[Dal catalogo della mostra Tribù della
memoria (Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma, 21/6-24/7,
26/7-4/9, 6/9-18/9 2005). Progetto elaborato presso il Master
in Ideazione, management e marketing degli eventi culturali,
Università di
Roma “La Sapienza”]
Tribù dell’arte è stata l’intelligente
formula post-moderna con cui Achille Bonito Oliva ha marcato l’esistenza
di comunità d’artisti che vivono – o a noi pare
che vivano – al di là dei vecchi continenti o delle
vecchie nazioni o semplicemente dei luoghi deputati dell’arte,
dei loro sistemi. Un titolo brillante – tribù dell’arte – in
cui comunque l’estetico assorbiva in sé il sociale,
la diversità dell’artista mimava i diversi della società,
quei diversi a cui Bonito Oliva strizza l’occhio attraverso
Totò (che sappiamo essere stato maschera non solo del Pittore
ma anche di Tartan, eroe dell’innesto uomo-scimmia, società-branco).
Con il titolo Tribù della memoria si tenta un’altra
strada. La memoria sta al posto dell’arte e l’arte – proprio
in quanto assente dal titolo – viene evocata: invitata a
pensare/sentire le inter-zone di senso per lei più pericolose,
quelle a più alto rischio di contaminazione, e cioè quelle
forme espressive che i sociologi hanno definito come estetizzazione
della vita quotidiana e i mediologi hanno sintetizzato nella parola
evento. L’ambiguo transito che a somiglianza di un noto slogan
della sovranità possiamo dire “l’arte è morta,
viva l’arte”.
Il progetto della mostra è nato dentro la attività laboratoriale
di un master universitario molto atipico. Un master sugli eventi – la
specificazione “culturali” si deve ad un eccesso di
scrupolo tipico degli ambienti universitari – e quindi su
contenuti formativi che riguardano proprio le soglie tra storia
e presente, tra arte e esperienza ordinaria. Soglie rese sempre
più fragili e indistinte dai comportamenti tribali innestati
dalla progressiva destrutturazione sociale dei sistemi industriali
di massa. Abbiamo dunque lavorato al di là dei territori
mediali tradizionali, quelli che si esprimono nelle forme identitarie
collettive e quindi quelli a cui fanno ancora ricorso sia i modelli
seriali della televisione sia i modelli autoriali delle arti. Abbiamo
fatto ricerca sul presente e non sul passato della memoria. Sulla
memoria attiva, nativa, e non passiva, ereditata. Sulla memoria
creatrice, quella che – nell’evento – si inventa
in ogni istante un intero lampo di mondo. Questa non è una
memoria data per sempre, una memoria a cui appartenere e al massimo
da restaurare o cautamente correggere.. Questa è una memoria
viva, è un gesto fondatore, l’ingresso in un luogo
di appartenenza in cui sradicamento e riconoscimento coincidono.
E’ iniziazione.
Una memoria territorio e non grande magazzino. Qui è dunque
la tribù a prendere il sopravvento. E non lo prende solo
sull’arte ma su tutto ciò a cui l’arte deve
la propria aura, le proprie tradizioni e il proprio nome. Su tutto
ciò, in sintesi, di cui i musei si sono fatti luogo di cura:
ogni oggetto ritenuto significativo per il destino dell’uomo
moderno. Sperando di costringere il futuro nella loro stessa matrice
celebrativa, i musei – fattisi istituzioni e modelli sapienziali
della storia e della società – hanno relegato altrove
il senso riposto nel mito delle muse, le divinità multiple
di un tempo che non distingueva tra poesia e memoria. La metafora
del museo si erge a separare la memoria dal vissuto, la cultura
dall’affettività, il sapere dai sensi. Così,
tutto ciò che nell’esperienza quotidiana non traccia
confini ma crea relazione immediata si è andato sempre più rivelando
come vitalità simbolica – questa volta reale e non
fittizia, presente e non assente – di tutto ciò che
ogni macchina museale di tipo classico ha tentato e tenta di arrestare
in sé, nella propria Verità.
Ma la tradizione moderna è bifida. Vero che la sua ideologia
dell’arte ha consacrato il museo come grande metafora della
proprietà capitalista (nella sua forma privata e pubblica),
ma ancor più vero che sempre ancora all’arte moderna – e
certamente non solo da ora ed anzi ora forse meno che in passato – si
deve la forza di sradicamento, di deterritorializzazione, che molte
po-etiche novecentesche hanno espresso contro e al di là della
forma-museo, dei suoi canoni estetici e sociali.
A volere essere schematici: mentre le discipline di più solida
complicità con la nascita della società industriale – e
penso in particolare alla sociologia – sembrano essere poco
sensibili a questo doppio movimento dei linguaggi espressivi della
modernità, assai più capaci di coglierne senso e
prospettive sono invece le discipline direttamente implicate nella
svolta delle forme di comunicazione tra ottocento e novecento ma
in particolare a partire dalle avanguardie storiche. E penso qui
all’indirizzo di studi sulla comunicazione che a me piace
chiamare mediologia.
Con alcune delle punte più estreme delle arti, la mediologia
si intrattiene oggi assai più facilmente che con un sociologo
della comunicazione di tipo ortodosso o con un imprenditore che
pensi al marketing solo da economista o con un politico che abbia
in testa l’audience televisiva invece che il senso delle
cose-mondo. Le arti hanno ancora il linguaggio giusto per dire
ciò che è difficile ascoltare, ciò che c’è ma
non si vede, ciò che si vive ma non si sa dire.
Ecco perché siamo arrivati a coinvolgere otto artisti partendo
da un tema vasto e trasversale come le forme di memoria tribale
che fanno da battistrada alla qualità sempre più vocazionale
dei nuovi consumi dei sistemi del tardo capitalismo post-fordista.
Un’idea semplice e insieme sofisticata: scegliere la GNAM
per farla essere teatro dal vivo di un inedito incontro tra prossimità e
distanze di linguaggi della memoria tra loro diversi. Tribù versus
Arte. Artisti versus tribù.
Lo spazio sociale in cui oggi tutte le istituzioni della
memoria sono immerse ha perduto quei tratti di continuità e coesione
che alla memoria sono necessari per sopravvivere, per prendere
il sopravvento sulla vita. I segni più vistosi di questa
progressiva disgregazione di grandi memorie condivise – grandi
narrazioni – vengono dalla pluralità di voci che caratterizza
i consumi del presente e la loro qualità centrifuga. Quella
pluralità in un unico verso, pluralità generalista,
va polverizzandosi nella singolarità delle moltitudini e – in
tutto refrattaria ai tradizionali standard di mercato dei prodotti
di massa e di nicchia – tende con pari forza, con altrettanta
potenza, a riaggregarsi in nuove costellazioni: forme di vita affettiva
tra loro distinte, autonome, ciascuna in cerca del proprio destino.
Prima si trattava di una pluralità di consumatori inclusa
in oggetti d’acquisto omogenei e comunque tra loro interdipendenti,
ad alta connessione prestabilita. Ora, sullo stimolo e l’urgenza
di altre connessioni, più profonde, più s-confinate,
si tratta invece di un reciproco sciamare tra consumatori e oggetti
di consumo verso condensazioni “altre”, verso sensazioni
comuni, in comune, ma sostanza di “altri” riconoscimenti
e “altre” congiunzioni: affinità elettive che
si spingono fuori dei recinti identitari dei sistemi di massa e
dei loro processi di socializzazione collettiva. Inseminazione
di territori che richiamano non il tempo nuovo quanto piuttosto
il tempo ciclico, quello che ignora la Storia.
Consumi vocazionali, si dice. L’etica weberiana viene messa
al lavoro dal basso: Weber non più in fabbrica ma negli
iper-mercati. Non più nella produzione ma nel consumo di
capitale. Non più, quindi, obbligo della proprietà ma
dis-obbligo del lusso, dell’eccedere. Disgregati i diritti
celesti e terreni della proprietà, i paradigmi della conoscenza
cedono alle forme intuitive e dispersive dei “visionari”,
di coloro che abitano nell’imminenza delle loro visioni e
ne percepiscono l’interiorità.
Mettere in comune una passione dominante, un univoco
desiderio di appartenenza simbolica, determina processi
che – per dirlo
con il più classico dei linguaggi sociologici – tendono
a spezzare l’ingannevole dialettica moderna tra comunità e
società. La vocazione tribale recide il reciproco vincolo
con cui la società ha nostalgia della comunità e
questa desiderio di società. Un vincolo che ha riguardato – e
forse ancora non può fare a meno di riguardare – tanto
le istituzioni della politica come quelle dell’arte e della
vocazione artistica.
La dimensione tribale originaria è quella di una comunità di
corpi che calca di sé la terra, segna con la sua presenza
i territori della propria stanzialità o del proprio nomadismo.
La dimensione tribale del presente viene invece dopo il lungo trascorrere
di territori dell’abitare che dalla città, dal libro
e dalle merci si sono spinti sino alle piattaforme espressive dei
media dello schermo. Oltre c’è la multiversalità delle
reti digitali. Ma le tribù del presente sono insorte prima
dei “millepiani” del cyber space. Si sono formate proprio
nel punto di massima espressione e quindi anche di rarefazione
dei regimi sociali collettivi instaurati dalla televisione. Questo è accaduto
perché i linguaggi televisivi hanno progressivamente azzerato
la storia, traducendo la memoria al di là dei suoi più consolidati
confini strategici e rigettandola in zone sempre più prossime
al mondo quotidiano, all’esperienza psicosomatica, istantanea,
delle relazioni personali. La memoria è parola di qualcosa
che non esiste in sé ma che si fa corpo grazie alla potenza
immaginativa dell’esserci umano.
La comunicazione come arte – tecnica – della realazione,
del con-venire in un luogo, del dare luogo al con-venire. Qui l’abitare
non ha più il carattere storico-sociale del tempo moderno.
Ciascuna tribù sceglie la vocazione su cui rifondare il
proprio mondo, inventarne il passato e il futuro. Qui la memoria
ha preso il posto che per le tribù originarie avevano la
terra, il suolo, i materiali fisici da raccogliere, manipolare,
trasformare.
Tribù che fanno mondi bricoleggiando con luoghi, figure
e oggetti strappati al tempo della memoria e trasformati nei propri
spazi di vita simbolica e affettiva: millepiani di natura o di
macchine o di corpi o di sport o di avventura o di storia. Abili
giochi di disincanto e reincanto. Qui, ad esempio, l’immagine
di Napoleone – tolta alla letteratura, alla pittura e al
cinema che ne hanno creato e custodito la mitica memoria – può essere
clonata nel vivo di battaglie al presente, in appartenenze che
prendono vita contro e non per la storia. Qui la memoria non è da
studiare ma da vivere. E’ la reinvenzione di un set immersivo,
di un esserci in cui conta assai più sentire che vedere.
Il cui la vista è un “arto” come gli altri.
Qui la lunga durata si fa brevissima. Quando l’abitare storico-sociale
si rigetta nel tempo tribale, il cielo appare aperto ancora ad
ogni artificio, a millemappe di enne sentieri.
Se dovessimo rifarci all’intenso rimpianto che Lukacs, nell’incipit
della sua Teoria del romanzo, espresse nel verificare la scomparsa
di un sicuro firmamento religioso in cui l’uomo potesse leggere
il proprio destino, oggi, a un secolo di distanza, forse dovremmo – questa
volta senza rimpianto ma almeno con qualche sofferenza e stupore – interrogarci
a nostra volta sulla scomparsa degli orizzonti politici che proprio
in quegli anni, al sorgere delle loro nuove promesse, avevano fatto
svaporare per sempre le divine luci della Natura.
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